martedì 24 giugno 2014
Giovani senzatetto, emergenza europea
Una ricerca fotografa l'aumento in tutto il continente, un fenomeno acuito dalla recessione: gli homeless sono almeno 50 mila nelle città per cui si hanno dati. In Italia sono triplicati. "Eppure la maggioranza si può reintegrare: ecco come"
di TITO BOERI
Fra una settimana inizierà il nostro turno di presidenza dell'Unione Europea e il primo luglio si riunirà per la prima volta il nuovo Parlamento europeo, uscito dalle urne un mese fa. Sarebbe bello che nei discorsi programmatici all'inizio del semestre italiano e, ancor di più, nei primi atti pubblici dell'organismo oggi più democratico di cui disponga l'Unione venisse dato un qualche segno di attenzione agli ultimi degli ultimi, a coloro che non sono registrati nei seggi elettorali semplicemente perché non hanno una residenza.
I senza dimora sono ormai come una città nella città, una popolazione di 50.000 persone nelle sole città europee su cui si hanno dati disponibili. Questi cittadini che dormono accampati in qualche modo nelle strade, anche nei mesi invernali, o trovano occasionalmente rifugio in qualche centro d'assistenza, sono aumentati in media in Europa del 45% durante la Grande Recessione. Non solo nei paesi della crisi del debito (in Italia sono triplicati), ma anche in Germania e nel nord-Europa. Cambia, tra il Nord e il Sud, ma anche tra Est e Ovest dell'Europa, la loro composizione. Più immigrati al Nord, più autoctoni, soprattutto giovani, al Sud dove è esplosa la disoccupazione giovanile. A Est sono soprattutto gli emigrati di ritorno a gonfiare le fila dei senza casa: avevano cercato fortuna in Spagna e Italia, ma la mancanza di lavoro li ha spinti a tornare a casa, più poveri di prima. Aumenta ovunque la percentuale di donne, una conseguenza dell'aumento del numero di famiglie monoparentali.
Sono questi alcuni dei principali risultati di uno studio, coordinato da Michela Braga per la fondazione Rodolfo Debenedetti, che verrà presentato venerdì prossimo a Roma. Si basa sulle ricerche di tre gruppi di studiosi, australiani, statunitensi ed europei, che da anni monitorano e analizzano il fenomeno dei senza casa, oltre che sui censimenti, organizzati dalla fondazione, in tre città italiane (Milano, Roma e Torino). Quello di Roma, i cui risultati verranno anticipati oggi in un incontro presso l'Aranciera di San Sito con le associazioni del volontariato che hanno contribuito a questa iniziativa, ha coinvolto più di 1.500 volontari che hanno per tre notti setacciato le strade all'interno del grande raccordo anulare, contando e intervistando i senza fissa dimora.
Perdita del lavoro e rottura del nucleo famigliare, due eventi tra di loro correlati perché lo stress legato alla perdita del lavoro deteriora le relazioni affettive, sono le cause maggiormente ricorrenti di questo stato. Tutto avviene nel volgere di pochi giorni e ci si ritrova, quasi senza accorgersene, senza casa e senza una famiglia cui fare riferimento. Si perdono pressoché del tutto i contatti umani, dato che ci si fida poco delle altre persone con cui si condivide questa esperienza. È una condizione che può durare a lungo, in media 3 anni a Milano e 6 anni a Roma. Contrariamente a credenze diffuse, non si tratta di persone destinate comunque alla marginalità perché alcoolizzate e comunque affette da gravi patologie psichiche, ma di persone in grado di reintegrarsi perfettamente nel tessuto sociale, una volta trovato un lavoro e, grazie a questo, una casa. Le politiche di prevenzione e di aiuto nella ricerca di lavoro, condotte nei loro confronti in paesi come la Finlandia e la Germania, hanno in queste realtà effettivamente portato al dimezzamento del loro numero dal 2000 al 2007, anche se poi la Grande Recessione e la crisi dell'Eurozona hanno nuovamente peggiorato la situazione.
Servono anche le politiche della casa. Noi abbiamo smesso di investire in edilizia sociale proprio quando i grandi flussi d'immigrazione cominciavano a prendere come obiettivo il nostro paese. Lo abbiamo fatto destinando al pagamento di pensioni, spesso a persone con meno di cinquant'anni e perfettamente in grado di lavorare, i contributi obbligatori originariamente devoluti alla Gescal, il fondo per l'edilizia popolare. E le Regioni, divenute titolari dal 1998 dei programmi di edilizia popolare, hanno pensato di vendere 150.000 alloggi (un terzo dello stock nel Nord-Italia) proprio mentre il numero di immigrati cresceva a tassi del 25 per cento all'anno.
Abbiamo così uno stock di alloggi di edilizia popolare e convenzionata pari a un quarto di quello di Francia e Regno Unito in rapporto al totale degli alloggi disponibili. Ci vogliono, così, mediamente 15 anni per avere un alloggio in una casa popolare, una volta maturati i requisiti. Se le Regioni manterranno le competenze in materia di edilizia popolare dopo la riforma del Titolo V, è bene che siano loro (e non i Comuni) a finanziare i centri di assistenza e i dormitori per i senza casa. Avranno così gli incentivi giusti per affrontare un problema che rischia di sfuggirci di mano, nonostante da noi le relazioni famigliari siano più forti che in altri paesi e contribuiscano a contenere il fenomeno, e nonostante lo straordinario contributo del volontariato nel gestire questa emergenza sociale.
Una ricerca fotografa l'aumento in tutto il continente, un fenomeno acuito dalla recessione: gli homeless sono almeno 50 mila nelle città per cui si hanno dati. In Italia sono triplicati. "Eppure la maggioranza si può reintegrare: ecco come"
di TITO BOERI
Fra una settimana inizierà il nostro turno di presidenza dell'Unione Europea e il primo luglio si riunirà per la prima volta il nuovo Parlamento europeo, uscito dalle urne un mese fa. Sarebbe bello che nei discorsi programmatici all'inizio del semestre italiano e, ancor di più, nei primi atti pubblici dell'organismo oggi più democratico di cui disponga l'Unione venisse dato un qualche segno di attenzione agli ultimi degli ultimi, a coloro che non sono registrati nei seggi elettorali semplicemente perché non hanno una residenza.
I senza dimora sono ormai come una città nella città, una popolazione di 50.000 persone nelle sole città europee su cui si hanno dati disponibili. Questi cittadini che dormono accampati in qualche modo nelle strade, anche nei mesi invernali, o trovano occasionalmente rifugio in qualche centro d'assistenza, sono aumentati in media in Europa del 45% durante la Grande Recessione. Non solo nei paesi della crisi del debito (in Italia sono triplicati), ma anche in Germania e nel nord-Europa. Cambia, tra il Nord e il Sud, ma anche tra Est e Ovest dell'Europa, la loro composizione. Più immigrati al Nord, più autoctoni, soprattutto giovani, al Sud dove è esplosa la disoccupazione giovanile. A Est sono soprattutto gli emigrati di ritorno a gonfiare le fila dei senza casa: avevano cercato fortuna in Spagna e Italia, ma la mancanza di lavoro li ha spinti a tornare a casa, più poveri di prima. Aumenta ovunque la percentuale di donne, una conseguenza dell'aumento del numero di famiglie monoparentali.
Sono questi alcuni dei principali risultati di uno studio, coordinato da Michela Braga per la fondazione Rodolfo Debenedetti, che verrà presentato venerdì prossimo a Roma. Si basa sulle ricerche di tre gruppi di studiosi, australiani, statunitensi ed europei, che da anni monitorano e analizzano il fenomeno dei senza casa, oltre che sui censimenti, organizzati dalla fondazione, in tre città italiane (Milano, Roma e Torino). Quello di Roma, i cui risultati verranno anticipati oggi in un incontro presso l'Aranciera di San Sito con le associazioni del volontariato che hanno contribuito a questa iniziativa, ha coinvolto più di 1.500 volontari che hanno per tre notti setacciato le strade all'interno del grande raccordo anulare, contando e intervistando i senza fissa dimora.
Perdita del lavoro e rottura del nucleo famigliare, due eventi tra di loro correlati perché lo stress legato alla perdita del lavoro deteriora le relazioni affettive, sono le cause maggiormente ricorrenti di questo stato. Tutto avviene nel volgere di pochi giorni e ci si ritrova, quasi senza accorgersene, senza casa e senza una famiglia cui fare riferimento. Si perdono pressoché del tutto i contatti umani, dato che ci si fida poco delle altre persone con cui si condivide questa esperienza. È una condizione che può durare a lungo, in media 3 anni a Milano e 6 anni a Roma. Contrariamente a credenze diffuse, non si tratta di persone destinate comunque alla marginalità perché alcoolizzate e comunque affette da gravi patologie psichiche, ma di persone in grado di reintegrarsi perfettamente nel tessuto sociale, una volta trovato un lavoro e, grazie a questo, una casa. Le politiche di prevenzione e di aiuto nella ricerca di lavoro, condotte nei loro confronti in paesi come la Finlandia e la Germania, hanno in queste realtà effettivamente portato al dimezzamento del loro numero dal 2000 al 2007, anche se poi la Grande Recessione e la crisi dell'Eurozona hanno nuovamente peggiorato la situazione.
Servono anche le politiche della casa. Noi abbiamo smesso di investire in edilizia sociale proprio quando i grandi flussi d'immigrazione cominciavano a prendere come obiettivo il nostro paese. Lo abbiamo fatto destinando al pagamento di pensioni, spesso a persone con meno di cinquant'anni e perfettamente in grado di lavorare, i contributi obbligatori originariamente devoluti alla Gescal, il fondo per l'edilizia popolare. E le Regioni, divenute titolari dal 1998 dei programmi di edilizia popolare, hanno pensato di vendere 150.000 alloggi (un terzo dello stock nel Nord-Italia) proprio mentre il numero di immigrati cresceva a tassi del 25 per cento all'anno.
Abbiamo così uno stock di alloggi di edilizia popolare e convenzionata pari a un quarto di quello di Francia e Regno Unito in rapporto al totale degli alloggi disponibili. Ci vogliono, così, mediamente 15 anni per avere un alloggio in una casa popolare, una volta maturati i requisiti. Se le Regioni manterranno le competenze in materia di edilizia popolare dopo la riforma del Titolo V, è bene che siano loro (e non i Comuni) a finanziare i centri di assistenza e i dormitori per i senza casa. Avranno così gli incentivi giusti per affrontare un problema che rischia di sfuggirci di mano, nonostante da noi le relazioni famigliari siano più forti che in altri paesi e contribuiscano a contenere il fenomeno, e nonostante lo straordinario contributo del volontariato nel gestire questa emergenza sociale.
venerdì 20 giugno 2014
Rapporti commerciali Italia-Cina: delegazione ICFA in Sicilia in missione di sviluppo
Giovedì, 19 Giugno 2014 09:58
Di Francesco La Licata Categoria: Internazionalizzazione
Roma, il 18 Giugno 2014 – Nell’ambito delle attività di sviluppo e di relazioni internazionali della Confederazione, anche in prospettiva di EXPO 2015, la prossima settimana la CIFA, con la collaborazione dell’Associazione Physeon, supporterà una delegazione cinese in missione di cooperazione in Sicilia.
Infatti, la Signora Yan Wang (nella foto accanto al Presidente dell'Associazione Physeon Maria Moreni), Presidente dell’Associazione ICFA (Italy China Friendship Association), avvierà nell’isola una serie di incontri con imprenditori e con rappresentanti degli enti locali, finalizzati a promuovere la cooperazione bilaterale tra Italia e Cina, con particolare riguardo a settori di attività quali il turismo, l’artigianato di qualità, l’agroindustria.
L’associazione ICFA, che vanta tra l’altro l’affiliazione con un’istituzione cinese come la CPAFFC (The Chinese People’s Association for Friendship with Foreign Countries), presieduta da Li Xiaolin, figlia dell’ex presidente cinese, ha già avviato in Sicilia importanti relazioni a livello istituzionale, che hanno un unico obiettivo: facilitare la vicinanza tra gli operatori economici dei due Paesi, per stringere alleanze e rapporti di collaborazione tra imprese, a partire da un approfondimento della reciproca conoscenza delle culture dei popoli e dei valori delle tradizioni locali.
“La nostra presenza in Italia – dichiara Yan Wang – esprime il senso di vicinanza al popolo italiano, alla sua cultura, e conferma l’interesse a stringere per il futuro rapporti di partnership culturale ed economica sempre più forti: i nostri Paesi hanno tante potenzialità, ed offrono diverse opportunità per sviluppare business tra imprese cinesi ed italiane”.
Segnaliamo che nel contesto dei programmi mirati all'internazionalizzazione delle PMI, e del rapporto di collaborazione con ICFA, l'Associazione Physeon è promotrice del progetto High Quality Italy, che promuove le imprese italiane di eccellenza, integrandole nei circuiti internazionali di distribuzione e di commercializzazione.
“Si tratta di un’occasione importante per le nostre imprese siciliane – conferma Andrea Cafà (in foto), Presidente nazionale CIFA – di mostrare ai rappresentanti cinesi le nostre capacità, di mettere in evidenza le produzioni di eccellenza, che certamente troveranno in Cina la possibilità di trovare un nuovo mercato. E devo esprimere grande apprezzamento per la missione di sviluppo della delegazione ICFA, perché coniuga l’opportunità di approfondire i valori culturali di un territorio, con lo slancio a perseguire nuove strade per l’internazionalizzazione. Gli imprenditori che all’estero hanno avuto successo – conclude Cafà – sono quelli che hanno prima acquisito conoscenza e consapevolezza dei valori culturali e sociali dei Paesi verso i quali orientare gli investimenti”.
Giovedì, 19 Giugno 2014 09:58
Di Francesco La Licata Categoria: Internazionalizzazione
Roma, il 18 Giugno 2014 – Nell’ambito delle attività di sviluppo e di relazioni internazionali della Confederazione, anche in prospettiva di EXPO 2015, la prossima settimana la CIFA, con la collaborazione dell’Associazione Physeon, supporterà una delegazione cinese in missione di cooperazione in Sicilia.
Infatti, la Signora Yan Wang (nella foto accanto al Presidente dell'Associazione Physeon Maria Moreni), Presidente dell’Associazione ICFA (Italy China Friendship Association), avvierà nell’isola una serie di incontri con imprenditori e con rappresentanti degli enti locali, finalizzati a promuovere la cooperazione bilaterale tra Italia e Cina, con particolare riguardo a settori di attività quali il turismo, l’artigianato di qualità, l’agroindustria.
L’associazione ICFA, che vanta tra l’altro l’affiliazione con un’istituzione cinese come la CPAFFC (The Chinese People’s Association for Friendship with Foreign Countries), presieduta da Li Xiaolin, figlia dell’ex presidente cinese, ha già avviato in Sicilia importanti relazioni a livello istituzionale, che hanno un unico obiettivo: facilitare la vicinanza tra gli operatori economici dei due Paesi, per stringere alleanze e rapporti di collaborazione tra imprese, a partire da un approfondimento della reciproca conoscenza delle culture dei popoli e dei valori delle tradizioni locali.
“La nostra presenza in Italia – dichiara Yan Wang – esprime il senso di vicinanza al popolo italiano, alla sua cultura, e conferma l’interesse a stringere per il futuro rapporti di partnership culturale ed economica sempre più forti: i nostri Paesi hanno tante potenzialità, ed offrono diverse opportunità per sviluppare business tra imprese cinesi ed italiane”.
Segnaliamo che nel contesto dei programmi mirati all'internazionalizzazione delle PMI, e del rapporto di collaborazione con ICFA, l'Associazione Physeon è promotrice del progetto High Quality Italy, che promuove le imprese italiane di eccellenza, integrandole nei circuiti internazionali di distribuzione e di commercializzazione.
“Si tratta di un’occasione importante per le nostre imprese siciliane – conferma Andrea Cafà (in foto), Presidente nazionale CIFA – di mostrare ai rappresentanti cinesi le nostre capacità, di mettere in evidenza le produzioni di eccellenza, che certamente troveranno in Cina la possibilità di trovare un nuovo mercato. E devo esprimere grande apprezzamento per la missione di sviluppo della delegazione ICFA, perché coniuga l’opportunità di approfondire i valori culturali di un territorio, con lo slancio a perseguire nuove strade per l’internazionalizzazione. Gli imprenditori che all’estero hanno avuto successo – conclude Cafà – sono quelli che hanno prima acquisito conoscenza e consapevolezza dei valori culturali e sociali dei Paesi verso i quali orientare gli investimenti”.
Il grande spreco di Stato tra stampanti e scrivanie: 30 miliardi da risparmiare
Oggi ci sono 32 mila stazioni appaltanti, potrebbero ridursi a 40. Si può spendere fino all'80% in meno centralizzando gli acquisti
di FEDERICO FUBINI e ROBERTO MANIA
ROMA - È un segreto di Stato. Nessuno sa quali siano le regole da applicare nei contratti tra gli amministratori pubblici e i fornitori di beni e servizi. È un patchwork da quasi 130 miliardi l'anno con oltre 32 mila soggetti - stazioni appaltanti, in burocratese - che decidono con i soldi dei contribuenti. Se si limasse questa spesa del 10%, riducendo le "stazioni" a 30 o 40, azzerando la discrezionalità e le mediazioni politiche, si libererebbero più risorse di quelle necessarie per il bonus da 80 euro. C'è chi stima che si arriverebbe fino a 30 miliardi di risparmi.
Va alzato il velo sui dati, però. Questo dovrebbe diventare il cuore della prossima legge di Stabilità: tagli mirati, semplificando la giungla degli appalti dove tutto alla fine può succedere. Il ministero dell'Economia ha incaricato il Sose, una sua controllata, di collezionare i costi dei vari enti per gli stessi beni e servizi, di renderli comparabili e pubblici. Qualcosa però si può già capire dai dati del Tesoro sul 2012. Tavoli, sedie, stampanti, computer e programmi Microsoft vengono da pianeti diversi a seconda di chi li compra. E i ministeri sembrano appaltatori più incompetenti di comuni, provincie, regioni, università o aziende sanitarie.
Una "sedia operativa", cioè la sedia classica dell'impiegato, costa in media 90,09 euro se comprata da un'amministrazione centrale. Ma il prezzo scende a 78,14 euro, con un risparmio del 13,26 %, se l'acquisto avviene attraverso
la Consip, la società pubblica che centralizza in grandi contratti circa il 10% dei 130 miliardi spesi ogni anno in beni e servizi.
Ci sono anche casi estremi. Una stampante individuale costa 214,95 euro se acquistata fuori convenzione, prezzo che precipita a 39 euro quando la stampante è presa invece tramite Consip. Vuol dire una differenza dell'81,86%. Ma ci sono anche i 573,87 euro che le amministrazioni spendono in media per ciascun portatile fuori convenzione Consip, rispetto ai 483 con convenzione. E che dire del costo di un minuto al telefono fisso o cellulare?
Quando il contratto con l'operatore è concluso senza Consip, l'onere è di oltre il 70% più alto. E dell'57% più alto per ogni messaggio sul telefonino. Domenico Casalino, amministratore delegato di Consip, è convinto che i margini per tagliare la spesa siano ampi: "Dieci miliardi o più - dice - se si centralizzano gli acquisti per comparare e rendere trasparenti gli acquisti, affidandosi ai software e attenendosi ai costi standard".
L'Autorità di controllo sui contratti pubblici (Acvp), alla cui guida ieri è stato nominato Raffaele Cantone, stima che si avrebbero risparmi fino al 14,6% se nella Sanità ci si attenesse a una griglia di prezzi di riferimento sui servizi di lavanderia, ristorazione e pulizia. Per i farmaci, poi, la spesa si ridurrebbe del 7,4% e sui dispositivi medici del 26.
Anche la Corte dei conti, nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, nota incongruenze in quelle che chiama le "spese per gli organi istituzionali". Questi sono gli stessi ovunque, con gli stessi telefoni, sedie, tavoli, auto e la stessa benzina per farle andare. Ma nel 2012 il peso per abitante è stato di 10,5 euro nelle regioni del Centro, 11 euro al Nord e 24,9 euro al Sud. Ci sono poi disparità in cui a fare peggio sono le aree più ricche del Paese. I contratti di licenza e assistenza software costano 2,7 euro per abitante nelle regioni a statuto ordinario e 14,7 euro nelle aree autonome o a statuto speciale: in primo luogo Trento, Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Valle d'Aosta. Per non parlare di "noleggi e locazioni", che in queste regioni e provincie dell'arco alpino costano per abitante cinque volte più che nei territori a statuto ordinario. E nel costo pro-capite delle utenze telefoniche pubbliche è il Nord-Ovest d'Italia a presentare le bollette più salate (in media 132 euro).
Difficile però distinguere l'incompetenza dal puro e semplice ladrocinio. Ci hanno provato tre economisti italiani, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Tommaso Valletti, con un studio che è diventato un caso internazionale. Lo ha pubblicato l'American Economic Review, che non dà spazio quasi mai a articoli su un singolo Paese estero. Ha fatto un'eccezione per l'Italia, perché i numeri di Bandiera, Prat e Valletti sono eccezionali. I tre hanno lavorato con la banca dati Consip sugli scarti fra regioni o enti nell'acquisto di 21 articoli come benzina o stampanti. I loro risultati sono sorprendenti.
In primo luogo, hanno scoperto che se tutti gli uffici spendessero per gli stessi beni come il 10% più virtuoso, il risparmio sarebbe di 30 miliardi. Ma soprattutto lo studio dell'American Economic Review usa un modello matematico per dividere l'incompetenza dalla disonestà: secondo i tre economisti, l'83% è "spreco passivo", dovuto a inefficienza, mentre il 17% è "spreco attivo" da razzia e ruberie.
La corruzione trova terreno fertile nel percorso che si snoda dalle migliaia di stazioni appaltanti fino ai piccoli che vivono di subappalti. Accusa la Commissione europea: "In Italia la corruzione risulta particolarmente lucrativa nella fase successiva all'aggiudicazione, soprattutto nei controlli di qualità o di completamento dei contratti. La Corte dei conti ha più volte constatato la correttezza della gara, il rispetto delle procedure e l'aggiudicazione dell'appalto all'offerta più vantaggiosa, ma la qualità dei lavori è poi intenzionalmente compromessa nell'esecuzione".
Sembra di vedere il film dei lavori per l'Expo o per la Tav, perché è proprio nelle grandi opere pubbliche che la Corte dei conti stima il giro d'affari da corruzione intorno al 40% del valore dell'appalto. Sempre i magistrati contabili hanno calcolata che la corruzione vale 60 miliardi l'anno. Una cifra enorme, anche se alcuni economisti la considerano in difetto per eccesso. Di certo non molto lontano dalla realtà. D'altra parte, nota la Commissione Ue che l'alta velocità è costata in Italia 47,3 milioni di euro a chilometro sulla Roma-Napoli e 96,4 milioni tra Bologna e Firenze, mentre la Parigi-Lione è costata 10,2 milioni, e 9,3 milioni la Tokyo-Osaka.
La risposta del governo è chiara: disboscare le stazioni appaltanti. La scure è arrivata con il decreto Irpef ora all'esame della Camera: "Il numero complessivo dei soggetti aggregatori presenti sul territorio nazionale non può essere superiore a 35" (articolo 9, comma 5 del decreto numero 66).
La bozza della riforma per il codice degli appalti preparato dal viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini si muove nella stessa direzione. Ridurre le stazioni vuol dire ridimensionare le possibilità di corruzione e collusione. Quest'ultimo peraltro è un problema sempre più evidente: l'autorità Antitrust di recente ha aperto sette istruttorie per ipotesi di cartello fra imprese negli appalti anche se, guarda caso, gli enti segnalano sospetti o anomalie solo molto di rado.
Ma i risparmi, se e quando arriveranno, sono destinati a creare anche contraccolpi sull'economia. Gustavo Piga, economista ed ex presidente di Consip, avverte che un sistema basato sui grandi contratti può colpire migliaia di imprese familiari che oggi vivono di piccoli appalti. Questa riforma rischia di riscrivere la geografia dell'apparato produttivo italiano, lasciando fuori la stragrande maggioranza dei fornitori.
Sostengono i rappresentanti gli artigiani delle Cna e l'Ance, l'associazione dei costruttori, che così "si uccide un pezzo di economia locale". Già oggi le gare (quando ci sono) vengono vinte dai Consorzi industriali e dalle cooperative che - denuncia la Cna - prima affidavano i subappalti ai piccoli mentre ora accentrano tutto, fino ad assorbire la stessa manodopera locale.
Il Paese è dunque a un bivio: tagliare la spesa significa togliere ossigeno ai piccoli, proprio mentre invece le leggi e le mosse del governo incentivano le imprese a mantenere una taglia ridotta. Basti pensare alle misure sui mini bond, a quelli sulle garanzie creditizie o ai contratti di lavoro più flessibili quando l'impresa è sotto la soglia dei 15 addetti. Ma per il governo è tempo di scelte. E come diceva Milton Friedman, nessun pasto è gratis: anche, ma non solo, nelle mense pubbliche.
(15 giugno 2014)
Oggi ci sono 32 mila stazioni appaltanti, potrebbero ridursi a 40. Si può spendere fino all'80% in meno centralizzando gli acquisti
di FEDERICO FUBINI e ROBERTO MANIA
ROMA - È un segreto di Stato. Nessuno sa quali siano le regole da applicare nei contratti tra gli amministratori pubblici e i fornitori di beni e servizi. È un patchwork da quasi 130 miliardi l'anno con oltre 32 mila soggetti - stazioni appaltanti, in burocratese - che decidono con i soldi dei contribuenti. Se si limasse questa spesa del 10%, riducendo le "stazioni" a 30 o 40, azzerando la discrezionalità e le mediazioni politiche, si libererebbero più risorse di quelle necessarie per il bonus da 80 euro. C'è chi stima che si arriverebbe fino a 30 miliardi di risparmi.
Va alzato il velo sui dati, però. Questo dovrebbe diventare il cuore della prossima legge di Stabilità: tagli mirati, semplificando la giungla degli appalti dove tutto alla fine può succedere. Il ministero dell'Economia ha incaricato il Sose, una sua controllata, di collezionare i costi dei vari enti per gli stessi beni e servizi, di renderli comparabili e pubblici. Qualcosa però si può già capire dai dati del Tesoro sul 2012. Tavoli, sedie, stampanti, computer e programmi Microsoft vengono da pianeti diversi a seconda di chi li compra. E i ministeri sembrano appaltatori più incompetenti di comuni, provincie, regioni, università o aziende sanitarie.
Una "sedia operativa", cioè la sedia classica dell'impiegato, costa in media 90,09 euro se comprata da un'amministrazione centrale. Ma il prezzo scende a 78,14 euro, con un risparmio del 13,26 %, se l'acquisto avviene attraverso
la Consip, la società pubblica che centralizza in grandi contratti circa il 10% dei 130 miliardi spesi ogni anno in beni e servizi.
Ci sono anche casi estremi. Una stampante individuale costa 214,95 euro se acquistata fuori convenzione, prezzo che precipita a 39 euro quando la stampante è presa invece tramite Consip. Vuol dire una differenza dell'81,86%. Ma ci sono anche i 573,87 euro che le amministrazioni spendono in media per ciascun portatile fuori convenzione Consip, rispetto ai 483 con convenzione. E che dire del costo di un minuto al telefono fisso o cellulare?
Quando il contratto con l'operatore è concluso senza Consip, l'onere è di oltre il 70% più alto. E dell'57% più alto per ogni messaggio sul telefonino. Domenico Casalino, amministratore delegato di Consip, è convinto che i margini per tagliare la spesa siano ampi: "Dieci miliardi o più - dice - se si centralizzano gli acquisti per comparare e rendere trasparenti gli acquisti, affidandosi ai software e attenendosi ai costi standard".
L'Autorità di controllo sui contratti pubblici (Acvp), alla cui guida ieri è stato nominato Raffaele Cantone, stima che si avrebbero risparmi fino al 14,6% se nella Sanità ci si attenesse a una griglia di prezzi di riferimento sui servizi di lavanderia, ristorazione e pulizia. Per i farmaci, poi, la spesa si ridurrebbe del 7,4% e sui dispositivi medici del 26.
Anche la Corte dei conti, nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, nota incongruenze in quelle che chiama le "spese per gli organi istituzionali". Questi sono gli stessi ovunque, con gli stessi telefoni, sedie, tavoli, auto e la stessa benzina per farle andare. Ma nel 2012 il peso per abitante è stato di 10,5 euro nelle regioni del Centro, 11 euro al Nord e 24,9 euro al Sud. Ci sono poi disparità in cui a fare peggio sono le aree più ricche del Paese. I contratti di licenza e assistenza software costano 2,7 euro per abitante nelle regioni a statuto ordinario e 14,7 euro nelle aree autonome o a statuto speciale: in primo luogo Trento, Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Valle d'Aosta. Per non parlare di "noleggi e locazioni", che in queste regioni e provincie dell'arco alpino costano per abitante cinque volte più che nei territori a statuto ordinario. E nel costo pro-capite delle utenze telefoniche pubbliche è il Nord-Ovest d'Italia a presentare le bollette più salate (in media 132 euro).
Difficile però distinguere l'incompetenza dal puro e semplice ladrocinio. Ci hanno provato tre economisti italiani, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Tommaso Valletti, con un studio che è diventato un caso internazionale. Lo ha pubblicato l'American Economic Review, che non dà spazio quasi mai a articoli su un singolo Paese estero. Ha fatto un'eccezione per l'Italia, perché i numeri di Bandiera, Prat e Valletti sono eccezionali. I tre hanno lavorato con la banca dati Consip sugli scarti fra regioni o enti nell'acquisto di 21 articoli come benzina o stampanti. I loro risultati sono sorprendenti.
In primo luogo, hanno scoperto che se tutti gli uffici spendessero per gli stessi beni come il 10% più virtuoso, il risparmio sarebbe di 30 miliardi. Ma soprattutto lo studio dell'American Economic Review usa un modello matematico per dividere l'incompetenza dalla disonestà: secondo i tre economisti, l'83% è "spreco passivo", dovuto a inefficienza, mentre il 17% è "spreco attivo" da razzia e ruberie.
La corruzione trova terreno fertile nel percorso che si snoda dalle migliaia di stazioni appaltanti fino ai piccoli che vivono di subappalti. Accusa la Commissione europea: "In Italia la corruzione risulta particolarmente lucrativa nella fase successiva all'aggiudicazione, soprattutto nei controlli di qualità o di completamento dei contratti. La Corte dei conti ha più volte constatato la correttezza della gara, il rispetto delle procedure e l'aggiudicazione dell'appalto all'offerta più vantaggiosa, ma la qualità dei lavori è poi intenzionalmente compromessa nell'esecuzione".
Sembra di vedere il film dei lavori per l'Expo o per la Tav, perché è proprio nelle grandi opere pubbliche che la Corte dei conti stima il giro d'affari da corruzione intorno al 40% del valore dell'appalto. Sempre i magistrati contabili hanno calcolata che la corruzione vale 60 miliardi l'anno. Una cifra enorme, anche se alcuni economisti la considerano in difetto per eccesso. Di certo non molto lontano dalla realtà. D'altra parte, nota la Commissione Ue che l'alta velocità è costata in Italia 47,3 milioni di euro a chilometro sulla Roma-Napoli e 96,4 milioni tra Bologna e Firenze, mentre la Parigi-Lione è costata 10,2 milioni, e 9,3 milioni la Tokyo-Osaka.
La risposta del governo è chiara: disboscare le stazioni appaltanti. La scure è arrivata con il decreto Irpef ora all'esame della Camera: "Il numero complessivo dei soggetti aggregatori presenti sul territorio nazionale non può essere superiore a 35" (articolo 9, comma 5 del decreto numero 66).
La bozza della riforma per il codice degli appalti preparato dal viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini si muove nella stessa direzione. Ridurre le stazioni vuol dire ridimensionare le possibilità di corruzione e collusione. Quest'ultimo peraltro è un problema sempre più evidente: l'autorità Antitrust di recente ha aperto sette istruttorie per ipotesi di cartello fra imprese negli appalti anche se, guarda caso, gli enti segnalano sospetti o anomalie solo molto di rado.
Ma i risparmi, se e quando arriveranno, sono destinati a creare anche contraccolpi sull'economia. Gustavo Piga, economista ed ex presidente di Consip, avverte che un sistema basato sui grandi contratti può colpire migliaia di imprese familiari che oggi vivono di piccoli appalti. Questa riforma rischia di riscrivere la geografia dell'apparato produttivo italiano, lasciando fuori la stragrande maggioranza dei fornitori.
Sostengono i rappresentanti gli artigiani delle Cna e l'Ance, l'associazione dei costruttori, che così "si uccide un pezzo di economia locale". Già oggi le gare (quando ci sono) vengono vinte dai Consorzi industriali e dalle cooperative che - denuncia la Cna - prima affidavano i subappalti ai piccoli mentre ora accentrano tutto, fino ad assorbire la stessa manodopera locale.
Il Paese è dunque a un bivio: tagliare la spesa significa togliere ossigeno ai piccoli, proprio mentre invece le leggi e le mosse del governo incentivano le imprese a mantenere una taglia ridotta. Basti pensare alle misure sui mini bond, a quelli sulle garanzie creditizie o ai contratti di lavoro più flessibili quando l'impresa è sotto la soglia dei 15 addetti. Ma per il governo è tempo di scelte. E come diceva Milton Friedman, nessun pasto è gratis: anche, ma non solo, nelle mense pubbliche.
(15 giugno 2014)
domenica 15 giugno 2014
Expo: padiglione cinese
4.590ma ispirati all'armonia
Milano, 12 giugno. - Sara' il secondo padiglione piu' grande dopo quello della Germania con 4.590 mq; accogliera' i visitatori con il tema 'Terra di speranza, cibo per la vita'; con un design ispirato al concetto di 'armonia' provera' a raccontare la vasta cultura cinese e il suo "sforzo" per nutrire una popolazione di 1,3 miliardi nel rispetto della natura. La sfida cinese per lo sviluppo e la sua esperienza millenaria nel comparto dell'agricoltura entrano in pieno nella fase operativa in vista di Expo 2015: il padiglione del Paese - presentato oggi a Milano che sara' affiancato da alti due padiglioni corporate di due aziende - comincera' a nascere la prossima settima quando inizieranno gli scavi per le fondamenta.
E' al prima volta che la Cina partecipa ad un'Expo oltremare con un padiglione 'self-built' e ha deciso di farlo a Milano per dare una spinta alla collaborazione tra i due Paesi. Il progetto architettonico riproduce delle 'onde di grano' dove le forme di un paesaggio naturale si fondono a quelle di uno skyline urbano; il tetto sara' coperto di bambu' che produrra' un riflesso di colore oro nelle giornate di sole e lascera' filtrare la luce limitando al massimo l'illuminazione artificiale in linea con il messaggio di sviluppo sostenibile di Expo 2015.
Cinque le aree in cui sara' diviso il padiglione: una di attesa accogliera' i visitatori con schermi lcd; l'area 'cielo' raccontera' le 24 ricorrenze annuali del calendario lunare e i relativi cambiamenti dell'agricoltura; l'area 'uomini' sara' dedicata alla rappresentazione di 16 elementi tipici della tradizione cinese; nell'area 'terra' verranno presentati i paesaggi tipici attraverso tecnologie avanzate e nell'area 'armonia', infine, verra' raccontato lo "sforzo" cinese di coniugare lo sviluppo con la natura.
Il progetto di partecipazione cinese sara' corredato da un logo e due mascotte; mentre il padiglione sara' animato con un ricco calendario di eventi e iniziative funzionali soprattutto a far conoscere la Cina che arrivera' a Expo, e anche questa sara' una prima volta, con la maggior parte delle Province che la compongono. "C'e' volonta' di sviluppare la collaborazione tra i due Paesi - ha riferito il commissario cinese a Expo - cosi' come detto dal presidente Renzi nella sua visita. Faremo del nostro meglio per costruire questa piattaforma, vogliamo migliorare gli scambi e far nascere diversi progetti. Siamo fiduciosi - ha aggiunto - che con l'impegno del Governo italiano e il forte sostegno della comunita' internazionale, Expo Milano sara' un evento memorabile". "La Cina - ha detto l'ad di Expo Spa, Giuseppe Sala - si sta rivelando il nostro partner fondamentale, senza togliere nulla ad altri. E' il paese che ha fatto il maggior investimento, non soltanto in termini economici, ma anche culturali e di presenza con i suoi tre padiglioni. E' il segno che, oltre a vedere le difficolta' e a volte anche i limiti di Expo, non possiamo non vederne le grandi opportunita'".
VENDUTI GIA' 500MILA BIGLIETTI IN CINA,
OBIETTIVO 1 MLN
Sono gia' stati venduti 500mila biglietti per Expo 2015 ai tour operator in Cina e si guarda al traguardo del milione quando manca meno un evento a ll'Expo di Milan Il risultato e' stato reso noto dall'ad di Expo Spa, Giuseppe Sala, e dal commissario della Cina all'evento, Wang Jinzhen.
"E' un risultato importante - ha commentato Sala - e credo anche che sia importante dire che potenzialmente un milione di cinesi verra' in Italia perche', al di la' della logica dei visti, c'e' un tema legato ai voli e quindi poter dire alle compagnie aeree che c'e' questa opportunita' dara' un grande contributo".
Il commissario cinese, in occasione dell presentazione del padiglione con cui il Paese sara' presente all'Expo - oltre ad altri due corporate - ha reso noto che la Cina e' pronta a sostenere l'evento milanese anche con attivita' di promozione. A questo scopo, e' stato firmato un accordo e un road show partira' per le province cinesi a settembre, corredato da una motra che raccontera' cos'e' l'Expo e come sara' declinata la presenza cinese.
RENZI RIMONTA A PECHINO
TUTTI GLI ACCORDI FIRMATI
DURANTE LA VISITA DEL PREMIER
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 13 giu. - La visita ufficiale a Pechino del presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato il momento in cui Italia e Cina hanno siglato gli accordi di partenariato tra aziende italiane e cinesi per la cooperazione nei settori di maggiore rilevanza per entrambi i Paesi. Renzi ha affrontato il viaggio conscio del forte squilibrio nella bilancia commerciale tra Cina e Italia, pari a 13 miliardi di euro. "Una sconfitta netta" ha commentato ieri il premier, che potrebbe essere ridimensionata dall'Expo di Milano del prossimo anno, per il quale, in Cina, sono forti le aspettative, aveva spiegato ieri Renzi ai suoi collaboratori. La Cina sarà presente a Milano con tre padiglioni: oltre a quello governativo, ci sarà il padiglione gestito dal gruppo immobiliare Vanke e quello di China Corporate United Pavillion, espressione dei grandi gruppi industriali cinesi. Nel suo discorso finale alla Grande Sala del Popolo di Pechino, assieme al primo ministro cinese, Li Keqiang, Renzi si è soffermato sull'importanza per l'Italia dei prossimi dodici mesi, che si apriranno con il semestre di presidenza Ue e si concluderanno proprio con l'evento di Milano. "E' l'anno in cui la nostra partnership può avere una svolta reale - ha detto il premier ieri - E vogliamo offire il segno della nostra collaborazione".
Sul piano politico, il business forum Italia-Cina, che cade nel decennale della partnership strategica tra i due Paesi, ha prodotto uno statuto istitutivo, un testo del piano d'azione adottato dai due premier, e il memorandum d'intesa tra il Ministero per lo Sviluppo Economico del governo italiano e il Ministero del Commercio cinese per il rafforzamento della collaborazione economico-commerciale in cinque aree di cooperazione, che sono quelle delle tecnologie verdi e dello sviluppo sostenibile, dell'agricoltura e sicurezza alimentare, dell'urbanizzazione sostenibile, della sanità e servizi sanitari, dell'aviazione e aerospazio.
Il business Forum Italia-Cina è stata l'occasione per i campioni dell'industria italiana di siglare accordi con i partner cinesi. Tra i grandi nomi del settore industriale, ci sono quelli di Enel e Finmeccanica. Il gruppo di distribuzione di energia elettrica italiano ha firmato accordi strategici con China Huaneng Group per lo sviluppo congiunto di tecnologie, di progetti elettrici da fonti convenzionali e rinnovabili, programmi di carbon strategy e di collaborazione accademica tra i rispettivi centri studi. Con China National Nuclear Corporation, Francesco Starace, amministratore delegato e direttore generale del gruppo, ha firmato unaccorod per la cooperazione el campo della costruzione e della gestione di centrali nucleari. "Gli accordi siglati oggi segnano l'inizio della collaborazione con aziende cinesi chiave in settori che saranno critici per vincere le nostre sfide energetiche di domani. Queste intese, inoltre - ha commentato Starace - danno atto del valore che Enel porta attraverso la sua tecnologia ed esperienza in molte aree del settore elettrico". Starace si è poi detto "fiducioso" che la cooperazione di Enel con i partner cinesi "porterà vantaggi per tutte le parti coinvolte".
Finmeccanica è stata protagonista con due accordi firmati durante il business forum. Il primo è il memorandum d'intesa del valore stimato in 500 milioni di euro di Agusta Westland che fornirà a Beijing Automotive Industrial Corporation 50 elicotteri "esclusivamente dedicati a compiti di pubblica utilità" spiega in una nota l'amministratore delegato e direttore generale del gruppo, Mauro Moretti. Un'altra società del gruppo Finmeccanica, Ansaldo STS, ha poi firmato un accordo per il valore di 36 milioni di euro con United Mechanical and Electrical Co. Ltd. per la realizzazione di impianti di sistemi di segnalamento sulle linee metropolitane di alcune città cinesi, della costa e del nord-est.
Tra gli altri accordi siglati in sede di business forum ci sono poi il memorandum d'intesa del valore di cinque milioni di euro tra Sogin e un altro gruppo del nucleare cinese, China General Nuclear Power, per lo smantellamento nucleare e la gestione dei rifiuti radioattivi, l'accordo di cooperazione tra Invitalia e la municipalità di Ningbo, nella Cina orientale, per l'avvio di una cooperazione strategica per la costituzione di un "Parco industriale Ningbo-Italia" e la formalizzazione degli accordi di Genova tra Ansaldo Energia e Shanghai Electric, per l'acquisto di quote del gruppo italiano da parte di Shanghai Electric e la costituzione di due joint-venture, per il valore stimato di circa 400 milioni di euro. Il govenro italiano, tramite il Ministero per lo Sviluppo Economico, ha poi firmato un memorandum d'intesa con il gruppo di e-commerce Alibaba per promuovere maggiori opportunità commerciali per le imprese che vogliono essere attive sulla piattaforma Tmall del gigante cinese dell'e-commerce.
RENZI, RECUPERARE POSIZIONI
E APRIRSI A INVESTIMENTI
"Sono 33 miliardi i denari di interscambio tra Italia e Cina, solo che sono squilibrati: 23-10. Noi dobbiamo recuperare posizioni: possiamo investire di più e aprirci a investimenti che siano produttivi per il nostro territorio, che vuole dire posti di lavoro". Questo il commento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sul disavanzo commerciale tra Roma e Pechino, nelle ultime ore della sua tappa pechinese, terzo stop della sua missione asiatica che oggi continua in Kazakistan. "Tocca all'Italia smettere di dividersi e giocare finalmente in squadra, ma non a parole, giocare sul serio - spiega Renzi - Questo è il senso della visita: se è andata bene o no lo vedremo nei prossimi mesi, vedendo crescere o meno le percentuali di ricchezza e anche naturalmente di posti di lavoro".
Renzi, dal Kempisnki Hotel di Pechino, dove si è incontrato con i vertici di Huawei e con Jack Ma, fondatore del gruppo di e-commerce Alibaba, è poi tornato sul tema dell'internazionalizzazione delle imprese. "In molti dicono: uno va all'estero e porta via posti di lavoro in Italia. Non è così. Lo abbiamo visto in Vietnam: se la Piaggio è ancora aperta a Pontedera è perché ha avuto la possibilità di investire in Vietnam. E allo stesso modo tante aziende che qui vengono a investire non stanno delocalizzando, stanno internazionalizzando. La differenza è semplice: stanno facendo soldi per poi rilanciare l'Italia.
Dall'altro lato - continua il premier - gli investimenti cinesi in Italia sono ancora pochi. Dobbiamo essere aperti a ricevere il capitale straniero, perché l'investimento sia in Italia, che significa posti di lavoro".
Il premier ha poi riflettuto sulla situazione italiana e sul significato della visita a Pechino. "Quando hai una disoccupazione del 46% è naturale che il presidente del Consiglio debba muoversi, girare e cercare di portare un po' di risorse in Italia. E' quello che abbiamo fatto, accanto a una importante visita istituzionale". Renzi ricorda gli incontri di ieri con il presidente cinese Xi Jinping, e il primo ministro Li Keqiang, e quello con Zhang Dejiang, presidente della Assemblea Nazionale del Popolo, oltre a quello che ha avuto oggi con il governatore della People's Bank of China, la banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan. "L'obiettivo è molto chiaro - conclude Renzi - l'Italia a testa alta guarda al futuro con la decisione e la determinazione di chi sa che in Cina tanti amano il nostro Paese, tanti vorrebbero acquistare i nostri prodotti e condividere le nostre esperienze culturali".
TUTTI GLI ACCORDI FIRMATI
DURANTE LA VISITA DEL PREMIER
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 13 giu. - La visita ufficiale a Pechino del presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato il momento in cui Italia e Cina hanno siglato gli accordi di partenariato tra aziende italiane e cinesi per la cooperazione nei settori di maggiore rilevanza per entrambi i Paesi. Renzi ha affrontato il viaggio conscio del forte squilibrio nella bilancia commerciale tra Cina e Italia, pari a 13 miliardi di euro. "Una sconfitta netta" ha commentato ieri il premier, che potrebbe essere ridimensionata dall'Expo di Milano del prossimo anno, per il quale, in Cina, sono forti le aspettative, aveva spiegato ieri Renzi ai suoi collaboratori. La Cina sarà presente a Milano con tre padiglioni: oltre a quello governativo, ci sarà il padiglione gestito dal gruppo immobiliare Vanke e quello di China Corporate United Pavillion, espressione dei grandi gruppi industriali cinesi. Nel suo discorso finale alla Grande Sala del Popolo di Pechino, assieme al primo ministro cinese, Li Keqiang, Renzi si è soffermato sull'importanza per l'Italia dei prossimi dodici mesi, che si apriranno con il semestre di presidenza Ue e si concluderanno proprio con l'evento di Milano. "E' l'anno in cui la nostra partnership può avere una svolta reale - ha detto il premier ieri - E vogliamo offire il segno della nostra collaborazione".
Sul piano politico, il business forum Italia-Cina, che cade nel decennale della partnership strategica tra i due Paesi, ha prodotto uno statuto istitutivo, un testo del piano d'azione adottato dai due premier, e il memorandum d'intesa tra il Ministero per lo Sviluppo Economico del governo italiano e il Ministero del Commercio cinese per il rafforzamento della collaborazione economico-commerciale in cinque aree di cooperazione, che sono quelle delle tecnologie verdi e dello sviluppo sostenibile, dell'agricoltura e sicurezza alimentare, dell'urbanizzazione sostenibile, della sanità e servizi sanitari, dell'aviazione e aerospazio.
Il business Forum Italia-Cina è stata l'occasione per i campioni dell'industria italiana di siglare accordi con i partner cinesi. Tra i grandi nomi del settore industriale, ci sono quelli di Enel e Finmeccanica. Il gruppo di distribuzione di energia elettrica italiano ha firmato accordi strategici con China Huaneng Group per lo sviluppo congiunto di tecnologie, di progetti elettrici da fonti convenzionali e rinnovabili, programmi di carbon strategy e di collaborazione accademica tra i rispettivi centri studi. Con China National Nuclear Corporation, Francesco Starace, amministratore delegato e direttore generale del gruppo, ha firmato unaccorod per la cooperazione el campo della costruzione e della gestione di centrali nucleari. "Gli accordi siglati oggi segnano l'inizio della collaborazione con aziende cinesi chiave in settori che saranno critici per vincere le nostre sfide energetiche di domani. Queste intese, inoltre - ha commentato Starace - danno atto del valore che Enel porta attraverso la sua tecnologia ed esperienza in molte aree del settore elettrico". Starace si è poi detto "fiducioso" che la cooperazione di Enel con i partner cinesi "porterà vantaggi per tutte le parti coinvolte".
Finmeccanica è stata protagonista con due accordi firmati durante il business forum. Il primo è il memorandum d'intesa del valore stimato in 500 milioni di euro di Agusta Westland che fornirà a Beijing Automotive Industrial Corporation 50 elicotteri "esclusivamente dedicati a compiti di pubblica utilità" spiega in una nota l'amministratore delegato e direttore generale del gruppo, Mauro Moretti. Un'altra società del gruppo Finmeccanica, Ansaldo STS, ha poi firmato un accordo per il valore di 36 milioni di euro con United Mechanical and Electrical Co. Ltd. per la realizzazione di impianti di sistemi di segnalamento sulle linee metropolitane di alcune città cinesi, della costa e del nord-est.
Tra gli altri accordi siglati in sede di business forum ci sono poi il memorandum d'intesa del valore di cinque milioni di euro tra Sogin e un altro gruppo del nucleare cinese, China General Nuclear Power, per lo smantellamento nucleare e la gestione dei rifiuti radioattivi, l'accordo di cooperazione tra Invitalia e la municipalità di Ningbo, nella Cina orientale, per l'avvio di una cooperazione strategica per la costituzione di un "Parco industriale Ningbo-Italia" e la formalizzazione degli accordi di Genova tra Ansaldo Energia e Shanghai Electric, per l'acquisto di quote del gruppo italiano da parte di Shanghai Electric e la costituzione di due joint-venture, per il valore stimato di circa 400 milioni di euro. Il govenro italiano, tramite il Ministero per lo Sviluppo Economico, ha poi firmato un memorandum d'intesa con il gruppo di e-commerce Alibaba per promuovere maggiori opportunità commerciali per le imprese che vogliono essere attive sulla piattaforma Tmall del gigante cinese dell'e-commerce.
RENZI, RECUPERARE POSIZIONI
E APRIRSI A INVESTIMENTI
"Sono 33 miliardi i denari di interscambio tra Italia e Cina, solo che sono squilibrati: 23-10. Noi dobbiamo recuperare posizioni: possiamo investire di più e aprirci a investimenti che siano produttivi per il nostro territorio, che vuole dire posti di lavoro". Questo il commento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sul disavanzo commerciale tra Roma e Pechino, nelle ultime ore della sua tappa pechinese, terzo stop della sua missione asiatica che oggi continua in Kazakistan. "Tocca all'Italia smettere di dividersi e giocare finalmente in squadra, ma non a parole, giocare sul serio - spiega Renzi - Questo è il senso della visita: se è andata bene o no lo vedremo nei prossimi mesi, vedendo crescere o meno le percentuali di ricchezza e anche naturalmente di posti di lavoro".
Renzi, dal Kempisnki Hotel di Pechino, dove si è incontrato con i vertici di Huawei e con Jack Ma, fondatore del gruppo di e-commerce Alibaba, è poi tornato sul tema dell'internazionalizzazione delle imprese. "In molti dicono: uno va all'estero e porta via posti di lavoro in Italia. Non è così. Lo abbiamo visto in Vietnam: se la Piaggio è ancora aperta a Pontedera è perché ha avuto la possibilità di investire in Vietnam. E allo stesso modo tante aziende che qui vengono a investire non stanno delocalizzando, stanno internazionalizzando. La differenza è semplice: stanno facendo soldi per poi rilanciare l'Italia.
Dall'altro lato - continua il premier - gli investimenti cinesi in Italia sono ancora pochi. Dobbiamo essere aperti a ricevere il capitale straniero, perché l'investimento sia in Italia, che significa posti di lavoro".
Il premier ha poi riflettuto sulla situazione italiana e sul significato della visita a Pechino. "Quando hai una disoccupazione del 46% è naturale che il presidente del Consiglio debba muoversi, girare e cercare di portare un po' di risorse in Italia. E' quello che abbiamo fatto, accanto a una importante visita istituzionale". Renzi ricorda gli incontri di ieri con il presidente cinese Xi Jinping, e il primo ministro Li Keqiang, e quello con Zhang Dejiang, presidente della Assemblea Nazionale del Popolo, oltre a quello che ha avuto oggi con il governatore della People's Bank of China, la banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan. "L'obiettivo è molto chiaro - conclude Renzi - l'Italia a testa alta guarda al futuro con la decisione e la determinazione di chi sa che in Cina tanti amano il nostro Paese, tanti vorrebbero acquistare i nostri prodotti e condividere le nostre esperienze culturali".
RENZI IN CINA
L’ITALIA FORSE CAMBIA VERSO IN CINA
di Paolo Borzatta
Twitter@BorzattaP
dal suo blog SPECCHIO CINESE
Pechino, 11 giu. - Giornata clou del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in Cina. Dopo una sosta in Vietnam (Prima visita di stato di un Presidente del Consiglio Italiano in quel Paese che sta diventando importante per le nostre aziende) e una tappa a Shanghai con incontro con la comunità italiana di quella città, oggi Renzi è arrivato a Pechino e dopo incontri di governo è venuto a chiudere insieme al Primo Ministro cinese Li Keqiang la riunione inaugurale del Business Forum Italia – Cina.
In questo mio commento, desidero solo descrivervi le mie impressioni da “old China hands” che di missioni in Cina del Governo Italiano ne ho viste molte.
La riunione con oltre 120 capi azienda arrivati dall’Italia, più quelli residenti e un numero molto alto di capi azienda cinesi è stata sicuramente un successo, soprattutto se confrontata a quelle del passato in cui quasi mai si erano visti capi azienda italiani di alto calibro (come: Moretti – Finmeccanica, Starace – Enel, Ghizzoni – Unicredito, Guerra – Luxottica, ecc.) e anche molti pari grado cinesi di grandissimi gruppi cinesi (Vanke, Avic, Shanghai Electric, ecc.). Quello che dà la misura del successo è il numero di Capi di grandi aziende cinesi che erano presenti e che sono rimasti per tutto il Business Forum.
A chiusura del Forum sono stati firmati un numero alto di importanti accordi e contratti. Date un’occhiata ai giornali che ne riportano lista e valore. Una lista che ero abituato a vedere al termine delle missioni tedesche, non delle nostre.
Ma il grande cambiamento è arrivato con il discorso di Renzi alla fine del Forum dopo quello di Li Keqiang. Il Primo Ministro cinese ha fatto un buon intervento classico, sottolineando i punti di forza della collaborazione dei due stati. Degna di nota l’apertura quando ha detto “Renzi è Presidente del Consiglio da tre mesi, ma è già stato capace di portare 300 aziende italiane a questo forum…!” (tradotto da me a braccio e a memoria).
Poi Renzi ha fatto un bellissimo intervento dicendo (in estrema sintesi) che l’Italia ha un background storico e culturale altrettanto lungo quanto quello della Cina e che proprio da ciò devono nascere le forze per la nostra partnership, ha poi detto che le aziende italiane vengono in Cina non per delocalizzare, ma perché hanno iniziato un forte ciclo di internazionalizzazione, che questo ciclo di internazionalizzazione lo possiamo fare insieme alle aziende cinesi, ha chiuso dicendo che Cina e Italia devono stare insieme come una tartaruga e un cavallo: per avere calma, pazienza, ponderazione al fine di correre (insieme) sempre più velocemente.
Al di là dei validi contenuti ho notato uno spirito e un atteggiamento diverso. Tutti i Presidenti del Consiglio italiani che ho sentito parlare di fronte a Primi Ministri cinesi hanno sempre avuto un tono dimesso e quasi di inferiorità psicologica nei confronti del collega cinese. Magari hanno fatto discorsi validi (a volte no), ma comunque si avvertiva (o meglio: io avvertivo) nelle parole, nei toni e negli atteggiamenti non verbali una sudditanza psicologica.
Renzi ha fatto esattamente il contrario e l’ha fatto da gran signore. Dando sempre – in modo sincero e credibile – riconoscimenti ai commenti del collega cinese che aveva parlato prima di lui, ma facendo capire in ogni istante che non c’era alcun timore e nessuna sudditanza psicologica, forse il contrario.
Il clou è stato quando Renzi ha ottenuto uno scrosciante applauso a scena aperta e non solo alla fine (Li Keqiang ha avuto un convinto applauso solo alla fine) e lo ha “girato” anche a Li Keqiang dicendo che era anche grazie alle parole precedenti del collega che lui aveva potuto dire la frase così apprezzata. Un gesto da grande leader! Nella sostanza e nei modi.
Questo mi ha anche fatto riconsiderare gli “errori” che gli esperti di Cina (incluso il sottoscritto sia pure non espertissimo come altri) stavano attribuendo a questo viaggio di Renzi. Lo stop in Vietnam (con cui la Cina ha attriti forti di carattere territoriale con recenti scontri violentissimi in Vietnam contro i cinesi che colà fanno affari o hanno aziende) e il passaggio da Shanghai prima di Pechino, mentre l’etichetta cinese prevedrebbe l’inizio di qualunque viaggio ufficiale dalla capitale. Forse, ha voluto dire: “noi veniamo in pace e vogliamo fare affari con voi, ma non siamo disposti a seguire le vostre regole su cose che non vi riguardano.”
Se lui, il Governo italiano e noi – imprenditori italiani – avremo la forza di realizzare tutto quello che lui promette e che noi da decenni diciamo di voler fare, beh … forse l’Italia sta cambiando verso anche in Cina.
Vi riporto, come nota finale, il fatto che per la prima volta, in decenni, ho sentito dire a voce alta a moltissimi partecipanti italiani: “siamo orgogliosi di essere italiani e per la prima volta non dobbiamo vergognarci!” La penso così anch’io.
11 giugno 2014
@ Riproduzione riservata
L’ITALIA FORSE CAMBIA VERSO IN CINA
di Paolo Borzatta
Twitter@BorzattaP
dal suo blog SPECCHIO CINESE
Pechino, 11 giu. - Giornata clou del Presidente del Consiglio Matteo Renzi in Cina. Dopo una sosta in Vietnam (Prima visita di stato di un Presidente del Consiglio Italiano in quel Paese che sta diventando importante per le nostre aziende) e una tappa a Shanghai con incontro con la comunità italiana di quella città, oggi Renzi è arrivato a Pechino e dopo incontri di governo è venuto a chiudere insieme al Primo Ministro cinese Li Keqiang la riunione inaugurale del Business Forum Italia – Cina.
In questo mio commento, desidero solo descrivervi le mie impressioni da “old China hands” che di missioni in Cina del Governo Italiano ne ho viste molte.
La riunione con oltre 120 capi azienda arrivati dall’Italia, più quelli residenti e un numero molto alto di capi azienda cinesi è stata sicuramente un successo, soprattutto se confrontata a quelle del passato in cui quasi mai si erano visti capi azienda italiani di alto calibro (come: Moretti – Finmeccanica, Starace – Enel, Ghizzoni – Unicredito, Guerra – Luxottica, ecc.) e anche molti pari grado cinesi di grandissimi gruppi cinesi (Vanke, Avic, Shanghai Electric, ecc.). Quello che dà la misura del successo è il numero di Capi di grandi aziende cinesi che erano presenti e che sono rimasti per tutto il Business Forum.
A chiusura del Forum sono stati firmati un numero alto di importanti accordi e contratti. Date un’occhiata ai giornali che ne riportano lista e valore. Una lista che ero abituato a vedere al termine delle missioni tedesche, non delle nostre.
Ma il grande cambiamento è arrivato con il discorso di Renzi alla fine del Forum dopo quello di Li Keqiang. Il Primo Ministro cinese ha fatto un buon intervento classico, sottolineando i punti di forza della collaborazione dei due stati. Degna di nota l’apertura quando ha detto “Renzi è Presidente del Consiglio da tre mesi, ma è già stato capace di portare 300 aziende italiane a questo forum…!” (tradotto da me a braccio e a memoria).
Poi Renzi ha fatto un bellissimo intervento dicendo (in estrema sintesi) che l’Italia ha un background storico e culturale altrettanto lungo quanto quello della Cina e che proprio da ciò devono nascere le forze per la nostra partnership, ha poi detto che le aziende italiane vengono in Cina non per delocalizzare, ma perché hanno iniziato un forte ciclo di internazionalizzazione, che questo ciclo di internazionalizzazione lo possiamo fare insieme alle aziende cinesi, ha chiuso dicendo che Cina e Italia devono stare insieme come una tartaruga e un cavallo: per avere calma, pazienza, ponderazione al fine di correre (insieme) sempre più velocemente.
Al di là dei validi contenuti ho notato uno spirito e un atteggiamento diverso. Tutti i Presidenti del Consiglio italiani che ho sentito parlare di fronte a Primi Ministri cinesi hanno sempre avuto un tono dimesso e quasi di inferiorità psicologica nei confronti del collega cinese. Magari hanno fatto discorsi validi (a volte no), ma comunque si avvertiva (o meglio: io avvertivo) nelle parole, nei toni e negli atteggiamenti non verbali una sudditanza psicologica.
Renzi ha fatto esattamente il contrario e l’ha fatto da gran signore. Dando sempre – in modo sincero e credibile – riconoscimenti ai commenti del collega cinese che aveva parlato prima di lui, ma facendo capire in ogni istante che non c’era alcun timore e nessuna sudditanza psicologica, forse il contrario.
Il clou è stato quando Renzi ha ottenuto uno scrosciante applauso a scena aperta e non solo alla fine (Li Keqiang ha avuto un convinto applauso solo alla fine) e lo ha “girato” anche a Li Keqiang dicendo che era anche grazie alle parole precedenti del collega che lui aveva potuto dire la frase così apprezzata. Un gesto da grande leader! Nella sostanza e nei modi.
Questo mi ha anche fatto riconsiderare gli “errori” che gli esperti di Cina (incluso il sottoscritto sia pure non espertissimo come altri) stavano attribuendo a questo viaggio di Renzi. Lo stop in Vietnam (con cui la Cina ha attriti forti di carattere territoriale con recenti scontri violentissimi in Vietnam contro i cinesi che colà fanno affari o hanno aziende) e il passaggio da Shanghai prima di Pechino, mentre l’etichetta cinese prevedrebbe l’inizio di qualunque viaggio ufficiale dalla capitale. Forse, ha voluto dire: “noi veniamo in pace e vogliamo fare affari con voi, ma non siamo disposti a seguire le vostre regole su cose che non vi riguardano.”
Se lui, il Governo italiano e noi – imprenditori italiani – avremo la forza di realizzare tutto quello che lui promette e che noi da decenni diciamo di voler fare, beh … forse l’Italia sta cambiando verso anche in Cina.
Vi riporto, come nota finale, il fatto che per la prima volta, in decenni, ho sentito dire a voce alta a moltissimi partecipanti italiani: “siamo orgogliosi di essere italiani e per la prima volta non dobbiamo vergognarci!” La penso così anch’io.
11 giugno 2014
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