giovedì 14 novembre 2013

Cancellieri, una terza telefonata tra il ministro e i Ligresti Ora spuntano i colloqui del marito
Paolo Griseri
TORINO
IL TABULATO invece è arido, essenziale, una lunga teoria di numeri. È l’hardware dell’agitarsi preoccupato, non il software dell’imbarazzo. In quell’hardware scarno, spuntano nuove verità. C’è una nuova telefonata tra Annamaria Cancellieri e Antonino Ligresti. Una telefonata fatta poche ore prima dell’interrogatorio con i pm torinesi che hanno sentito il ministro come teste. E poi, sempre nell’hardware, ci sono numerose telefonate tra Sebastiano Peluso, il marito di Annamaria Cancellieri, e i familiari di Salvatore Ligresti. Telefonate frequenti, troppe per esprimere semplicemente solidarietà. Telefonate che colpiscono e hanno lasciato di stucco più di un investigatore.
La prima chiamata inattesa è quella del 21 agosto 2013, il numero da cui parte comincia con 366. Un prefisso non molto diffuso, facile da riconoscere per chi ha avuto dimestichezza con le 10 mila pagine di documenti dell’indagine sul falso in bilancio dei Ligresti. Con 366 inizia il numero di cellulare del ministro pro tempore della giustizia. E da quel
366 proprio quel 21 agosto parte una telefonata verso un altro numero importante e non intercettato, quello di Ligresti Antonino, il fratello del patriarca Salvatore finito agli arresti domiciliari. La telefonata, annota la macchina che produce il tabulato, dura 7 minuti e mezzo. E qui sta il punto: che cosa si dicono in sette minuti e mezzo un ministro che non ha certo tempo da perdere e il fratello di un carcerato? Che cosa si dicono se il ministro sa già che il giorno dopo, il 22 agosto, arriveranno nel suo ufficio i pm di Torino per interrogarla proprio sui rapporti con la già potente famiglia milanese?
«Quel che si sono detti non lo sappiamo. Ma certamente si sono parlati», dice un investigatore che quei numeri li ha visti. E spiega: «Rimane agli atti solo la versione del ministro». La versione è quella nota. Annamaria Cancellieri rassicura Antonino Ligresti sul fatto di aver segnalato il grave stato di prostrazione della nipote, Giulia, ai vertici del sistema carcerario italiano. Ma questa versione era già stata utilizzata per spiegare la prima telefonata tra Cancellieri e Gabriella Fragni, il 17 luglio, il giorno della grande retata, quella che porta in carcere il patriarca, Salvatore, e le due figlie, Giulia e Jonella. Il terzo figlio, Paolo, latita a pochi chilometri dal confine svizzero. A
quella telefonata, quella del «non è giusto, non è giusto», pronunciato dal ministro di giustizia, ne è seguita una seconda, un mese dopo, il 19 agosto, con Antonino Ligresti, il fratello del patriarca. Sei minuti di colloqui, è scritto nei tabulati, per dire, sostiene Cancellieri nell’interrogatorio, che Antonino Ligresti è «preoccupato per la salute della nipote Giulia Maria la quale, come peraltro riportato in articoli di stampa, soffre di anoressia e rifiuta il cibo». È qui che Cancellieri riferisce di aver di conseguenza «sensibilizzato i due vice capi di dipartimento del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano, perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati».
E siamo così giunti al 19 agosto, data della telefonata di Antonino a Cancellieri e delle presumibili telefonate di Cancellieri ai due vice capi dipartimento del Dap. Una attivazione, spiegherà lo stesso Dap in un successivo comunicato, che non fu decisiva perché già il sistema carcerario si era preoccupato dello stato di salute di Giulia e stava provvedendo autonomamente a compiere i passi del caso. Questo spiega anche perché la Procura di Torino dirà in un comunicato ufficiale che l’attivarsi del ministro non ha avuto influenza alcuna sulle decisioni che avrebbero portato,
il 28 agosto, alla concessione degli arresti domiciliari a Giulia Ligresti. La vicenda, dopo il 19 agosto, sembra dunque già avviata sul binario giusto. Tanto che è la stessa Cancellieri a spiegare ai pm di Torino nell’interrogatorio del 22 agosto che a Gabriella Fragni «ho ritenuto, in concomitanza dell’arresto dell’ingegnere e delle figlie di farle una telefonata di solidarietà sotto l’aspetto umano». Qui il riferimento è alla telefonata ormai nota del 17 luglio. «Dopo di allora — prosegue il verbale dell’interrogatorio ministro — non l’ho più sentita
né ho sentito altri in relazione al caso Ligresti ad eccezione della telefonata con Antonino Ligresti di cui ho già riferito
». Fino a questo punto, nel verbale la «telefonata con Antonino Ligresti di cui ho già riferito», è quella del 19 agosto, quella che dura 6 minuti e che serve ad Antonino per attivare il ministro sulla vicenda di Giulia. Il testo a questo punto potrebbe concludersi. Ma va a capo per aggiungere una riga e mezza: «Ieri sera — dice Cancellieri — Antonino Ligresti mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità
e gli ho rispostoche
avevo effettuato la segnalazione nei termini che ho sopra spiegato, nulla di più». Come ha risposto il ministro? Leggendo il testo sembrerebbe con un sms. Invece il tabulato racconta una storia diversa: dal
numero di cellulare che inizia con 366 è partita una telefonata, quella che dura sette minuti e mezzo e che smentisce quanto lo stesso ministro ha dichiarato tre righe più sopra: «non l’ho più sentita né ho sentito altri in relazione al caso Ligresti ».
Le telefonate dunque sono tre: quella del 17 luglio con Gabriella Fragni, quella del 19 agosto con Antonino Ligresti e quella del 21 agosto ancora con Antonino Ligresti. Delle prime due c’è traccia negli atti depositati. La terza è contenuta in un altro tabulato, quello delle telefonate effettuate sull’utenza di Antonino Ligresti dopo il 19 agosto. E’ il tabulato che scotta, confermato a
Repubblica
da più fonti. Scotta perché annota i diversi contatti tra Antonino Ligresti, l’amico di famiglia del ministro, e le persone vicine al ministro stesso: non solo lei ma anche il marito, Sebastiano Peluso. Diverse chiamate, dicono le fonti, dal contenuto sconosciuto. Chiamate che confermano la preoccupazione della famiglia Cancellieri per quel che stava capitando agli amici. Il tabulato non è ancora stato dato alle parti e probabilmente, anche dopo il suo deposito, non cambierà la posizione che ha sempre avuto la Procura di Torino: «Agli atti non c’è nulla di penalmente rilevante».
E certamente è così. Ognuno fa il suo mestiere. E non sempre ciò che non è penalmente rilevante è politicamente sostenibile. Perché i contatti finora noti erano due. Ora sappiamo che invece sono tre e che a questi vanno aggiunti quelli tra Antonino e Sebastiano Peluso, il marito del ministro. In tutto parecchie telefonate che è molto difficile spiegare solo con la vocazione umanitaria dei Cancellieri. Un quadro non limpidissimo, anzi, imbarazzante. Al quale si potrebbero aggiungere gli eventuali contatti presenti nel brogliaccio delle telefonate di Gabriella Fragni. Delle chiamate della compagna di Salvatore Ligresti conosciamo solo le telefonate sbobinate perché ritenute rilevanti dagli inquirenti. Ma ora potrebbero diventare interessanti altre chiamate, oggi solo riassunte nel brogliaccio Fragni. Quel brogliaccio, come il tabulato che scotta, non è ancora disponibile. E forse, più della vicenda giudiziaria, potrebbe riaprire il caso politico. Perché è politicamente rilevante sapere quante telefonate sono intercorse tra i coniugi Cancellieri e la famiglia Ligresti in quei giorni di agosto. E quali altri contatti ci sono stati tra il ministro e un gruppo di presunti faccendieri accusati di reati gravissimi. Una questione di giustizia.
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LONTANO DAI RIFLETTORI
"Islanda chiama Italia", arriva anche la versione cartacea
L'ascesa e la caduta del sogno islandese, dalla nascita della società neoliberale fino alle vicende più recenti, che hanno visto gli abitanti dell’isola ribellarsi contro i propri governanti corrotti, contro i banchieri senza scrupoli, contro l’intera comunità internazionale che premeva per il pagamento di un debito ingiusto, contratto da banche private. Abbiamo intervistato Andrea Degl' Innocenti, autore del libro “Islanda chiama Italia”, disponibile ora anche nella sua versione cartacea, edito da Arianna Editrice.

di Alessandra Profilio - 7 Novembre 2013

Il racconto della ascesa e della caduta del sogno islandese, dalla nascita della società neoliberale, fino alle vicende più recenti, che hanno visto gli abitanti dell’isola ribellarsi contro i propri governanti corrotti, contro i banchieri senza scrupoli che avevano condotto il paese al collasso, contro l’intera comunità internazionale che premeva per il pagamento di un debito ingiusto, contratto da banche private.

In circa tre anni di mobilitazioni gli islandesi hanno ottenuto risultati straordinari come la caduta del governo, le dimissioni delle principali autorità di controllo, la stesura di una nuova costituzione partecipata. La recente storia dell’Islanda riassume perfettamente, la parabola di ascesa e declino del sistema sociale contemporaneo.

Per saperne di più di questo Paese e della 'rivoluzione silenziosa' portata avanti dagli islandesi, abbiamo intervistato Andrea Degl' Innocenti, autore di “Islanda chiama Italia” (Ed. Ludica, 2013), disponibile anche nella sua versione cartacea, edito da Arianna Editrice. A quattro mesi dal lancio dell’e-book curato da Ludica, che ha riscontrato un notevole successo fra i lettori, la storia delle rivolte islandesi è sbarcata ora in libreria.

Di che cosa parla il tuo libro?

Di varie cose in realtà, è un po’ un’inchiesta, un po’ un reportage, un po’ un racconto. Parla di questa isoletta senza esercito sperduta nell’Oceano Atlantico la cui gente si è ribellata contro i propri governanti corrotti, contro il potere dei ricchissimi banchieri e contro l’intera comunità finanziaria internazionale che pretendeva da loro il pagamento di un debito ingiusto. Ma parla anche del mio viaggio su quell’isola, nel maggio 2012, a raccogliere informazioni e fare interviste, a conoscere i protagonisti delle vicende di cui stavo scrivendo e a capire come sono andate le cose e quali messaggi se ne possano trarre. Infine parla di come anche qui da noi le cose stanno cambiando, piano piano, senza destare attenzione né scalpore ma costantemente.

In che cosa è consistita la rivoluzione islandese e quali risultati ha portato?

La cosiddetta rivoluzione islandese si è composta in realtà di varie fasi. Una prima fase, a cavallo fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, è stata caratterizzata da una stagione di forti proteste popolari anti-establishment. La rabbia, nata dall’improvviso e inaspettato – almeno per la popolazione – crollo delle banche e tracollo della nazione, si focalizzava soprattutto contro il governo, la banca centrale, le autorità di controllo ed i ricchissimi “Nuovi vichinghi” (la nuova classe dirigente islandese emersa in seguito alla privatizzazione del sistema finanziario). Tale fase è terminata con una vittoria schiacciante: il governo fu costretto a dimettersi, e con lui anche il governatore della Banca centrale, molti dei nuovi vichinghi fuggirono all’estero.

Una seconda fase è stata invece quella caratterizzata dalla lotta contro il debito. Dato che gli islandesi non hanno salvato le banche (neanche avrebbero potuto in realtà, viste le dimensioni), alcuni paesi stranieri hanno iniziato ad esigere dallo stato il pagamento dei debiti che queste banche fallite avevano contratto all’estero. Così, il governo aveva preparato un piano di restituzione che però pesava direttamente ed in maniera insostenibile sui cittadini. La gente tornò in piazza, ed anche in questo caso ebbe la meglio. Vennero indetti ben due referendum e la gente si oppose fermamente alla restituzione del debito contratto dai banchieri privati.

Infine c’è una terza fase, che cronologicamente si mescola con le prime due ma che è tematicamente distinta. È la fase delle proposte, del cambiamento, della novità. Con lo slancio fornito dai movimenti e dalla partecipazione popolare, gli islandesi hanno scritto una nuova costituzione partecipata (che però è ancora in attesa del via libera definitivo del parlamento, nonostante sia stata approvata con un referendum dalla maggioranza della popolazione), hanno introdotto leggi per tutelare la libertà d’espressione in rete, hanno riscoperto usanze e tradizioni antiche.


Andrea Degl'Innocenti. giornalista, nel 2012 è stato in Islanda per raccogliere materiali e intervistare i protagonisti delle rivolte islandesi
Per documentarti sei stato in Islanda, cosa hai potuto osservare direttamente durante questo viaggio e quali sensazioni hai avuto?

È stato un viaggio bellissimo. Sono partito assieme ad un amico, Marco. Quando siamo arrivati all’aeroporto eravamo evidentemente un po’ spaesati e senza che dicessimo niente una signora è venuta da noi, ci ha chiesto dove dovevamo andare e si è offerta di darci un passaggio assieme al marito fino al centro di Reykjavik (la capitale nonché unica città vera e propria dell’isola, teatro principale delle rivolte), che dista almeno 40 minuti di auto. Questo ci ha fatto capire fin da subito il carattere degli islandesi: gente estremamente aperta, gentile, ospitale, curiosa.

Una volta a Reykjavik abbiamo avuto modo di conoscere i principali protagonisti delle rivolte, persone splendide e disponibilissime a fare una chiacchierata davanti ad una birra. Salvor, una attivista di Attac, ci ha persino dato le chiavi della sua casa nuova in riva al mare, in cui si sarebbe trasferita col compagno pochi giorni dopo la nostra partenza. La cosa strana, almeno vista con gli occhi di un italiano che è sempre vissuto in grandi città, è che, essendo circa 300mila abitanti, lì tutti si conoscono. Parlare del premier o di questo o quel ministro significa spesso parlare del tuo vicino di casa. Basti pensare che gli islandesi non usano i cognomi e gli elenchi telefonici sono ordinati in base al nome di battesimo.

C’è qualcosa che ti ha colpito in particolare?

Molte cose in realtà. La natura bellissima e preponderante, l’acqua, il fuoco, il ghiaccio. Ma forse la cosa che mi ha colpito di più in assoluto sono state proprio le persone. Gente schietta e pragmatica, ma che al tempo stesso crede negli elfi e in un mondo magico in cui la natura è una sorta di divinità. Quando dicevo agli islandesi che l’acqua in Italia è privata e abbiamo dovuto fare un referendum per provare a ripubblicizzarla strabuzzavano gli occhi e mi guardavano increduli. L’acqua è sacra da loro.

E poi l’ospitalità: sarà perché di stranieri ne vedono pochi, soprattutto nei villaggi più sperduti, ma l’accoglienza islandese è una cosa straordinaria. Ti racconto un altro aneddoto, giusto per rendere l’idea. Stavamo viaggiando in macchina verso i fiordi dell’ovest, una delle zone più belle e meno turistiche dell’isola. Per ore ed ore abbiamo guidato in mezzo alla natura selvaggia, priva di tracce umane finché, verso le dieci di sera, siamo giunti in un villaggio di pescatori.

Non mangiavamo dalla mattina, ed il viaggio era ancora lungo, per cui ci siamo messi alla ricerca un posto per cenare. Allora fermiamo un signore per strada e gli chiediamo dove potevamo mangiare qualcosa, e lui dispiaciuto ci dice che a quell’ora l’unica trattoria del paese è già chiusa da un pezzo. “Se volete però, posso offrirvi qualcosa a casa mia, io e la mia famiglia abbiamo già cenato ma ci è rimasto qualcosa. Sono solo avanzi eh, ma a quest’ora non troverete di meglio”.

Gli “avanzi” erano, in ordine sparso: una grigliata di carne che sarebbe bastata a dieci persone, patate, insalata, dolce, birra e caffè. Mentre mangiavamo, vari bambini venivano curiosi a parlare con gli “stranieri”, in perfetto inglese. Ci chiedevano di Cavani e del Napoli, la loro squadra italiana preferita, e ci insegnavano a pronunciare Eyjafjallajökull (il nome del vulcano che nel 2011 paralizzò i cieli di mezzo mondo). Prima di andare via, ci danno persino del merluzzo secco da mangiare durante il viaggio, nel caso ci venisse fame.

Qual è attualmente la situazione in Islanda?

È una situazione complessa, con molte sfaccettature. Economicamente il paese è in netta ripresa, ma forse il ritrovato benessere rischia di affievolire quel movimento di protesta che ha ottenuto risultati così straordinari. La rabbia del popolo è ancora tanta, ma l’attuale assenza di un movimento coeso fa sì che questa rabbia e la voglia di cambiamento si disperdano o vengano incanalate in maniera tendenziosa dai politicanti di mestiere.

Un esempio sono le ultime elezioni, in cui ha vinto una coalizione di centro-destra, che ha cavalcato la rabbia anti-euro e anti debito per i propri scopi. Al tempo stesso però, altri segnali dimostrano che sono in atto dei cambiamenti di grossa portata nella mentalità e nelle abitudini delle persone. Cambiamenti che però, come mi ha detto lo storico islandese Arni Daniel, avranno bisogni di tempo per essere messi a sistema.

"Islanda chiama Italia". Perché questo titolo? Pensi che il nostro Paese potrebbe e dovrebbe seguire l'esempio dell'Islanda?

Ti ringrazio per la domanda, visto che una delle critiche che viene rivolta più spesso al caso islandese è quella di non essere applicabile. Non credo che esista un modello islandese applicabile su larga scala. Le caratteristiche dell’isola sono troppo peculiari per poterlo permettere. Questo però non significa che dalla vicenda non si possa trarre niente. Ci sono dei messaggi relativi alla sovranità popolare, al diritto di decidere del proprio destino, ai percorsi di partecipazione democratica che sono indipendenti da contesto specifico e possono essere d’ispirazione anche per noi.

E infatti, gli stessi concetti che sono alla base della vicenda islandese hanno ispirato e dato origine a molti altri movimenti nel mondo, dagli indignados spagnoli ai vari movimenti occupy. Anche in Italia sono sorte e stanno sorgendo realtà che criticano fortemente il sistema attuale e propongono soluzioni alternative. Nell’ultimo capitolo del libro cerco di raccogliere alcuni frammenti di queste complesse realtà e di metterle a sistema, provando a immaginare come potrebbe funzionare una società diversa, più giusta ed equa.

D’altronde che esistano centinaia di realtà in cambiamento nel nostro paese lo sa molto meglio di me Daniel Tarozzi, direttore del Cambiamento, che con il suo “Viaggio nell’Italia che cambia” è andato ad incontrarle e a scoprirle. Ma questa è un’altra storia, e un altro libro.
LE "TROPPO GRANDI PER FALLIRE" ORA SONO PIÙ GRANDI CHE MAI 
MICHAEL SNYDER
The Economic Collapse
Le banche “troppo grandi per fallire” sono ora molto, molto più grandi di quanto non fossero l’ultima volta che hanno causato così tanti problemi. Negli ultimi cinque anni le sei maggiori banche degli USA sono cresciute del 37%. Nel frattempo, 1.400 banche più piccole sono scomparse nello stesso periodo.
Ciò significa che la salute di JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley è più critica per l’economia degli Stati Uniti rispetto al passato. Se nel 2008 erano “troppo grandi per fallire”, ora devono essere “troppo colossali per crollare”. Senza queste banche, non abbiamo un’economia.
Le sei più grandi banche controllano il 67% di tutte le attività bancarie degli Stati Uniti e Bank of America da sola é responsabile di circa un terzo di tutti i prestiti alle imprese l’anno scorso. La nostra intera economia è basata sul credito, e queste banche giganti sono il centro stesso del nostro sistema di credito. Se queste banche andassero al collasso, una brutale depressione economica sarebbe garantita. Purtroppo, come si vedrà più avanti in questo articolo, queste banche non hanno imparato nulla dal 2008 e continuano ad essere estremamente imprudenti. Contano sul fatto che se qualcosa andasse storto noi le salveremmo, ma la prossima volta ciò potrebbe non accadere.
Fin dalla crisi finanziaria del 2008, i nostri politici sono andati in giro proclamando che non avranno pace finché non avranno risolto il problema delle banche “troppo grandi per fallire”, ma invece di risolverlo quelle banche sono rapidamente diventate ancora più grandi. Basta controllare i numeri seguenti, che provengono dal Los Angeles Times …
Appena prima della crisi finanziaria, Wells Fargo & Co. aveva un patrimonio di 609 miliardi di dollari. Ora ha 1400 miliardi dollari. Bank of America Corp. aveva un patrimonio di 1.700 miliardi di dollari. Ora sono 2.100 miliardi.
E gli asset di JPMorgan Chase & Co., la più grande banca della nazione, sono lievitati a 2.400 miliardi di dollari da 1.800.
Stiamo assistendo ad un consolidamento del settore bancario che è assolutamente incredibile. Centinaia di banche più piccole sono state inghiottite da questi colossi, e milioni di americani stanno scoprendo che essi devono avere a che fare con questi colossi bancari sia che lo vogliano o no.
Anche se tutto quello che fanno è far girare il denaro, queste banche sono diventate il cuore del nostro sistema economico, e stanno crescendo ad un ritmo sorprendente. I seguenti numeri provengono da un recente articolo della CNN …
- Gli asset delle sei maggiori banche degli USA sono cresciuti del 37% negli ultimi cinque anni.
- Il sistema bancario statunitense ha 14.400 miliardi di dollari in attività totali. Le sei banche maggiori ora rappresentano il 67 % di tali attività e le altre 6.934 banche rappresentano solo il 33 % di tali attività.
- Circa 1.400 banche minori sono scomparse negli ultimi cinque anni.
- JPMorgan Chase ha le dimensioni di tutta l’economia britannica.
- Le quattro maggiori banche hanno più di un milione di dipendenti messi insieme.
- Le cinque banche più grandi erogano il 42% di tutti i prestiti negli USA.
Come ho discusso in precedenza, senza queste banche giganti non c’è economia. Non avremmo dovuto mai permettere che questo accadesse, ma ora che è successo è indispensabile che gli americani capiscano che il potere di queste banche è assolutamente travolgente…
Un terzo di tutti i prestiti alle imprese di quest’anno sono state fatte da Bank of America. Wells Fargo finanzia quasi un quarto di tutti i prestiti ipotecari. E nelle casse della JPMorgan Chase sono custoditi 1.300 miliardi dollari, cioè il 12% di tutto il nostro denaro, compresi i libri paga di molte migliaia di aziende, o abbastanza per comprare 47.636.496.885 tostapane con il logo delle squadre NFL. Grazie ai vostri affari!
Un sacco di persone tendono a concentrarsi su molte delle altre minacce per la nostra economia, ma la principale minaccia che la nostra economia si trova ad affrontare è il potenziale fallimento delle banche troppo grandi per fallire. Come abbiamo visto nel 2008, quando iniziano a perdere colpi le cose possono peggiorare molto velocemente. . E come ho scritto tante volte, la minaccia principale per le banche troppo grandi per fallire è la possibilità di una crisi dei derivati.
Nomi Prins, ex banchiere di Goldman Sachs e autore di best seller, ha recentemente detto a Greg Hunter di USAWatchdog.com che l’economia globale “potrebbe implodere e avere gravi conseguenze sul sistema finanziario che iniziano con i derivati e si espandono al resto”. È possibile guardare il video completo di quell’intervista qui.
E Nomi Prins ha perfettamente ragione. Proprio come abbiamo visto nel 2008, un panico sui derivati può finire molto rapidamente fuori controllo. Le nostre grandi banche dovrebbero aver imparato la lezione del 2008 e avrebbero dovuto notevolmente ridimensionare le loro scommesse sconsiderate.
Purtroppo, ciò non è accaduto. Infatti, secondo l’ultimo rapporto trimestrale dell’OCC su trading bancario e strumenti derivati, le grandi banche sono diventate ancora più spericolate dall’ultima volta che ho scritto sull’argomento. Le seguenti cifre riflettono le nuove informazioni contenute nell’ultimo rapporto OCC …
JPMorgan Chase
Attività totali: $ 1,948,150,000,000 (poco più di 1.900 miliardi di dollari)
L’esposizione totale in derivati : $ 70,287,894,000,000 (più di 70.000 miliardi di dollari)
Citibank
Attività totali: $ 1,306,258,000,000 (un po’ più di 1.300 miliardi di dollari)
L’esposizione totale in derivati : $ 58,471,038,000,000 (più di 58.000 miliardi di dollari)
Bank Of America
Attività totali: $ 1,458,091,000,000 (un po’ più di 1.400 miliardi di dollari)
L’esposizione totale in derivati : $ 44,543,003,000,000 (più di 44.000 miliardi di dollari)
Goldman Sachs
Attività totali: $ 113,743, 000,000 (poco più di 113 miliardi di dollari – sì, avete letto bene)
L’esposizione totale in derivati : $ 42,251,600,000,000 ( più di 42.000 miliardi di dollari )
Ciò significa che l’esposizione totale che Goldman Sachs ha in contratti derivati è più di 371 volte maggiore rispetto al loro patrimonio complessivo.
Come nel mondo qualcuno può dire che Goldman Sachs non sia incredibilmente scriteriata?
E ricordate, la stragrande maggioranza di questi contratti derivati sono strumenti derivati su tassi di interesse.
Forti oscillazioni nei tassi di interesse potrebbero scatenare questa bomba e fare in modo che il nostro intero sistema finanziario precipiti nel caos.
Per il momento i rendimenti dei titoli del Tesoro USA a 10 anni si sono stabilizzati, dopo essere cresciuti rapidamente per un paio di mesi.
Ma questo cambierebbe se i tassi di interesse cominciassero a salire di nuovo drammaticamente, diventerebbe un problema enorme per le banche troppo grandi per fallire.
So che molti di voi non hanno molta simpatia per le grandi banche, ma ricordate che, se crollano, crolliamo anche noi.
Queste banche sono state incredibilmente scriteriate, ma se fallissero, tutti ne pagheremmo il prezzo.
Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/too-big-to-fail-is-now-bigger-than-ever-before
Traduzione per ComeDonChisciotte.org a cura di REMULAZZ
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LA GUERRA DEL DEBITO: UNA MODERNA TRAGEDIA GRECA
ANDREW GAVIN MARSHALL
Information Clearing House
All’inizio della giornata di giovedì 7 novembre, la squadra antisommossa della polizia greca ha assaltato gli uffici della principale emittente pubblica della nazione la quale, da cinque mesi, era occupata dai lavoratori, i quali si opponevano alla decisione del governo di cessare l’attività della stessa, licenziando migliaia di dipendenti e distruggendo un’importante istituzione culturale.
Sembra che la trasmissione sia giunta alla fine.
Continua la lunga e dolorosa tragedia greca: la società e la cultura vengono distrutte, le persone impoverite e condotte verso una profonda depressione.
Si verificano la crescita di conflitti politici e sociali, l’ascesa del fascismo, l’aumento, all’interno dei campi profughi, del numero di immigrati provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, che tentano di scappare dai dittatori che noi armiamo, dalle guerre che supportiamo; si intensificano i casi di suicidio, il degrado di salute e benessere, la scomparsa di servizi e sostegni a favore della popolazione; le persone sono condannate ad essere punite, umiliate, oppresse e distrutte… Queste sono le cosiddette “soluzioni” alla crisi, in nome del “risanamento economico”… Pensateci per un attimo.
Per quale motivo accade ciò? Perché lo richiedono alcune delle principali banche mondiali. Le stesse banche che hanno dato vita alla crisi finanziaria mondiale, alla crisi del debito europeo, alla crisi alimentare globale (la quale riduce alla fame decine di milioni di persone, incrementando, allo stesso tempo, la ricchezza delle sopraccitate banche); che riciclano centinaia di miliardi di dollari nel business del traffico di droga e della vendita di armi, finanziando guerra e terrorismo. Quelle banche esigono che gli abitanti della Grecia (e della Spagna, e dell’Italia, del Portogallo, e dell’Irlanda, e ovunque, sempre, in tutto il mondo) paghino gli interessi che reputano siano loro dovuti.
Permettetemi di spiegarlo il più semplicemente possibile: lo schermo di un computer, da qualche parte all’interno di una grande banca, ritiene che alcuni Paesi debbano a tale banca una certa somma di denaro, così gli abitanti di tale Paese devono soffrire e addirittura morire, in modo che il Governo si possa permettere di ripagare la banca. È questa la funzione del Governo, giusto? Servire le banche… Giusto?
La Grecia deve pagare le banche, perché le banche e tutti i loro amici (i cosiddetti “mercati finanziari”) hanno deciso di punire il Paese scommettendo contro la sua abilità di risanare il proprio debito, facendo crollare la sua affidabilità creditizia, rendendo maggiormente dispendiosa e, quindi, impossibile la sua capacità di prendere in prestito denaro e di reinvestirlo. A questo punto, la Grecia è fondamentalmente in bancarotta. Necessitando di denaro, si rivolge alla UE, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale in cerca di “supporto”.
Essi pretendono che il Paese – per restituire il prestito [o i prestiti, ndt] – impoverisca la popolazione, tagli i servizi sociali, l’assistenza sanitaria, l’educazione, qualsiasi cosa vada a vantaggio della popolazione – lo distrugga! – perché “troppo costoso”. Queste sono le cosiddette “misure di austerità”. Poi bisogna assicurare che siano revocati alla popolazione recentemente impoverita tutti i suoi benefici, precedentemente garantiti attraverso il “patto sociale” tra questa e il Governo (sostanzialmente, un accordo che legittima il potere dello Stato di governare sulla popolazione). Tutto ciò deve essere annientato. Cose come pensioni, salvaguardia sociale, diritti e regolamentazioni del lavoro, protezione e sicurezza, industrie, risorse, servizi e ancora tutto ciò che è un bene della popolazione, deve essere demolito e svenduto a banche e aziende straniere. Demolito per assicurare che il Paese e la popolazione appena impoveriti possano essere effettivamente ed efficientemente sfruttate da aziende multinazionali. Queste sono le “riforme strutturali”, presumibilmente chiamate così perché “riformano” la struttura propria della società.
A questo punto, con la combinazione di impoverimento e sfruttamento, arriva la luce santa di ciò che guida in modo integrale il desiderio umano e la civiltà – il nostro obiettivo ed il nostro destino come specie su questo pianeta, il fondamento sul quale sorgono le nostre società, lo stadio più elevato dell’umanità: “la crescita economica”.
Chi non vorrebbe la “crescita”? Beh, a meno che non si parli di qualcosa come verruche, eruzioni cutanee, infezioni, infiammazioni, o di tumori, chiunque desidera la “crescita”, giusto? Anche se a farne le spese sono intere società e popolazioni costituite da esseri umani in carne e ossa, nella loro individualità, come ognuno di noi. Finché si soffrirà in nome della crescita, tutti saranno felici e contenti.
Allora, qual è il significato di “crescita”? Significa che le banche e le aziende – le quali hanno collaborato con le agenzie governative e i loro funzionari, specialmente nella creazione della crisi economica e finanziaria globale – adesso hanno la possibilità di raccogliere i benefici della distruzione: enormi profitti che ne aumentino il potere globale. Le grandi multinazionali possiedono più denaro di molte delle Nazioni della Terra. Il loro potere è salvaguardato dallo Stato, la loro influenza indiscussa, il loro controllo sulle risorse mondiali, sui materiali, sulla cultura e sull’intera società è in rapido avanzamento e sono – istituzionalmente e ideologicamente – totalitarie. Cosa c’è di non apprezzabile in tutto questo?
È proprio questo ciò che vogliono. Profitti e potere. Il nostro mondo è controllato e rimodellato da una minuscola élite finanziaria, industriale, politica e intellettuale. E la maggior parte delle persone deve soffrire in modo che questa possa ottenere tutto ciò che chiunque nella stessa posizione vorrebbe avere: anzi, essi vogliono tutto. Ed esigono che si taccia su queste questioni dando loro modo di impossessarsi di tutto. Se qualcuno dovesse avere problemi a riguardo, bene, è a questo che servono squadre antisommossa, prigioni e fascismo.
Ecco il motivo per cui la Grecia deve soffrire. Ecco perché ascoltiamo continuamente il dissacrante mantra della trinità economica: austerità, riforma strutturale e crescita economica.
La moderna Tragedia Greca della “Guerra del Debito” è condotta dal trio tirannico conosciuto come “Troika”: la Commissione Europea (un’élite sopranazionale non eletta, esente da qualsiasi tipo di responsabilità, di tecnocrati che salvaguardano gli interessi delle multinazionali e del potere finanziario), la Banca Centrale Europea (tecnocrati ed economisti non eletti che si occupano degli interessi dei “mercati finanziari” e delle grandi banche) e il Fondo Monetario Internazionale (tecnocrati ed economisti non eletti che fanno gli interessi della finanza globale e delle corporazioni). Questa “Troika” di istituzioni (Commissione Europea, BCE e FMI) ha rappresentato la realizzazione concreta di quella ideologica: austerità, riforma strutturale e crescita economica.
Insieme istituzionalmente ed ideologicamente, questi fanno precipitare l’umanità nel caos.
Benvenuti nel periodo più FOLLE nella storia dell’umanità; il tutto o niente. Benvenuti nella realtà.
Ora, per piacere, vorreste cortesemente favorire il cambiamento?
Andrew Gavin Marshall è ricercatore indipendente e scrittore di Montreal, Canada, che ha pubblicato numerosi saggi legati a tematiche sociali, politiche, economiche e storiche. È co-autore del libro “The Global Economic Crisis: The Great Depression of the XXI Century” [“La crisi economica globale: la Grande Depressione del XXI secolo”, ndt].
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article36789.htm
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ILREANA
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mercoledì 13 novembre 2013

Mutui e conti, cosa cambia per imprese e famiglie
di Roberta Amoruso
Per i prestiti si spera in uno stop dei rincari. Per il capitolo prestiti, in realtà, la mossa di Draghi non cambia molto. E questo per più di un motivo. Prendiamo per esempio il caso di chi ha già o sta per accendere un prestito personale senza garanzie, per l'acquisto dei beni di consumo (come per esempio l'automobile). La prima considerazione da fare è che questo tipo di finanziamenti sono in gran parte a interessi fissi. Ma in ogni caso sono i numeri a dire che anche i nuovi contratti si sono dimostrati tutt’altro che sensibili ai tagli della Bce. Non solo. Da quando Draghi ha avviato la politica di taglio dei i tassi, e complice la crisi, molte banche o finanziarie hanno chiuso i rubinetti aumentando contestualmente il costo del credito. Secondo i dati Prometeia il credito al consumo è sceso dell’11.7% nel 2012 (-5.9% nei primi tre mesi del 2013. Mentre è l’osservatorio di PrestiOnline ad aggiungere, per esempio, che nel quarto trimestre del 2012 il tasso medio applicato sui prestiti al consumo ha raggiunto l'11,9%, mezzo punto in più rispetto alla fine del 2010. Questo nonostante nello stesso periodo la Bce abbia ridotto il costo del denaro ufficiale dall’1% allo 0,75%.

Rata più leggera per i mutui variabili. Almeno sulla carta sono le famiglie con un mutuo sulle spalle (oltre naturalmente alle imprese) ad avere il beneficio maggiore da un taglio del tasso di sconto della Bce. A patto, però, che si tratti di un mutuo a interessi variabili, che prevalentemente sono indicizzati all’Euribor (il saggio sui prestiti interbancari in Europa). Per capire però la posta in gioco basta dire che su un debito di 100mila euro, per esempio, una taglio dello 0,25% per gli interessi passivi può far scattare una riduzione della rata superiore a 10 o 15 euro al mese, a seconda delle scadenze del prestito. Va detto. però, che le quotazioni dell'Euribor hanno già in parte scontato la manovra Bce, tanto che il saggio interbancario a 3 mesi è ormai da un po’ intorno al minimo dello 0,2%. Tanto per chiarire che i margini per un’ulteriore flessione sono limitati. Senza contare che i tempi di adeguamento delle banche ai nuovi parametri non sono così stretti. Per i nuovi sottoscrittori , invece, il mutuo dovrebbero essere più a buon mercato. Sempre che le banche non ne approfittino per alzare lo spread , cioè la quota interessi che aggiungono all’Euribor, visto che prima che iniziasse il trend ribassista dei tassi gli spread erano sotto l’1% e ora invece partono da un minimo del 2,8-3%.

Perdono smalto i conti di deposito. Cattive notizie per chi ha scelto, di fatto, la liquidità, per parcheggiare i suoi risparmi, vale a dire 2 italiani su 3 secondo l’ultimo rapporto Acri-Ipsos. La limatura dei tassi di interesse decisa da Draghi spingerà, infatti, le banche a ritoccare al ribasso anche gli interessi che sono disposte a pagare per raccogliere i capitali. E i primi a farne le spese, saranno, dunque, i conti di deposito, considerati ancora da molti un rifugio sicuro e conveniente anche con i rendimenti risicati che assicuravano fino a ieri. Da oggi in poi, non solo saranno adeguati al ribasso i rendimenti dei conti liberi 8in genere intorno all’1-1,5%% lordo), ma man mano che scadono i vincoli esistenti, anche i tassi più generosi saranno inevitabilmente rivisti. Negli ultimi mesi, da quando la Bce ha iniziato a tagliare il costo del denaro, la remunerazione garantita da questi prodotti si è già ridimensionando gradualmente. Già ad aprile, l’Aduc, l’associazione dei consumatori parlava di un taglio secco dello 0,2-0,3% per il rendimento di molti conti. Oggi, infatti, gli stessi depositi vincolati a un anno capaci di offrire interessi non superiore al 4% lordo (3,2% netto) solo un anno fa andavano ben oltre i 4 punti percentuali.

Imprese, meno costi fino a 2 miliardi. I risparmi potrebbero arrivare a 2,3 miliardi l’anno per le imprese. Sarebbe questo il bonus strappato dagli imprenditori dall’ennesimo taglio del costo del denaro deciso dalla Bce. A fare i calcoli è la Cgia di Mestre che però avverte: «Stiamo ipotizzando che la riduzione del tasso avvenga in egual misura anche su quelli al dettaglio». Cosa non del tutto scontata. Ecco perchè, se la riduzione del tasso ufficiale di riferimento della Bce allo 0,25% non fosse recepita integralmente anche dal sistema bancario italiano, gli effetti potrebbero essere «sovrastimati». A fronte di un livello di indebitamento delle nostre aziende nei confronti del sistema bancario pari a 921,5 miliardi, la riduzione del Tasso ufficiale allo 0,25% potrebbe dar luogo ad una contrazione degli interessi annui a carico del sistema imprenditoriale superiore a 2 miliardi. Un numero che spalmato su tutte le imprese potrebbe comportare un beneficio medio annuo pari a 443 euro. In teoria, dunque, il taglio Bce dovrebbe iniettare più liquidità e favorire l’accesso al credito. Ma rimangono dubbi sui tempi che impiegherà questa mossa per far sentire i suoi effetti, se è vero che le banche impiegano nove mesi per metabolizzare le decisioni di Francoforte. Di qui l’interrogativo: servirà a dare una scossa all’economia reale? 

Risparmi per il Tesoro con i titoli di Stato. L’effetto-Draghi sui titoli di Stato è senza dubbio quello più immediato ed evidente. E basta guardare il calo dei rendimenti, soprattutto sulle scadenze brevi, per concludere che la mossa Bce è per i Btp senz’altro una buona notizia. Sono tuttavia, un po’ tutti i Paesi dell’Eurozona a festeggiare. Germania compresa, visto che la scadenza a 2 anni del Bund è tornata di nuovo su valori prossimi allo zero.Risultato: lo spread Btp/Bund si è ridotto ai minimi da cinque mesi (a 240 punti base rispetto ai 244 di mercoledì, ormai a 4 punti di distanza da Madrid) con il rendimento dei titoli italiani decennali sceso calato al 4,09% 8dal 4,19%). La performance più interessante, tuttavia, a sentire gli operatori, arriva dalle scadenze brevi, visto che mentre i terminali registravano cali nell’ordine dei 10 punti per il Bund a 2 anni, la corrispondente scadenza italiana andava a picco di 15 punti, verso l’1,25%. Segno che il mercato è convinto che da ora in poi la Bce farà di tutto per evitare che l'Eurozona finisca in deflazione e in una nuova recessione. Compreso lanciare un nuovo Ltro entro fine anno. Non solo. Oltre al guadagno immediato già realizzato i Btp beneficeranno anche di un nuovo appeal ora che che i titoli tedeschi sono di nuovo vicini allo zero in termini di rendimento.

Il rebus dei derivati mina da 30 miliardi. Per Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia, si tratta di un’operazione trasparenza. Per la prima volta ha fornito alla Banca d’Italia il dato puntuale del valore «mark to market» dei derivati dello Stato italiano. Si tratta del guadagno o della perdita potenziale che i conti pubblici dovrebbero sopportare con una chiusura in un momento determinato delle operazioni di copertura rischi sottoscritte con le banche. Il dato è stato inserito nel Bollettino della Banca d’Italia. Si tratta di un valore negativo per quasi 30 miliardi di euro (29,236 miliardi per l’esattezza). Valori, come detto virtuali, che possono migliorare o peggiorare a seconda che i tassi o i cambi aumentino o diminuiscano. Il taglio dei tassi della Bce deciso ieri da Mario Draghi, insomma, potrebbe avere impatti rilevanti anche sul valore dei derivati del Tesoro. Gli effetti possono farsi sentire sui conti pubblici, come dimostra la vicenda di Morgan Stanley, che nei mesi scorsi ha chiuso un derivato con lo Stato italiano, che ha dovuto versare 2,6 miliardi di dollari.

Venerdì 8 Novembre 2013

Draghi taglia i tassi ha paura della deflazione
By mario.giovanardi
INCUBO DEFLAZIONE DRAGHI TAGLIA ANCORA I TASSI D’INTERESSE
IL COSTO DEL DENARO NELL’EUROZONA SCENDE DALLO 0,5 ALLO 0,25 PER CENTO PER SPINGERE L’ECONOMIA E AIUTARE LE BANCHE: CON I PREZZI PIATTI SI RISCHIA LA FINE DEL GIAPPONE.
Deflazione. Il taglio del costo del denaro dello 0,25 per cento annunciato ieri dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, conferma che la zona euro teme di essere entrata in una nuova fase della crisi, l’ennesima. La ripresa dell’economia reale non arriva, i prezzi sono piatti, le imprese non investono perché la domanda è debole e le banche quindi sono restie a finanziare chi ha debiti elevati, come l’Italia, finisce per essere schiacciato da un macigno che soltanto l’inflazione potrebbe erodere (se salgono i prezzi, scende il valore reale della somma da rimborsare).
“CI ATTENDE UN PERIODO prolungato di bassa inflazione che sarà seguito da un graduale movimento dei tassi verso il 2 per cento. Quindi la nostra politica monetaria rimarrà accomodante fino a quando sarà necessario”, ha spiegato a Francoforte Mario Draghi, annunciando un taglio del tasso di interesse di riferimento (e anche di quello per le operazioni al margine, dall’1 allo 0,75 per cento) che i mercati non speravano di vedere così presto. I membri del Consiglio direttivo della Bce, cioè i sei del consiglio esecutivo più i 17 governatori delle Banche centrali nazionali dell’Eurozona, non erano tutti d’accordo: alcuni partecipanti volevano aspettare dicembre, quando la Bce presenterà le proprie stime sull’inflazione. Di solito sono i tedeschi quelli più cauti, la Bundesbank è sempre restia a dire che è il momento di spingere l’economia, non hanno mai esorcizzato l’ombra di Weimar, quando la combinazione tra inflazione e austerità precipitò la Repubblica verso il nazismo. Ma Draghi ha portato in consiglio i numeri presentati martedì dalla Commissione europea: la crescita dei prezzi dell’Eurozona è passata dal +1,1 di settembre al +0,7 di ottobre, un tracollo che a Francoforte non si aspettavano e che ha consigliato di agire subito, senza aspettare dicembre. Il mandato della Bce le impone di perseguire la stabilità dei prezzi, cioè tenere l’inflazione attorno al 2 per cento, un dato troppo basso è un problema come un eccesso. E quindi ecco il taglio, l’ultimo risaliva a maggio. È la quinta volta, da quando si è insediato nel novembre 2011, che Draghi riduce il costo del denaro.
“Non siamo il Giappone”, risponde Draghi a un giornalista giapponese che invita a un paragone tra le difficoltàdell’Eurozona e i lunghi decenni di stagnazione nipponica, con prezzi in costante calo, bassi investimenti e aumento del debito pubblico. L’analisi di Draghi è questa: nel 2008 tutti avevano accumulato troppo debito, le imprese, le famiglie, gli Stati, le banche. Il processo di “deleveraging”, cioè di riduzione del debito, è inevitabile, per quanto doloroso. Ma i fondamentali della zona euro sono buoni: il deficit complessivo dei Paesi della moneta unica era il 3,1 nel 2013 e sarà il 2,5 nel 2014 (anche se il debito sale, dal 95,5 per cento del Pil nel 2013 al 95,9 nel 2014). Basta che i governi facciano le riforme strutturali e la crescita arriverà “galoppante”. Il taglio dei tassi darà un po’ di spinta: le famiglie avranno mutui più leggeri (quelle col tasso variabile), le imprese pagheranno meno il credito e chi esporta ottiene subito un vantaggio di prezzo (il cambio col dollaro crolla dopo l’annuncio del taglio), mentre le banche guadagnano un po’ di aria per affrontare con più tranquillità mesi difficili.
LA BCE È IMPEGNATA anche in un lungo processo che, tra un anno, la porterà a diventare il supervisore unico delle principali banche europee, con la possibilità di liquidare quelli insolventi. Ci sarà prima un’analisi dei bilanci, per far emergere i crediti inesigibili che devono diventare perdite invece che restare a gonfiare gli attivi, poi stress test più severi di quelli (fallimentari) condotti dall’ormai dimenticata Eba, l’autorità bancaria europea, e dopo le ricapitalizzazioni e forse qualche fallimento controllato, le banche saranno pronte per sostenere la ripresa nel 2015. Almeno questo è il piano, pieno di insidie. Draghi si gioca la reputazione, perché tutta l’Unione bancaria si regge sulla credibilità della sua Bce. Ma mentre si preoccupa delle banche, per evitare futuri disastri, non può trascurare la crisi attuale.
Se il rischio deflazione rimarrà elevato, Draghi ha già detto di essere pronto a portare a zero il costo del denaro, “c’è ancora spazio”. Ed è pronto a usare anche altre leve, una volta esaurita quella del tasso principale. Per esempio può imporre un tasso negativo, cioè far pagare, alle banche che depositano liquidità presso la Bce, oggi a zero, così da costringerle a immettere soldi nel sistema invece che tenerli immobilizzati a Francoforte.
Da Il Fatto Quotidiano del 08/11/2013. Stefano Feltri via triskel182.wordpress.com
Al via l’Unione bancaria
Chi è lo sceriffo americano chiamato in aiuto da Draghi

Il lungo (e non immacolato) curriculum dei consulenti di Oliver Wyman
L’operazione trasparenza è iniziata. Da novembre, come ha annunciato ieri lo stesso Mario Draghi, partirà l’esame degli attivi delle banche europee: 130 istituti del Vecchio continente, tra cui 15 italiani, passeranno al vaglio degli ispettori coordinati dalla Banca centrale europea. Il primo passo dell’Unione bancaria. Anche per questo sarà un esame severo, assicurano a Francoforte: non è certo interesse della squadra di Draghi prendere in carica problemi che vengono dal passato. Un’operazione di controllo così impegnativa che, per dare una mano agli sceriffi dell’area euro, la Bce ha assoldato un consulente che arriva dagli Stati Uniti: la Oliver Wyman, premiata ditta che ha già lavorato tra l’altro al servizio di Slovenia e Spagna. Ma che in passato ha preso le sue belle cantonate. La più clamorosa nel 2006, in pieno boom economico-finanziario, quando davanti alla platea di Davos, promosse la Anglo Irish Bank di Dublino quale “migliore banca del mondo”. Peccato che tre anni dopo l’Irlanda precipitò in crisi per evitare che il crac dell’istituto facesse affondare il paese. “Sì, non è stata una buona idea – ammettono oggi alla Wyman, più di 3 mila esperti presenti un po’ in tutta Europa oltre che negli Stati Uniti – ma era una classifica basata sulla redditività per i soci”. Insomma sul Roe (return on equity), il parametro di moda negli anni ruggenti quando, pur di aumentare i profitti, consulenti e analisti suggerivano ai banchieri di aumentare la scommessa sui derivati. Come, disgraziatamente, Oliver Wyman fece con Ubs e la stessa Citigroup, entrambe salvate dai rispettivi governi. E’ il caso di affidarsi a esperti con questo pedigree? La società americana è stata scelta dopo regolare concorso. Non solo. In questi anni Oliver Wyman ha lavorato in tutte le situazioni di crisi, dal Portogallo all’Irlanda fino alla Grecia e alla Spagna, che ha affiancato nelle trattative con l’Unione europea al momento della crisi bancaria. Eppure la decisione di Francoforte ha suscitato non poche perplessità. Quando mai si è vista una Banca centrale affidare la missione più delicata a un ispettore privato, che per giunta viene da fuori? Ve l’immaginate la Federal Reserve che affida a un consulente di Londra o Parigi i libri contabili di Goldman Sachs? I consulenti, è la replica di Francoforte, si occuperanno soltanto di organizzazione e metodo. Ma non entreranno per nessun motivo nelle stanze dei bottoni. Sarà, ma un terzo delle forze di Oliver Wyman sarà distribuito nelle sedi nazionali come è già avvenuto in occasione della consulenza a Madrid, con cinquanta esperti nella sola Banca centrale.

La Bce e le questioni di staff
Tuttavia, per capire la scelta della Bce bastano pochi numeri. Nel 2009, dopo il crac di Lehman Brothers, fu necessario mobilitare l’intera Federal Reserve per fare il punto sullo stato di salute di 19 banche statunitensi, assai meno dei 130 istituti da esaminare in Europa. I numeri, poi, raccontano solo una parte della realtà. La Fed è una struttura consolidata, che vanta alle spalle un secolo di attività, chiamata a vigilare su banche che obbediscono a una sola legge. La Bce, invece, deve mettere ordine tra regole non omogenee, con differenze tra loro spesso rilevanti. E con sistemi di Vigilanza diversi tra loro, non ultimo per il diverso grado di indipendenza dall’autorità politica. Senza trascurare le scontate rivalità, in parte inevitabili visto che l’esercito degli ispettori di Draghi nasce soltanto adesso: 800 uomini, in arrivo per una buona metà dalle Banche centrali d’Europa. Ma fino a che punto un dirigente tedesco si spoglierà dei panni della Bundesbank per analizzare senza pregiudizi i conti di una banca italiana? O viceversa? Per questo non fa male disporre di un filtro, quale l’americana Wyman, insensibile (si spera) ai richiami nazionali. E poi c’è l’eredità dei test dell’Eba, l’organismo comunitario europeo che stavolta opererà sotto la supervisione della Bce, da cui risultarono sane banche finite sull’orlo del baratro poche settimane dopo il verdetto. “Dopo questi precedenti – ha detto di recente Paul De Grauwe della London School of Economics – la Bce non può più concedersi alcun errore”. Per questo conviene affidarsi a uno sceriffo che arriva dal West. Purché stavolta non sbagli la mira.

© - FOGLIO QUOTIDIANO                                                                 24 ottobre 2013 - ore 09:51
di Ugo Bertone