Agenzia Xinhua
TROPPO SMOG: CCTV ATTACCA GOVERNO DI PECHINO
Pechino, 17 feb. - Continua l'emergenza smog a Pechino e aumentano le critiche al governo della municipalita' della capitale per la mancata risposta all'emergenza. Lo riferisce l'agenzia di stampa Xinhua. Le critiche sono apparse sabato sul sito web ufficiale della CCTV che denuncia l'inazione del governo locale. La capitale negli ultimi quattro giorni e' avvolta in una densa cappa di smog. Alle ore 20:00 di sabato l'indice della qualita' dell'aria (IQA) ha raggiunto i livelli massimi tali da costituire un rischio per la salute, secondo i dati del Centro di Monitoraggio Ambientale della capitale cinese. L'emittente televisiva nazionale CCTV ha quindi chiesto al governo di "non fingere di esser accecato dalla nebbia". Il governo municipale di Pechino lo scorso ottobre ha approvato un piano di emergenza anti-smog che prevede la circolazione di veicoli a targhe alterne e la chiusura delle scuole in caso di allarme rosso, mentre in caso di allarme arancione, ovvero con un livello di smog grave, prescrive la chiusura temporanea degli stabilimenti industriali o la riduzione della produzione industriale e il divieto di utilizzare fuochi d'artificio. Il piano, tuttavia, non e' stato mai attuato, sebbene vi siano state richieste di un intervento del governo in piu' di una occasione. Ma Jun, fondatore di un istituto no profit per i problemi ambientali ha, invece, dichiarato che il governo in caso di allerta smog "dovrebbe fermare subito gli stabilimenti industriali le cui emissioni sono di gran lunga piu' serie di quelle dei veicoli". Questo fine settimana, Pechino non e' stata l'unica citta' ad avere un'aria irrespirabile, il problema si e' presentato infatti anche nella vicina municipalita' di Tianjin, nonche' nelle province di Hebei, Shandong, Henan, Shanxi e Shaanxi, dove il Centro Meteorologico Nazionale ha dichiarato un livello di inquinamento moderato. Il problema dell'inquinamento in Cina ha ormai raggiunto proporzioni tali da richiedere uno sforzo congiunto di risoluzione a livello globale.
martedì 18 febbraio 2014
Agenzia Xinhua
PRESTITI BANCHE A GENNAIO SALGONO AL TOP DA 4 ANNI
Pechino, 15 feb. - A gennaio i prestiti bancari in Cina sono saliti al massimo da quattro anni, un dato che mostra come la seconda economia mondiale si sia tutt'altro che raffreddata. Le banche cinesi hanno erogato prestiti per 1.320 miliardi di yuan a gennaio (217,6 miliardi di dollari), quasi tre volte piu' che a dicembre, anche in concomitanza con le festivita' del nuovo anno lunare, che in Cina rappresenta il periodo di massimo shopping.
PRESTITI BANCHE A GENNAIO SALGONO AL TOP DA 4 ANNI
Pechino, 15 feb. - A gennaio i prestiti bancari in Cina sono saliti al massimo da quattro anni, un dato che mostra come la seconda economia mondiale si sia tutt'altro che raffreddata. Le banche cinesi hanno erogato prestiti per 1.320 miliardi di yuan a gennaio (217,6 miliardi di dollari), quasi tre volte piu' che a dicembre, anche in concomitanza con le festivita' del nuovo anno lunare, che in Cina rappresenta il periodo di massimo shopping.
domenica 16 febbraio 2014
I Turisti Cinesi valgono ORO
Il mercato turistico nei periodi di bassa stagione potrebbe essere per la Sardegna l'uovo di Colombo
solo se riuscissimo a comunicarlo per farci conoscere dai turisti cinesi sui quali oramai i numeri parlano chiaro. Abbiamo tutto ciò che loro desiderano, un vero sistema unico nel suo genere : aeroporto, hotel a 5 stelle,B&B, ristoranti, pizzerie, agriturismi, Golfo e Parco di Porto Conte, laguna del Calich, borgo di Fertilia, Monte Doglia, situato in una posizione strategica e naturalistica, l'Azienda agrituristica Sa Mandra,il centro storico commerciale naturale, bastioni Magellano, porto, mercato del primo pescato, passeggiata Barcellona, pista ciclabile, lo splendido complesso nuragico di Palmavera, la storica cantina di Sella & Mosca, il Museo del Corallo, la facoltà di Architettura, la spiaggia di Maria Pia e Porto Ferro, infine il Teatro Civico per piccoli spettacoli. Cos'altro vogliamo di più ? Basta lamentarsi è ora del fare.
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solo se riuscissimo a comunicarlo per farci conoscere dai turisti cinesi sui quali oramai i numeri parlano chiaro. Abbiamo tutto ciò che loro desiderano, un vero sistema unico nel suo genere : aeroporto, hotel a 5 stelle,B&B, ristoranti, pizzerie, agriturismi, Golfo e Parco di Porto Conte, laguna del Calich, borgo di Fertilia, Monte Doglia, situato in una posizione strategica e naturalistica, l'Azienda agrituristica Sa Mandra,il centro storico commerciale naturale, bastioni Magellano, porto, mercato del primo pescato, passeggiata Barcellona, pista ciclabile, lo splendido complesso nuragico di Palmavera, la storica cantina di Sella & Mosca, il Museo del Corallo, la facoltà di Architettura, la spiaggia di Maria Pia e Porto Ferro, infine il Teatro Civico per piccoli spettacoli. Cos'altro vogliamo di più ? Basta lamentarsi è ora del fare.
ORSI & TORI
di Paolo Panerai
Matteo Charles De Gaulle? Riuscirà il sindaco Renzi a far nascere la nuova Repubblica italiana come fece il generale francese con la quinta Republique? Il punto di partenza è diverso perché De Gaulle dovette ritirarsi a Colombey-les-deux-églises, nel 1953, scontento di come andavano le vicende politiche e certo in quel periodo non aiutato da Jacques Chaban-Delmas, Michel Debré e gli altri cosiddetti colonnelli del gollismo. Ma i fallimenti della guerra in Indocina e Algeria travolsero la quarta Republique con la crisi costituzionale del 13 maggio 1958. Così De Gaulle venne richiamato dal suo buen retiro e il 1º giugno 1958 venne nominato primo ministro con poteri enormi, corrispondenti a quelli della prima Costituente. Il generale utilizzò questi poteri per riformare la Costituzione nel senso di eliminare la dittatura parlamentare, vale a dire quell'assetto istituzionale che offriva potere di veto alle minoranze in un Parlamento molto
frazionato fino appunto a bloccare l'attività di governo. Dal 1959 al 1969, cioè per dieci anni, De Gaulle fu presidente della Republique, affrontando come prima cosa la crisi economica anche con l'introduzione del nuovo franco.
Renzi diventa primo ministro senza ancora avere provato la delusione dell'esilio volontario a Rignano sull'Arno, ma con analoghe attese da parte degli italiani rispetto a quelle dei francesi dal ritorno di De Gaulle. I tempi sono diversi, le storie sono diverse, ma nella sostanza anche l'Italia ha un sostanziale problema di ingovernabilità del Paese non tanto per il Parlamento, che pure con i due rami, Camera e Senato, che fanno esattamente le stesse cose è assolutamente di intralcio alla speditezza dell'azione di governo e quindi va riformato, quanto soprattutto da una burocrazia che è a tutti gli effetti casta di potere assoluto nel Paese.
Il prossimo primo ministro Renzi sa bene che anche per una scarsa conoscenza della macchina burocratica rischia molto; sa che la minoranza del Pd lo ha spinto a buttare fuori da Palazzo Chigi l'amico (o ex amico) Enrico Letta nella speranza di poter riagguantare le leve del potere del partito; sa benissimo che tutti lo aspettano alla prova con il fucile puntato e che dovrà percorrere una strada piena di trappole, compresa la possibilità che essere oggi senza macchia diventi un ricordo del passato (basterebbe che per qualche atto venisse deferito alla Corte dei Conti o peggio che qualche magistrato politicizzato dalla parte delle minoranze del Pd lo avvisi di un qualsiasi banale reato). Sa bene tutto questo, ma lui e i suoi più vicini collaboratori, come il bravissimo ex vicesindaco di Firenze e ora autorevole deputato, Dario Nardella, hanno fatto questo elementare ragionamento: se fosse continuata la vita stentata del governo Letta a loro giudizio nel giro di cinque o sei mesi sarebbe stato inevitabile andare alle elezioni e in quel caso il Pd, dominus comunque del governo, sarebbe andato diritto verso la sconfitta. Quindi, tanto vale metterci la faccia e tutte le energie anche a costo di condurre un'operazione un po' brutale e generare ancora una volta
nella storia della Repubblica una crisi fuori dal Parlamento come in effetti è avvenuto con la decisione di tutto nella direzione del Pd e le dimissioni di Letta direttamente al presidente Giorgio Napolitano senza neppure un ritorno alle Camere.
L'Italia ha estremamente bisogno di quanto Renzi si propone di fare con una serie di riforme e con un forte, fortissimo, rilancio dell'economia: i presidenti degli Stati Uniti riescono a fare il secondo mandato solo se quando ci sono le elezioni l'andamento dell'economia è positivo. Ma quante probabilità ha Renzi con i suoi giovani collaboratori di riuscire nell'obiettivo di rivoltare l'Italia come un calzino?
Secondo alcuni sono più i rischi di insuccesso che le probabilità di successo. Questo giornale non la pensa così, conoscendo quanto coriaceo e rapido è Renzi. A trasformare la sua avventura in un insuccesso possono essere solo trappoloni molto bene organizzati o errori nella scelta dei ministri chiave, in primo luogo quello dell'Economia, che accorpando Tesoro, Finanze e Bilancio vale quasi più della presidenza del Consiglio. Lo ha dimostrato Giulio Tremonti che di fatto ha dato a lungo scacco matto a un presidente del Consiglio pur molto attrezzato e di per sé potente come Silvio Berlusconi. Se per caso Renzi decidesse di scegliere per questo ministero un uomo capace ma debole commetterebbe l'errore di Letta con la scelta del bravo ma non duro Fabrizio Saccomanni. Quindi la scelta è fra due fuochi: un uomo forte che possa imporsi alla direzione generale del Tesoro e alla Ragioneria dello Stato o un uomo meno forte, con il rischio che sia travolto appunto dalla burocrazia. La scelta deve avvenire al centro di questi due estremi con un uomo o una donna sufficientemente forte ma che sia in perfetta sintonia con il presidente del Consiglio e che abbia nei suoi confronti piena lealtà. Una scelta non facile. Quando Renzi proporrà il nome del ministro dell'Economia al presidente Napolitano si capirà se la scelta almeno di partenza è stata giusta, non dovendo fra l'altro il presidente del Consiglio tralasciare che il più potente ministro del suo governo sia anche gradito e in sintonia con il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi. A questo giornale risulta che Renzi abbia già avuto un lungo colloquio con Draghi, ma se anche viene soddisfatta la necessità di sintonia con il capo della Bce (come in effetti c'era da parte di Saccomanni) dovranno comunque coesistere le altre qualità di forza (che è mancata all'ex direttore generale di Bankitalia) e lealtà.
Già da pochi minuti dopo la conclusione della direzione del Pd, nel pomeriggio di giovedì 13, Renzi si è preoccupato di capire come organizzarsi a Palazzo Chigi e ha fatto chiedere consiglio a chi aveva a lungo, da dirigente, vissuto in quel palazzo. Il consiglio spassionato è stato ad avviso di questo giornale corretto: presso la presidenza del Consiglio deve essere trasferita la parte più importante della Ragioneria generale dello Stato. Non è dato sapere se Renzi vorrà o potrà seguire questo suggerimento, ma certo con i bottoni della Ragioneria presso Palazzo Chigi, Renzi farebbe un grande passo avanti nel progetto di disinnescare il potere autonomo della burocrazia e in particolare di chi detiene la cassa.
Con una mossa come questa potrebbe attuare il progetto di Franco Bassanini e Marcello Messori che avevano preparato per Letta e Saccomanni, come sanno bene i lettori di questo giornale, una procedura perché in poche settimane fosse possibile immettere nel sistema ben 77 miliardi cash attraverso il pagamento, con lo sconto fatto dalle banche, dei crediti correnti delle aziende italiane. Bastava, e basta, un decreto del governo che riconosce e garantisce quei crediti che sono già iscritti fra i debiti dello Stato e che con la formula Bassanini-Messori non costringerebbero il governo, per pagarli, a indebitarsi ulteriormente. Semplicemente perché i soldi ce li metterebbero le banche, ben contente di scontare quei crediti alle aziende riconosciuti e garantiti dalla Stato, quindi senza assorbimento di capitale nel rapporto che le regole bancarie impongono fra il capitale proprio e la quantità di credito erogabile in base a esso. Infatti la garanzia dello Stato, almeno tuttora, fa considerare il pagamento di quel debito sicuro, quindi senza assorbimento di capitale.
La possibilità di immettere ben 77 miliardi nel sistema economico italiano (si tratta di un po' più di quattro punti di pil) è al primo posto nel progetto che gli economisti di L'Italia c'è (Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello stato, Guido Salerno, ex dirigente della commissione bilancio del Senato, e Paolo Savona, ex braccio destro di Guido Carli ed ex ministro) hanno preparato per offrire a Renzi un punto di riferimento sulle cose da fare subito per superare stabilmente la crisi. Sulle stesse tematiche di taglio drastico del debito (un obiettivo sicuro di Renzi), di taglio della pressione fiscale (grazie ai minori tassi di interessi da pagare sul debito) e sulla ricapitalizzazione delle piccole e medie aziende si sono da tempo, anche su sollecitazione di questo giornale, esercitati altri economisti, come Roberto Poli, ex presidente dell'Eni, Alberto Quadrio Curzio, professore alla Cattolica, Pellegrino Capaldo, professore di ragioneria e consulente raffinato di grandi gruppi. Loro e anche altri sono pronti a entrare nel comitato de L'Italia c'è per fungere da libero pensatoio e consulenti interpellabili in qualsiasi momento dal governo, così come è il ruolo dei Saggi dell'economia in Germania.
I pessimisti pensano che comunque Renzi non ne avrà bisogno perché non durerà a lungo. Il ragionamento di questi sconta la considerazione che il prossimo presidente del Consiglio è uomo molto intelligente e veloce e che quindi, in realtà, avrebbe deciso di salire a Palazzo Chigi con il proposito di andare presto alle elezioni. In che modo? Preparando un programma di riforme e di intereventi che tutti coloro che hanno esperienza e buon senso predicano invano da anni. Insomma un programma che ha il suo nucleo negli obiettivi e nelle metodologie per raggiungerli, indicati dal comitato di L'Italia c'è. Un programma di largo consenso tra gli elettori.
Ma appunto Renzi è ben consapevole delle difficoltà che potrà avere ad attuarlo e che quindi, in realtà, la sua carta di riserva sarebbe quella stessa che giocò De Gaulle ritirandosi a Colombey-les-deux-églises. Al primo scherzo del Parlamento o della burocrazia, Renzi non metterebbe tempo in mezzo e dichiarerebbe coram populi che con questa struttura del Paese non si può governare. Chiederebbe quindi elezioni immediate con la quasi certezza di vincerle sulla base del progetto che non avrebbe potuto attuare anche per l'esistenza di due rami identici del Parlamento, una burocrazia che è potere autonomo, la mancanza di potere effettivo dell'esecutivo. Esattamente le problematiche di allora della Francia di De Gaulle, anche se in forma diversa. Per tornare trionfante al potere, De Gaulle dovette aspettare quasi cinque anni che si compisse la tragedia della Francia, mentre Renzi nel caso potrà appunto chiedere elezioni immediate, al primo intoppo, senza lasciarsi logorare. E se effettivamente ottenesse un consenso popolare ampio, cioè fatte le debite proporzioni simile a quello delle primarie, in primo luogo rispetterebbe la sua stessa indicazione che per poter governare ci vuole l'investitura del popolo, ma soprattutto tornerebbe a governare con una forza politica ben maggiore, tale comunque, in caso di maggioranza assoluta, da poter varare le riforme che non fosse riuscito a varare in questo suo primo mandato da capo del governo.
C'è chi chiama questa manovra la vera carta di riserva che Renzi ha deciso di tenersi in tasca di fronte al grosso rischio che corre, avendo peraltro la possibilità di fare una prima esperienza governativa che gli potrà tornare molto utile al secondo giro.
Sia come sia, speculazioni o meno sulla furbizia di Renzi, certamente se anche lui, nono presidente del Consiglio dal 1994, anno indicato come inizio della Seconda repubblica, non riuscisse a cambiare il Paese con i poteri attuali, la maggioranza degli italiani molto probabilmente lo voterebbe in larga maggioranza. All'orizzonte c'è forse un'alternativa? (riproduzione riservata)
Paolo Panerai
di Paolo Panerai
Matteo Charles De Gaulle? Riuscirà il sindaco Renzi a far nascere la nuova Repubblica italiana come fece il generale francese con la quinta Republique? Il punto di partenza è diverso perché De Gaulle dovette ritirarsi a Colombey-les-deux-églises, nel 1953, scontento di come andavano le vicende politiche e certo in quel periodo non aiutato da Jacques Chaban-Delmas, Michel Debré e gli altri cosiddetti colonnelli del gollismo. Ma i fallimenti della guerra in Indocina e Algeria travolsero la quarta Republique con la crisi costituzionale del 13 maggio 1958. Così De Gaulle venne richiamato dal suo buen retiro e il 1º giugno 1958 venne nominato primo ministro con poteri enormi, corrispondenti a quelli della prima Costituente. Il generale utilizzò questi poteri per riformare la Costituzione nel senso di eliminare la dittatura parlamentare, vale a dire quell'assetto istituzionale che offriva potere di veto alle minoranze in un Parlamento molto
frazionato fino appunto a bloccare l'attività di governo. Dal 1959 al 1969, cioè per dieci anni, De Gaulle fu presidente della Republique, affrontando come prima cosa la crisi economica anche con l'introduzione del nuovo franco.
Renzi diventa primo ministro senza ancora avere provato la delusione dell'esilio volontario a Rignano sull'Arno, ma con analoghe attese da parte degli italiani rispetto a quelle dei francesi dal ritorno di De Gaulle. I tempi sono diversi, le storie sono diverse, ma nella sostanza anche l'Italia ha un sostanziale problema di ingovernabilità del Paese non tanto per il Parlamento, che pure con i due rami, Camera e Senato, che fanno esattamente le stesse cose è assolutamente di intralcio alla speditezza dell'azione di governo e quindi va riformato, quanto soprattutto da una burocrazia che è a tutti gli effetti casta di potere assoluto nel Paese.
Il prossimo primo ministro Renzi sa bene che anche per una scarsa conoscenza della macchina burocratica rischia molto; sa che la minoranza del Pd lo ha spinto a buttare fuori da Palazzo Chigi l'amico (o ex amico) Enrico Letta nella speranza di poter riagguantare le leve del potere del partito; sa benissimo che tutti lo aspettano alla prova con il fucile puntato e che dovrà percorrere una strada piena di trappole, compresa la possibilità che essere oggi senza macchia diventi un ricordo del passato (basterebbe che per qualche atto venisse deferito alla Corte dei Conti o peggio che qualche magistrato politicizzato dalla parte delle minoranze del Pd lo avvisi di un qualsiasi banale reato). Sa bene tutto questo, ma lui e i suoi più vicini collaboratori, come il bravissimo ex vicesindaco di Firenze e ora autorevole deputato, Dario Nardella, hanno fatto questo elementare ragionamento: se fosse continuata la vita stentata del governo Letta a loro giudizio nel giro di cinque o sei mesi sarebbe stato inevitabile andare alle elezioni e in quel caso il Pd, dominus comunque del governo, sarebbe andato diritto verso la sconfitta. Quindi, tanto vale metterci la faccia e tutte le energie anche a costo di condurre un'operazione un po' brutale e generare ancora una volta
nella storia della Repubblica una crisi fuori dal Parlamento come in effetti è avvenuto con la decisione di tutto nella direzione del Pd e le dimissioni di Letta direttamente al presidente Giorgio Napolitano senza neppure un ritorno alle Camere.
L'Italia ha estremamente bisogno di quanto Renzi si propone di fare con una serie di riforme e con un forte, fortissimo, rilancio dell'economia: i presidenti degli Stati Uniti riescono a fare il secondo mandato solo se quando ci sono le elezioni l'andamento dell'economia è positivo. Ma quante probabilità ha Renzi con i suoi giovani collaboratori di riuscire nell'obiettivo di rivoltare l'Italia come un calzino?
Secondo alcuni sono più i rischi di insuccesso che le probabilità di successo. Questo giornale non la pensa così, conoscendo quanto coriaceo e rapido è Renzi. A trasformare la sua avventura in un insuccesso possono essere solo trappoloni molto bene organizzati o errori nella scelta dei ministri chiave, in primo luogo quello dell'Economia, che accorpando Tesoro, Finanze e Bilancio vale quasi più della presidenza del Consiglio. Lo ha dimostrato Giulio Tremonti che di fatto ha dato a lungo scacco matto a un presidente del Consiglio pur molto attrezzato e di per sé potente come Silvio Berlusconi. Se per caso Renzi decidesse di scegliere per questo ministero un uomo capace ma debole commetterebbe l'errore di Letta con la scelta del bravo ma non duro Fabrizio Saccomanni. Quindi la scelta è fra due fuochi: un uomo forte che possa imporsi alla direzione generale del Tesoro e alla Ragioneria dello Stato o un uomo meno forte, con il rischio che sia travolto appunto dalla burocrazia. La scelta deve avvenire al centro di questi due estremi con un uomo o una donna sufficientemente forte ma che sia in perfetta sintonia con il presidente del Consiglio e che abbia nei suoi confronti piena lealtà. Una scelta non facile. Quando Renzi proporrà il nome del ministro dell'Economia al presidente Napolitano si capirà se la scelta almeno di partenza è stata giusta, non dovendo fra l'altro il presidente del Consiglio tralasciare che il più potente ministro del suo governo sia anche gradito e in sintonia con il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi. A questo giornale risulta che Renzi abbia già avuto un lungo colloquio con Draghi, ma se anche viene soddisfatta la necessità di sintonia con il capo della Bce (come in effetti c'era da parte di Saccomanni) dovranno comunque coesistere le altre qualità di forza (che è mancata all'ex direttore generale di Bankitalia) e lealtà.
Già da pochi minuti dopo la conclusione della direzione del Pd, nel pomeriggio di giovedì 13, Renzi si è preoccupato di capire come organizzarsi a Palazzo Chigi e ha fatto chiedere consiglio a chi aveva a lungo, da dirigente, vissuto in quel palazzo. Il consiglio spassionato è stato ad avviso di questo giornale corretto: presso la presidenza del Consiglio deve essere trasferita la parte più importante della Ragioneria generale dello Stato. Non è dato sapere se Renzi vorrà o potrà seguire questo suggerimento, ma certo con i bottoni della Ragioneria presso Palazzo Chigi, Renzi farebbe un grande passo avanti nel progetto di disinnescare il potere autonomo della burocrazia e in particolare di chi detiene la cassa.
Con una mossa come questa potrebbe attuare il progetto di Franco Bassanini e Marcello Messori che avevano preparato per Letta e Saccomanni, come sanno bene i lettori di questo giornale, una procedura perché in poche settimane fosse possibile immettere nel sistema ben 77 miliardi cash attraverso il pagamento, con lo sconto fatto dalle banche, dei crediti correnti delle aziende italiane. Bastava, e basta, un decreto del governo che riconosce e garantisce quei crediti che sono già iscritti fra i debiti dello Stato e che con la formula Bassanini-Messori non costringerebbero il governo, per pagarli, a indebitarsi ulteriormente. Semplicemente perché i soldi ce li metterebbero le banche, ben contente di scontare quei crediti alle aziende riconosciuti e garantiti dalla Stato, quindi senza assorbimento di capitale nel rapporto che le regole bancarie impongono fra il capitale proprio e la quantità di credito erogabile in base a esso. Infatti la garanzia dello Stato, almeno tuttora, fa considerare il pagamento di quel debito sicuro, quindi senza assorbimento di capitale.
La possibilità di immettere ben 77 miliardi nel sistema economico italiano (si tratta di un po' più di quattro punti di pil) è al primo posto nel progetto che gli economisti di L'Italia c'è (Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello stato, Guido Salerno, ex dirigente della commissione bilancio del Senato, e Paolo Savona, ex braccio destro di Guido Carli ed ex ministro) hanno preparato per offrire a Renzi un punto di riferimento sulle cose da fare subito per superare stabilmente la crisi. Sulle stesse tematiche di taglio drastico del debito (un obiettivo sicuro di Renzi), di taglio della pressione fiscale (grazie ai minori tassi di interessi da pagare sul debito) e sulla ricapitalizzazione delle piccole e medie aziende si sono da tempo, anche su sollecitazione di questo giornale, esercitati altri economisti, come Roberto Poli, ex presidente dell'Eni, Alberto Quadrio Curzio, professore alla Cattolica, Pellegrino Capaldo, professore di ragioneria e consulente raffinato di grandi gruppi. Loro e anche altri sono pronti a entrare nel comitato de L'Italia c'è per fungere da libero pensatoio e consulenti interpellabili in qualsiasi momento dal governo, così come è il ruolo dei Saggi dell'economia in Germania.
I pessimisti pensano che comunque Renzi non ne avrà bisogno perché non durerà a lungo. Il ragionamento di questi sconta la considerazione che il prossimo presidente del Consiglio è uomo molto intelligente e veloce e che quindi, in realtà, avrebbe deciso di salire a Palazzo Chigi con il proposito di andare presto alle elezioni. In che modo? Preparando un programma di riforme e di intereventi che tutti coloro che hanno esperienza e buon senso predicano invano da anni. Insomma un programma che ha il suo nucleo negli obiettivi e nelle metodologie per raggiungerli, indicati dal comitato di L'Italia c'è. Un programma di largo consenso tra gli elettori.
Ma appunto Renzi è ben consapevole delle difficoltà che potrà avere ad attuarlo e che quindi, in realtà, la sua carta di riserva sarebbe quella stessa che giocò De Gaulle ritirandosi a Colombey-les-deux-églises. Al primo scherzo del Parlamento o della burocrazia, Renzi non metterebbe tempo in mezzo e dichiarerebbe coram populi che con questa struttura del Paese non si può governare. Chiederebbe quindi elezioni immediate con la quasi certezza di vincerle sulla base del progetto che non avrebbe potuto attuare anche per l'esistenza di due rami identici del Parlamento, una burocrazia che è potere autonomo, la mancanza di potere effettivo dell'esecutivo. Esattamente le problematiche di allora della Francia di De Gaulle, anche se in forma diversa. Per tornare trionfante al potere, De Gaulle dovette aspettare quasi cinque anni che si compisse la tragedia della Francia, mentre Renzi nel caso potrà appunto chiedere elezioni immediate, al primo intoppo, senza lasciarsi logorare. E se effettivamente ottenesse un consenso popolare ampio, cioè fatte le debite proporzioni simile a quello delle primarie, in primo luogo rispetterebbe la sua stessa indicazione che per poter governare ci vuole l'investitura del popolo, ma soprattutto tornerebbe a governare con una forza politica ben maggiore, tale comunque, in caso di maggioranza assoluta, da poter varare le riforme che non fosse riuscito a varare in questo suo primo mandato da capo del governo.
C'è chi chiama questa manovra la vera carta di riserva che Renzi ha deciso di tenersi in tasca di fronte al grosso rischio che corre, avendo peraltro la possibilità di fare una prima esperienza governativa che gli potrà tornare molto utile al secondo giro.
Sia come sia, speculazioni o meno sulla furbizia di Renzi, certamente se anche lui, nono presidente del Consiglio dal 1994, anno indicato come inizio della Seconda repubblica, non riuscisse a cambiare il Paese con i poteri attuali, la maggioranza degli italiani molto probabilmente lo voterebbe in larga maggioranza. All'orizzonte c'è forse un'alternativa? (riproduzione riservata)
Paolo Panerai
Il futuro dell'Italia è deciso fuori Italia
di Pierluigi Magnaschi
Il 70% dell'attività legislativa italiana si riduce al recepimento di direttive comunitarie, la politica monetaria è stata integralmente deferita alla Bce, così come è europea la dimensione minima per poter fare politica estera (cioè per cercare di contenere gli uragani politico-economici che stano squassando il mondo). Anche la politica di bilancio (il famoso vincolo del 3%) e, attraverso di esso, pure la politica tributaria, viene, in sostanza, decisa a livello europeo.
E dal prossimo anno, con l'applicazione del Fiscal compact, approvato entusiasticamente da un parlamento italiano che non lo aveva letto e che, se lo aveva letto, non lo aveva capito, dovremmo vedere i sorci verdi, come si dice dalle parti del Tevere. Ovviamente, la dimensione europea per poter fronteggiare le sfide internazionali è quella minima. Ma la dimensione realistica, per poter tutelare i nostri interessi nel mondo, è quella globale. Basti pensare, ad esempio, che la lunga crisi economica nella quale siamo precipitati è nata negli Usa. Anche la sopravvalutazione dell'euro (che rende più costose le nostre esportazioni) nasce dalla politica espansiva della Fed. E si potrebbe continuare.
Ebbene, quanto è stato detto, analizzato, discusso, di questi problemi, nel dibattito politico che sta portando a Palazzo Chigi, Matteo Renzi? Niente, come se l'Italia fosse un'isola felice, gestibile dalla tolda di comando dei due chilometri quadrati che si trovano nel centro di Roma dove infatti si discute accanitamente e in modo bizantino di Imu da mettere, sospendere, allargare o denominare in vario modo e, da un quarto di secolo, anche dell'art. 18 che peraltro è rimasto intonso perché intoccabile. Tanto vale allora accantonarlo e non parlarne più. Costi quel che costi.
Da noi nessuno si è accorto (mentre le infinite dirette tv strologavano per ore fra Cuperlo e Civati) che il presidente francese Hollande è stato ricevuto con grandi onori da Obama in un viaggio in Usa che è durato ben cinque giorni. Come mai tutti questi tappeti rossi al rappresentante di un paese che ha solo il 18% di pil in più dell'Italia e a un presidente che ha un gradimento del 19% da parte dei francesi? Perché Hollande può essere il cuneo europeo della strategia Usa contro la Merkel. A proposito di politica estera.
di Pierluigi Magnaschi
Il 70% dell'attività legislativa italiana si riduce al recepimento di direttive comunitarie, la politica monetaria è stata integralmente deferita alla Bce, così come è europea la dimensione minima per poter fare politica estera (cioè per cercare di contenere gli uragani politico-economici che stano squassando il mondo). Anche la politica di bilancio (il famoso vincolo del 3%) e, attraverso di esso, pure la politica tributaria, viene, in sostanza, decisa a livello europeo.
E dal prossimo anno, con l'applicazione del Fiscal compact, approvato entusiasticamente da un parlamento italiano che non lo aveva letto e che, se lo aveva letto, non lo aveva capito, dovremmo vedere i sorci verdi, come si dice dalle parti del Tevere. Ovviamente, la dimensione europea per poter fronteggiare le sfide internazionali è quella minima. Ma la dimensione realistica, per poter tutelare i nostri interessi nel mondo, è quella globale. Basti pensare, ad esempio, che la lunga crisi economica nella quale siamo precipitati è nata negli Usa. Anche la sopravvalutazione dell'euro (che rende più costose le nostre esportazioni) nasce dalla politica espansiva della Fed. E si potrebbe continuare.
Ebbene, quanto è stato detto, analizzato, discusso, di questi problemi, nel dibattito politico che sta portando a Palazzo Chigi, Matteo Renzi? Niente, come se l'Italia fosse un'isola felice, gestibile dalla tolda di comando dei due chilometri quadrati che si trovano nel centro di Roma dove infatti si discute accanitamente e in modo bizantino di Imu da mettere, sospendere, allargare o denominare in vario modo e, da un quarto di secolo, anche dell'art. 18 che peraltro è rimasto intonso perché intoccabile. Tanto vale allora accantonarlo e non parlarne più. Costi quel che costi.
Da noi nessuno si è accorto (mentre le infinite dirette tv strologavano per ore fra Cuperlo e Civati) che il presidente francese Hollande è stato ricevuto con grandi onori da Obama in un viaggio in Usa che è durato ben cinque giorni. Come mai tutti questi tappeti rossi al rappresentante di un paese che ha solo il 18% di pil in più dell'Italia e a un presidente che ha un gradimento del 19% da parte dei francesi? Perché Hollande può essere il cuneo europeo della strategia Usa contro la Merkel. A proposito di politica estera.
Per Antonio Polito, il cambio della guardia a Palazzo Chigi è molto facile da decifrare
Il Pd è cambiato e Letta è caduto
Renzi ha voluto prendere in mano la barra del governo
di Fabio Franchini Ilsussidiario.net
Matteo Renzi ha indicato la rotta: «Usciamo dalla palude» in cui si è impantanato il governo Letta. Il segretario del Pd ha sfiduciato di fatto il compagno di partito Enrico Letta. e il suo insediamento a Palazzo Chigi è questione di ore. Il progetto di Renzi (che propone un patto fino al 2018) è certamente coraggioso, ma in quanti lo seguiranno? E cosa succederà adesso nel panorama politico italiano? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Polito, direttore del Corriere del Mezzogiorno ed editorialista del Corsera.
Domanda.
Finisce il governo Letta, arriva Renzi. Tutto normale?
Risposta. Nei paesi normali si vincono le elezioni per andare al governo; questo non è accaduto e bisogna sottolineare che è molto tempo che non succede. E, soprattutto, non è normale che un unico partito produca tre premier in un anno: Bersani, presidente del Consiglio incaricato con un modello che prevedeva un'alleanza con il M5s; Letta, obbligato a fare le larghe intese con Berlusconi; e infine Renzi, che dovrebbe fare le larghe intese con Berlusconi fuori dal governo, ma in una maggioranza esterna che fa le riforme. D. Letta aveva detto: chi vuol venire al mio posto deve dire cosa vuol fare. Renzi lo ha fatto?
R: Beh, Renzi ha detto l'essenziale. ha chiesto la sua testa. Ecco, sui contenuti non ha detto molto, ma ha parlato della durata dell'incarico (fino al 2018) e dell'accelerata che vorrebbe imprimere, premendo sul pedale con più vigore rispetto a Letta. Certo, siamo ben lontani da un programma di governo. E a proposito...
D. Prego.
R.Il Pd non ha la maggioranza e dovrà contrattare il programma con le altre forze parlamentari. Cosa che Alfano ha subito ricordato,.
D. Ma Letta è caduto effettivamente perché serviva una svolta o per rivalità politiche interne?
R. Letta ha fatto poco, ma prima l'esecutivo è stato bloccato per due-tre mesi dai ricatti di Berlusconi e poi, perché ha dovuto aspettare la risoluzione del giallo interno al partito, con la vittoria di Renzi e la sua proposta politica.
D. Quindi paga colpe (anche) non sue?
R. Le forze politiche, compreso il Pd, hanno molte responsabilità nel poco che ha fatto il governo Letta. È caduto perché il suo partito, rispetto al momento della sua nomina a primo ministro, è cambiato completamente e Renzi vuole assumere il comando delle operazioni.
D. Il Pd è più forte o più debole di prima?
R. Ha dato uno spettacolo brutto che non lo avvantaggia, soprattutto perché si era tanto detto che il prossimo governo sarebbe nato dalle urne e che Renzi non sarebbe diventato premier senza la benedizione popolare. È anche vero però che se i risultati di governo sono visibili e convincenti, queste cose si dimenticano in fretta. C'è poi il nodo delle elezioni europee.
D. Si spieghi.
R. Renzi teme il fatto che un brutto esito delle europe possa mandare per aria la sua segreteria. Ha pensato dunque di premunirsi facendo campagna elettorale da Palazzo Chigi, dimostrando che il Pd è cambiato in meglio. Se gli riesce questo giochetto il Pd ne esce più forte.
D. Il fatto che Renzi diventi premier senza passare dalle urne è un elemento che lo indebolisce?
R. Certo, il Paese è sorpreso e anche un po' sconcertato per quello che è successo. E parallelamente si rafforza la propaganda di Grillo e Berlusconi contro il Pd, ma tutto questo può essere pareggiato da un effetto «del fare», se il governo funzionasse.
D: Ncd non assicura l'appoggio. Gioco delle parti o c'è dell'altro?
R. Ncd entrerà nel governo, Il partito di Alfano, decisivo al senato) ha però il problema di spiegare il proprio ruolo in un governo di centro-sinistra.
D. Renzi punta al 2018. Ce la farà?
R. La condizione della maggioranza è abborracciata. E nel programma di Renzi, ci sono temi urticanti proprio per Ncd. Assisteremo a qualche mal di pancia di sicuro. Sta a vedere quanti saranno...
D. Basteranno Renzi e la sua squadra a dare discontinuità?
R. Godrebbe del pieno sostegno del proprio partito, cosa che Letta non aveva. Ma la questione cruciale sono i margini di manovra che il governo italiano ha sul tema della finanza pubblica insieme alle politiche europee adottate in materia. Se il resto d'Europa e i mercati decidessero di scommettere sulla proposta politica di Renzi ne trarremmo sicuro vantaggio, ma non credo che Renzi godrà di un trattamento speciale. Spero di sbagliarmi.
D. Come cambieranno i rapporti con Forza Italia? Può Renzi fare le riforme con chi gli farà l'opposizione?
R. Questa è la vera incognita. Renzi e Berlusconi si erano accordati per fare le riforme e tornare al voto. Ora Renzi vuole di governare fino al 2018, ma Berlusconi non ha certo voglia di aspettare 4 anni. Il tutto potrebbe avere conseguenze sul tavolo delle riforme con Fi che potrebbe far saltare tutto.
D. Siamo alla vigilia di una nuova elezione del capo dello Stato?
R. Il presidente della Repubblica ha detto che non avrebbe fatto tutto il mandato e che avrebbe retto la carica finché il processo di riforme si fosse avviato e le sue forze lo avessero sostenuto. Ora la legge elettorale è alla cfamera e dovrebbe arrivare quella relativa al titolo V. Credo che Napolitano si dimetterà non appena la situazione si incanalerà sui binari della stabilità e non appena si possa tornare alle urne senza che succeda la fine del mondo.
D. Letta? Avrà un posto nel governo Renzi?
R. Per come si è comportato e per l'orgoglio che ha dimostrato, escludo quest'ipotesi. Facendo il parallelo con Prodi e D'Alema, quest'ultimo si preoccupò di sistemare il Professore in Europa; poiché in Europa ci sono numerose cariche prossime a rinnovarsi penso che il suo futuro possa essere lì.
Il Pd è cambiato e Letta è caduto
Renzi ha voluto prendere in mano la barra del governo
di Fabio Franchini Ilsussidiario.net
Matteo Renzi ha indicato la rotta: «Usciamo dalla palude» in cui si è impantanato il governo Letta. Il segretario del Pd ha sfiduciato di fatto il compagno di partito Enrico Letta. e il suo insediamento a Palazzo Chigi è questione di ore. Il progetto di Renzi (che propone un patto fino al 2018) è certamente coraggioso, ma in quanti lo seguiranno? E cosa succederà adesso nel panorama politico italiano? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Polito, direttore del Corriere del Mezzogiorno ed editorialista del Corsera.
Domanda.
Finisce il governo Letta, arriva Renzi. Tutto normale?
Risposta. Nei paesi normali si vincono le elezioni per andare al governo; questo non è accaduto e bisogna sottolineare che è molto tempo che non succede. E, soprattutto, non è normale che un unico partito produca tre premier in un anno: Bersani, presidente del Consiglio incaricato con un modello che prevedeva un'alleanza con il M5s; Letta, obbligato a fare le larghe intese con Berlusconi; e infine Renzi, che dovrebbe fare le larghe intese con Berlusconi fuori dal governo, ma in una maggioranza esterna che fa le riforme. D. Letta aveva detto: chi vuol venire al mio posto deve dire cosa vuol fare. Renzi lo ha fatto?
R: Beh, Renzi ha detto l'essenziale. ha chiesto la sua testa. Ecco, sui contenuti non ha detto molto, ma ha parlato della durata dell'incarico (fino al 2018) e dell'accelerata che vorrebbe imprimere, premendo sul pedale con più vigore rispetto a Letta. Certo, siamo ben lontani da un programma di governo. E a proposito...
D. Prego.
R.Il Pd non ha la maggioranza e dovrà contrattare il programma con le altre forze parlamentari. Cosa che Alfano ha subito ricordato,.
D. Ma Letta è caduto effettivamente perché serviva una svolta o per rivalità politiche interne?
R. Letta ha fatto poco, ma prima l'esecutivo è stato bloccato per due-tre mesi dai ricatti di Berlusconi e poi, perché ha dovuto aspettare la risoluzione del giallo interno al partito, con la vittoria di Renzi e la sua proposta politica.
D. Quindi paga colpe (anche) non sue?
R. Le forze politiche, compreso il Pd, hanno molte responsabilità nel poco che ha fatto il governo Letta. È caduto perché il suo partito, rispetto al momento della sua nomina a primo ministro, è cambiato completamente e Renzi vuole assumere il comando delle operazioni.
D. Il Pd è più forte o più debole di prima?
R. Ha dato uno spettacolo brutto che non lo avvantaggia, soprattutto perché si era tanto detto che il prossimo governo sarebbe nato dalle urne e che Renzi non sarebbe diventato premier senza la benedizione popolare. È anche vero però che se i risultati di governo sono visibili e convincenti, queste cose si dimenticano in fretta. C'è poi il nodo delle elezioni europee.
D. Si spieghi.
R. Renzi teme il fatto che un brutto esito delle europe possa mandare per aria la sua segreteria. Ha pensato dunque di premunirsi facendo campagna elettorale da Palazzo Chigi, dimostrando che il Pd è cambiato in meglio. Se gli riesce questo giochetto il Pd ne esce più forte.
D. Il fatto che Renzi diventi premier senza passare dalle urne è un elemento che lo indebolisce?
R. Certo, il Paese è sorpreso e anche un po' sconcertato per quello che è successo. E parallelamente si rafforza la propaganda di Grillo e Berlusconi contro il Pd, ma tutto questo può essere pareggiato da un effetto «del fare», se il governo funzionasse.
D: Ncd non assicura l'appoggio. Gioco delle parti o c'è dell'altro?
R. Ncd entrerà nel governo, Il partito di Alfano, decisivo al senato) ha però il problema di spiegare il proprio ruolo in un governo di centro-sinistra.
D. Renzi punta al 2018. Ce la farà?
R. La condizione della maggioranza è abborracciata. E nel programma di Renzi, ci sono temi urticanti proprio per Ncd. Assisteremo a qualche mal di pancia di sicuro. Sta a vedere quanti saranno...
D. Basteranno Renzi e la sua squadra a dare discontinuità?
R. Godrebbe del pieno sostegno del proprio partito, cosa che Letta non aveva. Ma la questione cruciale sono i margini di manovra che il governo italiano ha sul tema della finanza pubblica insieme alle politiche europee adottate in materia. Se il resto d'Europa e i mercati decidessero di scommettere sulla proposta politica di Renzi ne trarremmo sicuro vantaggio, ma non credo che Renzi godrà di un trattamento speciale. Spero di sbagliarmi.
D. Come cambieranno i rapporti con Forza Italia? Può Renzi fare le riforme con chi gli farà l'opposizione?
R. Questa è la vera incognita. Renzi e Berlusconi si erano accordati per fare le riforme e tornare al voto. Ora Renzi vuole di governare fino al 2018, ma Berlusconi non ha certo voglia di aspettare 4 anni. Il tutto potrebbe avere conseguenze sul tavolo delle riforme con Fi che potrebbe far saltare tutto.
D. Siamo alla vigilia di una nuova elezione del capo dello Stato?
R. Il presidente della Repubblica ha detto che non avrebbe fatto tutto il mandato e che avrebbe retto la carica finché il processo di riforme si fosse avviato e le sue forze lo avessero sostenuto. Ora la legge elettorale è alla cfamera e dovrebbe arrivare quella relativa al titolo V. Credo che Napolitano si dimetterà non appena la situazione si incanalerà sui binari della stabilità e non appena si possa tornare alle urne senza che succeda la fine del mondo.
D. Letta? Avrà un posto nel governo Renzi?
R. Per come si è comportato e per l'orgoglio che ha dimostrato, escludo quest'ipotesi. Facendo il parallelo con Prodi e D'Alema, quest'ultimo si preoccupò di sistemare il Professore in Europa; poiché in Europa ci sono numerose cariche prossime a rinnovarsi penso che il suo futuro possa essere lì.
sabato 15 febbraio 2014
POLITICA INTERNAZIONALE
KERRY A PECHINO INCONTRA XI E WANG
Tra i temi, disputa Cina-Giappone e nucleare nordcoreano
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 14 feb. - Il segretario di Stato americano John Kerry è arrivato oggi a Pechino, per la seconda tappa asiatica della sua missione, che lo ha portato ieri in Corea del Sud e proseguirà per l'Indonesia e gli Emirati Arabi Uniti. La visita di oggi servirà anche per preparare il terreno a Obama, che si recherà Pechino ad aprile prossimo. Kerry ha incontrato Xi Jinping alla Grande Sala del Popolo e successivamente il Ministro degli Esteri Wang Yi. All'ordine del giorno, l'acuirsi dei toni nella disputa con il Giappone per le rivendicazioni territoriali nel Mare Cinese Orientale, e la questione del nucleare nord-coreano, affrontata da Kerry nella tappa in Corea del Sud con la presidente Park Geun-hye.
L'incontro con Xi Jinping è stato "molto costruttivo" ha detto Kerry. Il segretario di Stato Usa si è detto anche "molto lieto di avere potuto approfondire in dettaglio alcune delle questioni riguardanti la Corea del Nord". Xi Jinping ha rinnovato l'impegno cinese nel costruire "un nuovo modello di relazioni sino-americane", come già dichiarato in precedenza durante la visita del vice presidente Usa, Joe Biden, nei giorni caldi delle polemiche sull'ADIZ, la zona di identificazione aerea di Difesa sul Mare Cinese Orientale.
Le forti polemiche con il Giappone proseguono da settimane, da quando cioè, il primo ministro di Tokyo, Shinzo Abe, si era recato in visita, il 26 dicembre scorso, al tempio Yasukuni, il santuario dove sono sepolti i soldati morti durante il secondo conflitto mondiale, ma anche alcuni generali che Pechino annovera tra i criminali di guerra. Negli ultimi giorni, i toni si sono molto alzati con editoriali di fuoco contro il Giappone pubblicati dai maggiori media cinesi: questa settimana, un lungo articolo del Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del PCC, ha definito il primo ministro Shinzo Abe un gangster politico. Kerry ha ribadito la posizione di Washigton sull'ADIZ cinese esistente, e su un'altra possibile nel Mare Cinese Meridionale, dove Pechino ha altre questioni di sovranità irrisolte con i Paesi della regione. "Abbiamo detto molto chiaramente che una unilaterale e non annunciata iniziativa come quella, costituirebbe una sfida per alcuni popoli della regione e una minaccia alla stabilità". Le difficili relazioni diplomatiche cinesi con alcuni Stati del sud-est asiatico hanno avuto, nella settimana del capodanno, anche un altro scambio di battute roventi con il presidente delle Filippine, Benigno Aquino, che in un'intervista al New York Times aveva definito la dirigenza cinese nazista nella gestione delle sue rivendicazioni territoriali. Pechino ha replicato a brevissima distanza definendo Aquino un ignorante e un turista della politica.
Sulle dispute di sovranità, Wang ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare la posizione cinese e di mantenere un atteggiamento "oggettivo e imparziale" per promuovere la comprensione reciproca nella regione e salvaguardare la pace e la stabilità. Kerry ha sottolineato l'importanza del codice di condotta nel Mare Cinese Meridionale come strumento utile a evitare l'escalation della tensione al largo delle coste meridionali cinesi, e ha chiesto da parte di tutte le parti coinvolte la creazione di unità anti-crisi per gestire i momenti di maggiore frizione. Ma sulle isole contese con Tokyo, le Senkaku/Diaoyu, che rappresentano per Pechino il maggiore punto di frizione con il Giappone, le posizioni sono ancora distanti. Prima di partire per Pechino, ieri, Kerry aveva rinnovato il sostegno a Tokyo, in caso di escalation con Pechino, che rivendica l'arcipelago come parte integrante del proprio territorio nazionale, con il nome di Diaoyu.
Un punto di accordo, invece, Washington e Pechino, lo hanno sulle gestione dei rapporti con Pyonyang. La questione nord-coreana è stata affrontata da Kerry anche durante l'incontro con il ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha rassicurato il segretario di Stato Usa sull'impegno cinese a mantenere la stabilità nella penisola. La Cina, ha dichiarato Wang, non permetterà il caos tra le due Coree. "Non solo lo diciamo - ha detto il ministro degli Esteri cinese - lo facciamo". La decisa presa di posizione cinese nei confronti di Pyongyang riscontra anche il favore di Washington. La Cina, ha detto Kerry ai giornalisti presenti, "non avrebbe potuto esprimere con più forza il proprio impegno" nei confronti della questione nord-coreana. Kerry ha poi anche detto che se la Corea del Nord non si dimostrerà seria nell'intenzione di fermare il suo programma nucleare, la Cina prenderà in considerazione l'ipotesi di "ulteriori mosse" per convincere Pyongyang a desistere dallo sviluppo di armi atomiche.
14 febbraio 2014
KERRY A PECHINO INCONTRA XI E WANG
Tra i temi, disputa Cina-Giappone e nucleare nordcoreano
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 14 feb. - Il segretario di Stato americano John Kerry è arrivato oggi a Pechino, per la seconda tappa asiatica della sua missione, che lo ha portato ieri in Corea del Sud e proseguirà per l'Indonesia e gli Emirati Arabi Uniti. La visita di oggi servirà anche per preparare il terreno a Obama, che si recherà Pechino ad aprile prossimo. Kerry ha incontrato Xi Jinping alla Grande Sala del Popolo e successivamente il Ministro degli Esteri Wang Yi. All'ordine del giorno, l'acuirsi dei toni nella disputa con il Giappone per le rivendicazioni territoriali nel Mare Cinese Orientale, e la questione del nucleare nord-coreano, affrontata da Kerry nella tappa in Corea del Sud con la presidente Park Geun-hye.
L'incontro con Xi Jinping è stato "molto costruttivo" ha detto Kerry. Il segretario di Stato Usa si è detto anche "molto lieto di avere potuto approfondire in dettaglio alcune delle questioni riguardanti la Corea del Nord". Xi Jinping ha rinnovato l'impegno cinese nel costruire "un nuovo modello di relazioni sino-americane", come già dichiarato in precedenza durante la visita del vice presidente Usa, Joe Biden, nei giorni caldi delle polemiche sull'ADIZ, la zona di identificazione aerea di Difesa sul Mare Cinese Orientale.
Le forti polemiche con il Giappone proseguono da settimane, da quando cioè, il primo ministro di Tokyo, Shinzo Abe, si era recato in visita, il 26 dicembre scorso, al tempio Yasukuni, il santuario dove sono sepolti i soldati morti durante il secondo conflitto mondiale, ma anche alcuni generali che Pechino annovera tra i criminali di guerra. Negli ultimi giorni, i toni si sono molto alzati con editoriali di fuoco contro il Giappone pubblicati dai maggiori media cinesi: questa settimana, un lungo articolo del Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del PCC, ha definito il primo ministro Shinzo Abe un gangster politico. Kerry ha ribadito la posizione di Washigton sull'ADIZ cinese esistente, e su un'altra possibile nel Mare Cinese Meridionale, dove Pechino ha altre questioni di sovranità irrisolte con i Paesi della regione. "Abbiamo detto molto chiaramente che una unilaterale e non annunciata iniziativa come quella, costituirebbe una sfida per alcuni popoli della regione e una minaccia alla stabilità". Le difficili relazioni diplomatiche cinesi con alcuni Stati del sud-est asiatico hanno avuto, nella settimana del capodanno, anche un altro scambio di battute roventi con il presidente delle Filippine, Benigno Aquino, che in un'intervista al New York Times aveva definito la dirigenza cinese nazista nella gestione delle sue rivendicazioni territoriali. Pechino ha replicato a brevissima distanza definendo Aquino un ignorante e un turista della politica.
Sulle dispute di sovranità, Wang ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare la posizione cinese e di mantenere un atteggiamento "oggettivo e imparziale" per promuovere la comprensione reciproca nella regione e salvaguardare la pace e la stabilità. Kerry ha sottolineato l'importanza del codice di condotta nel Mare Cinese Meridionale come strumento utile a evitare l'escalation della tensione al largo delle coste meridionali cinesi, e ha chiesto da parte di tutte le parti coinvolte la creazione di unità anti-crisi per gestire i momenti di maggiore frizione. Ma sulle isole contese con Tokyo, le Senkaku/Diaoyu, che rappresentano per Pechino il maggiore punto di frizione con il Giappone, le posizioni sono ancora distanti. Prima di partire per Pechino, ieri, Kerry aveva rinnovato il sostegno a Tokyo, in caso di escalation con Pechino, che rivendica l'arcipelago come parte integrante del proprio territorio nazionale, con il nome di Diaoyu.
Un punto di accordo, invece, Washington e Pechino, lo hanno sulle gestione dei rapporti con Pyonyang. La questione nord-coreana è stata affrontata da Kerry anche durante l'incontro con il ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha rassicurato il segretario di Stato Usa sull'impegno cinese a mantenere la stabilità nella penisola. La Cina, ha dichiarato Wang, non permetterà il caos tra le due Coree. "Non solo lo diciamo - ha detto il ministro degli Esteri cinese - lo facciamo". La decisa presa di posizione cinese nei confronti di Pyongyang riscontra anche il favore di Washington. La Cina, ha detto Kerry ai giornalisti presenti, "non avrebbe potuto esprimere con più forza il proprio impegno" nei confronti della questione nord-coreana. Kerry ha poi anche detto che se la Corea del Nord non si dimostrerà seria nell'intenzione di fermare il suo programma nucleare, la Cina prenderà in considerazione l'ipotesi di "ulteriori mosse" per convincere Pyongyang a desistere dallo sviluppo di armi atomiche.
14 febbraio 2014
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