domenica 24 novembre 2013
Stangata sugli affitti in nero agli studenti sequestrati 47 immobili a Roma
Operazione della Guardia di finanza dopo il Patto antievasione siglato con le tre università statale romani, la Regione Lazio e il Campidoglio. In crescita le segnalazioni dei ragazzi. A 50mila matricole distribuita la guida elettronica "Studia e vivi" a Roma. E negli atenei nascono "i punti ascolto" con agenti delle Fiamme gialle e funzionari dell'Agenzia delle entrate
Stangata sugli affitti in nero agli studenti sequestrati 47 immobili a RomaQuarantasette immobili sequestrati e 27 milioni di euro recuperati. Sono alcuni numeri dell'operazione della Guardia di Finanza contro gli affitti in nero per gli studenti universitari nella Capitale dopo la firma del patto antievasione firmato lo scorso settembre con la Regione Lazio, Roma Capitale e le università "La Sapienza", "Tor Vergata", "Roma Tre", alle quali si è aggiunta la Direzione Regionale Agenzia delle Entrate del Lazio.
"Un nuovo, duro colpo agli affitti in nero - ha commentato soddisfatto il sindaco Marino - Sono state così recuperate ingenti somme tolte al fisco e a Roma da chi si crede più furbo ai danni dell'intera collettività".
Su 132 controlli effettuati - anche grazie alla collaborazione di decine di studenti che hanno inviato le loro segnalazioni alla Finanza - dal mese di ottobre ad oggi, 92 sono infatti risultati irregolari e sono stati recuperati 1,7 milioni di euro di imponibile non dichiarato. Ma nel complesso dall'inizio dell'anno è stato possibile smascherare un'evasione di 12 milioni, ai quali si aggiungono 13,5 milioni che corrispondono al valore degli immobili sequestrati.
Grazie al patto antievasione, inoltre, si è registrata un'impennata di segnalazioni: +250%, con un conseguente incremento di controlli del +179%.
Tra i tanti casi emersi c'è ad esempio quello di un ottantenne evasore totale al quale sono stati sequestrati beni per 13,5 milioni e, precisamente, 47 immobili tra Ardea e Roma - Tor Vergata, oltre a tre automobili, un ciclomotore e un camper.
In base alla segnalazione di un altro studente al 117, è stato possibile risalire a un sessantenne proprietario di sei appartamenti in zona Magliana, locati in "nero" a comunitari ed extracomunitari. L'intervento ha permesso di contestare non solo la mancata registrazione dei contratti di locazione e l'omessa dichiarazione dei redditi percepiti dal proprietario per un imponibile pari a 171.305 euro, ma anche di denunciarlo per gli allacci l'abusivi alla rete idrica ed elettrica.
Repressione delle irregolarità, certo, ma tra i compiti delle Fiamme Gialle anche la prevenzione. Già in occasione dell'attivazione del Patto antievasione, è stata presentata e distribuita la guida pratica 'Studia e vivi a Roma' con i buoni consigli per trovare casa senza sorprese, sfruttando opportunità ed agevolazioni offerte dallo Stato, dalla Regione, da Roma Capitale e dalle Università che stanno procedendo al recapito del prontuario in forma elettronica alle caselle e-mail di circa 50.000 matricole. In sinergia con la Direzione Regionale dell'Agenzia delle Entrate del Lazio, presso ciascuna delle tre Università statali saranno inoltre presenti "punti di ascolto integrati", dove Fiamme gialle e funzionari dell'Agenzia dell'Entrate, riceveranno segnalazioni ed esposti e forniranno consulenze ed assistenza per la redazione e registrazione dei contratti d'affitto. E' stata infine attivata un'apposita casella di posta elettronica, helpaffitti.roma@gdf.it, dedicata a quei cittadini interessati a segnalare situazioni irregolari.
Milan, esplode la rabbia dei tifosi. Squadra assediata, Kakà esce a parlare con gli ultrà
Milano, 23 novembre 2013
A San Siro fischi e striscioni minacciosi . Fuori dai cancelli squadra contestata: il brasiliano e Abbiati escono a confrontarsi con gli ultrà. “Rossi come il fuoco, neri come l’incazzatura: se non sputate sangue iniziate ad avere paura”, al fischio d’inizio. “Vi aspettiamo fuori dai box, indegni”, alla fine la pazienza dei tifosi rossoneri è finita. E non da ieri. Prima, durante e alla fine della partita pareggiata 1-1 col Genoa fischi e striscioni. Poi al triplice fischio la protesta si è spostata fuori dallo stadio. Con circa 400 ultras ad aspettare l'uscita della squadra. Fortunatamente dopo il colloquio con Kakà il clima si è rasserenato, ma la contestazione forse ancora più pesante pare solo rimandata, mentre il Milan sempre più in crisi è atteso martedì dalla trasferta in Champions.
KAKA DAGLI ULTRÀ — “Ci vediamo alla prossima partita in casa...”. Così si è concluso il colloquio tra Kakà e Abbiati e i circa 400 ultrà che li aspettavano. I tifosi si sono riversati fuori dallo stadio intonando cori insultanti: “Vergogna”, “Siete una squadra di m....”, “ci avete rotto i c...”. Gli ultrà della Curva Sud hanno chiesto un confronto con i giocatori. Kakà è stato l’unico applaudito al grido di “Sei l’unico a salvarsi in questa m...”. Anche balotelli voleva uscire ma la polizia lo ha sconsigliando. Al momento Kakà sembra l'unico ad essere rispettato dai tifosi.
FINALE TESO — Allo scadere dei 94’ di gioco fischi, insulti, minacce, lancio di oggetti in campo per una protesta durissima della Curva del Milan. “Vi aspettiamo fuori dai box, indegni”, l’ultimo striscione esposto. Ce n’è stato per tutti: la Sud accusa la dirigenza di pensare soprattutto ai propri giochi di potere (“Più che una società sembrate una telenovela, in pochi mesi avete distrutto i successi di un’era”), mentre la squadra scivola verso la bassa classifica, Constant di essere “pagliaccio e arrogante”, Allegri è nell’occhio del ciclone per la scarsa qualità del gioco (“Per come giocate c’è poco da stare Allegri”).
L’INIZIO — “Rossi come il fuoco, neri come l’incazzatura: se non sputate sangue iniziate ad aver paura”. Ecco come San Siro aveva accolto i giocatori prima del fischio d’inizio.
Milano, 23 novembre 2013
A San Siro fischi e striscioni minacciosi . Fuori dai cancelli squadra contestata: il brasiliano e Abbiati escono a confrontarsi con gli ultrà. “Rossi come il fuoco, neri come l’incazzatura: se non sputate sangue iniziate ad avere paura”, al fischio d’inizio. “Vi aspettiamo fuori dai box, indegni”, alla fine la pazienza dei tifosi rossoneri è finita. E non da ieri. Prima, durante e alla fine della partita pareggiata 1-1 col Genoa fischi e striscioni. Poi al triplice fischio la protesta si è spostata fuori dallo stadio. Con circa 400 ultras ad aspettare l'uscita della squadra. Fortunatamente dopo il colloquio con Kakà il clima si è rasserenato, ma la contestazione forse ancora più pesante pare solo rimandata, mentre il Milan sempre più in crisi è atteso martedì dalla trasferta in Champions.
KAKA DAGLI ULTRÀ — “Ci vediamo alla prossima partita in casa...”. Così si è concluso il colloquio tra Kakà e Abbiati e i circa 400 ultrà che li aspettavano. I tifosi si sono riversati fuori dallo stadio intonando cori insultanti: “Vergogna”, “Siete una squadra di m....”, “ci avete rotto i c...”. Gli ultrà della Curva Sud hanno chiesto un confronto con i giocatori. Kakà è stato l’unico applaudito al grido di “Sei l’unico a salvarsi in questa m...”. Anche balotelli voleva uscire ma la polizia lo ha sconsigliando. Al momento Kakà sembra l'unico ad essere rispettato dai tifosi.
FINALE TESO — Allo scadere dei 94’ di gioco fischi, insulti, minacce, lancio di oggetti in campo per una protesta durissima della Curva del Milan. “Vi aspettiamo fuori dai box, indegni”, l’ultimo striscione esposto. Ce n’è stato per tutti: la Sud accusa la dirigenza di pensare soprattutto ai propri giochi di potere (“Più che una società sembrate una telenovela, in pochi mesi avete distrutto i successi di un’era”), mentre la squadra scivola verso la bassa classifica, Constant di essere “pagliaccio e arrogante”, Allegri è nell’occhio del ciclone per la scarsa qualità del gioco (“Per come giocate c’è poco da stare Allegri”).
L’INIZIO — “Rossi come il fuoco, neri come l’incazzatura: se non sputate sangue iniziate ad aver paura”. Ecco come San Siro aveva accolto i giocatori prima del fischio d’inizio.
Letta: “Basta tasse o Grillo vola al 51%”
«Se si continua con tasse e tagli Grillo avrà la maggioranza», lo ha detto il presidente del consiglio Enrico Letta a Berlino. «Basta con tagli e tasse o Grillo arriva al 51%», ha aggiunto riferendosi all’avanzata populista in Europa e al leader di 5 Stelle Beppe Grillo. Parlando ad un convegno organizzato dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung a Berlino, ha aggiunto: «L’Italia è fuori dal periodo peggiore della crisi; abbiamo presentato la legge di bilancio e per la prima volta le cifre dicono che l’anno prossimo ci sarà una discesa del debito», il deficit sarà sotto il 3%, unico Paese Ue insieme alla Germania a riuscirci, e che sempre nel 2014 ci sarà la ripresa.
Non solo economia, Letta ha parlato anche della situazione politica.«Berlusconi non è più un pericolo per un semplice motivo», ha scandito il presidente del Consiglio, rispondendo in inglese al capo redattore del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, Kurt Kister, durante una tavola rotonda organizzata a Berlino. Letta, ricordando la «scissione» fra Forza Italia e il Nuovo Centrodestra ha spiegato che quello di Alfano e dei suoi parlamentari è un sostegno «sufficiente a dare al governo una chiara maggioranza». «Sono più forte oggi - ha aggiunto Letta - perché la discussione avuta nel centrodestra è stata proprio una discussione sulla stabilità del governo. Berlusconi e il suo partito, Forza Italia, hanno detto che avrebbero sostenuto il governo solo se avessi impedito a Berlusconi di uscire dal Parlamento, Alfano ha detto invece che le due cose devono rimanere distinte». «Ecco perché - ha concluso il premier - ora la situazione è più stabile; è stato un periodo di grande instabilità, ma sono qui dopo sette mesi e resisterò». Letta ha speso parole anche sul sindaco di Firienze. Con Renzi, ha detto il premier «siamo amici e lavoreremo insieme; certamente siamo molto differenti come attitudine e comportamenti, del resto - ha aggiunto in tono scherzoso - quelli di Firenze sono molto diversi dai pisani. Ma lavoreremo insieme». In Italia, ha proseguito Letta nel suo ragionamento parlando in inglese, «tradizionalmente il centrosinistra collassa e si divide per personalità che combattono l’un l’altro: credo che abbiamo imparato la lezione e sono certo lavoreremo insieme».
«Se si continua con tasse e tagli Grillo avrà la maggioranza», lo ha detto il presidente del consiglio Enrico Letta a Berlino. «Basta con tagli e tasse o Grillo arriva al 51%», ha aggiunto riferendosi all’avanzata populista in Europa e al leader di 5 Stelle Beppe Grillo. Parlando ad un convegno organizzato dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung a Berlino, ha aggiunto: «L’Italia è fuori dal periodo peggiore della crisi; abbiamo presentato la legge di bilancio e per la prima volta le cifre dicono che l’anno prossimo ci sarà una discesa del debito», il deficit sarà sotto il 3%, unico Paese Ue insieme alla Germania a riuscirci, e che sempre nel 2014 ci sarà la ripresa.
Non solo economia, Letta ha parlato anche della situazione politica.«Berlusconi non è più un pericolo per un semplice motivo», ha scandito il presidente del Consiglio, rispondendo in inglese al capo redattore del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, Kurt Kister, durante una tavola rotonda organizzata a Berlino. Letta, ricordando la «scissione» fra Forza Italia e il Nuovo Centrodestra ha spiegato che quello di Alfano e dei suoi parlamentari è un sostegno «sufficiente a dare al governo una chiara maggioranza». «Sono più forte oggi - ha aggiunto Letta - perché la discussione avuta nel centrodestra è stata proprio una discussione sulla stabilità del governo. Berlusconi e il suo partito, Forza Italia, hanno detto che avrebbero sostenuto il governo solo se avessi impedito a Berlusconi di uscire dal Parlamento, Alfano ha detto invece che le due cose devono rimanere distinte». «Ecco perché - ha concluso il premier - ora la situazione è più stabile; è stato un periodo di grande instabilità, ma sono qui dopo sette mesi e resisterò». Letta ha speso parole anche sul sindaco di Firienze. Con Renzi, ha detto il premier «siamo amici e lavoreremo insieme; certamente siamo molto differenti come attitudine e comportamenti, del resto - ha aggiunto in tono scherzoso - quelli di Firenze sono molto diversi dai pisani. Ma lavoreremo insieme». In Italia, ha proseguito Letta nel suo ragionamento parlando in inglese, «tradizionalmente il centrosinistra collassa e si divide per personalità che combattono l’un l’altro: credo che abbiamo imparato la lezione e sono certo lavoreremo insieme».
mercoledì 20 novembre 2013
"Bisogna rafforzare i divieti di urbanizzazione del territorio" di Carlo Mannoni (ex assessore regionale Lavori pubblici)
L'evento meteorologico estremo che ieri ha colpito la Sardegna ha provocato la perdita di almeno 18 vite umane. Un dato terribile reso ancora più grave dal fatto che 8 delle 18 persone decedute (3 ad Olbia, 4 ad Arzachena ed una ad Uras ) hanno perso la vita all'interno dei centri urbani. Nell'evoluzione urbanistica del territorio della Sardegna l'acqua ha mutato il significato della sua presenza: da bene raro, e quindi da salvaguardare, a male da cui difendersi nelle aree divenute fragili, dal punto di vista idrogeologico, per gli insediamenti dell'uomo.
Per essere più sicuri forse ritorneremo alle palafitte. Saranno palafitte moderne, ovviamente, ma ci eleveremo di qualche metro sul terreno per metterci al sicuro dalle acque. Forse è questa la prospettiva dei territori attraversati dai corsi d'acqua, dato che l'incuria e la bramosia dell'uomo di strappare la terra alla natura non avrà fine. Eppure davanti al ripetersi di eventi climatici eccezionali come quelli tragici di ieri dovremmo essere fortemente cauti. Il principio di precauzione ce lo impone l'Europa con l'articolo 191 del Trattato europeo in base al quale gli interventi sull'ambiente debbono ubbidire ai "principi della precauzione e dell'azione preventiva .... dei danni causati all'ambiente".
Si tratta di un principio che, a sua volta, si rifà a quello del trattato di Rio de Janeiro sul clima del 1993 in base al quale "in caso di rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l'adozione di misure adeguate ed effettive" dirette a prevenire il rischio ambientale. Tale principio ha un significato sia fisico che comportamentale. Sul piano fisico i piani di precauzione come il "Piano di assetto idrogeologico" del 2006 e il "Piano delle fasce fluviali della Sardegna" avviato nel 2008 debbono avere contenuti in continuo aggiornamento "peggiorativo" per quanto attiene l'edificabilità dei suoli e non, invece migliorativo, sotto le pressioni degli interessi fondiari.
E le opere di protezione e di mitigazione dei rischi per i territori vulnerabili debbono essere tali da non costituire, per le persone e le cose, un potenziale rischio neanche in caso di eventi estremi, come quello di ieri in Sardegna. In caso contrario si confermino e si rafforzino i divieti di urbanizzazione del territorio. Sul piano comportamentale occorre fare della precauzione un metodo di azione che coinvolga la popolazione intera perché affronti tali eventi climatici "estremi" non più nella loro straordinarietà ma nell'ordinarietà. Dal 1999 ad oggi abbiamo avuto in Sardegna ben quattro eventi "straordinari", come quello di Capoterra del 1999, di Villagrande e della Baronia nel 2004 e, ancora, di Capoterra e altre estese zone della Sardegna nel 2008 e, ai giorni nostri, la catastrofe ambientale di ieri.
Saranno tutti eventi straordinari ma che si ripetono con straordinaria ordinarietà: dunque si adotti una politica di educazione civile sul come affrontare le situazioni di rischio preparando adeguatamente le nostre popolazioni, ad affrontarle. A partire dal dichiarare inabitabili gli scantinati trasformati, nei nostri paesi, in vere e proprie trappole della morte, in quella corsa al metro cubo abitabile, e quindi vendibile, che oramai è divenuta una nostra cultura diffusa. Ci dobbiamo abituare, cioè, alla ripetitività di eventi che, come si è compreso, si ripresenteranno così come sono accaduti nel recente passato. Dei tanti soldi pubblici spesi dalla Regione in notiziari, pubblicità e spot vari, di cui spesso si avverte l'inutilità, se ne risparmi un poco per intraprendere un'azione educativa e di prevenzione dei rischi individuali e collettivi. È questo un compito primario della Regione. È un percorso lungo, ma ogni giorno rimandato è un giorno perso.
19 novembre 2013
L'evento meteorologico estremo che ieri ha colpito la Sardegna ha provocato la perdita di almeno 18 vite umane. Un dato terribile reso ancora più grave dal fatto che 8 delle 18 persone decedute (3 ad Olbia, 4 ad Arzachena ed una ad Uras ) hanno perso la vita all'interno dei centri urbani. Nell'evoluzione urbanistica del territorio della Sardegna l'acqua ha mutato il significato della sua presenza: da bene raro, e quindi da salvaguardare, a male da cui difendersi nelle aree divenute fragili, dal punto di vista idrogeologico, per gli insediamenti dell'uomo.
Per essere più sicuri forse ritorneremo alle palafitte. Saranno palafitte moderne, ovviamente, ma ci eleveremo di qualche metro sul terreno per metterci al sicuro dalle acque. Forse è questa la prospettiva dei territori attraversati dai corsi d'acqua, dato che l'incuria e la bramosia dell'uomo di strappare la terra alla natura non avrà fine. Eppure davanti al ripetersi di eventi climatici eccezionali come quelli tragici di ieri dovremmo essere fortemente cauti. Il principio di precauzione ce lo impone l'Europa con l'articolo 191 del Trattato europeo in base al quale gli interventi sull'ambiente debbono ubbidire ai "principi della precauzione e dell'azione preventiva .... dei danni causati all'ambiente".
Si tratta di un principio che, a sua volta, si rifà a quello del trattato di Rio de Janeiro sul clima del 1993 in base al quale "in caso di rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l'adozione di misure adeguate ed effettive" dirette a prevenire il rischio ambientale. Tale principio ha un significato sia fisico che comportamentale. Sul piano fisico i piani di precauzione come il "Piano di assetto idrogeologico" del 2006 e il "Piano delle fasce fluviali della Sardegna" avviato nel 2008 debbono avere contenuti in continuo aggiornamento "peggiorativo" per quanto attiene l'edificabilità dei suoli e non, invece migliorativo, sotto le pressioni degli interessi fondiari.
E le opere di protezione e di mitigazione dei rischi per i territori vulnerabili debbono essere tali da non costituire, per le persone e le cose, un potenziale rischio neanche in caso di eventi estremi, come quello di ieri in Sardegna. In caso contrario si confermino e si rafforzino i divieti di urbanizzazione del territorio. Sul piano comportamentale occorre fare della precauzione un metodo di azione che coinvolga la popolazione intera perché affronti tali eventi climatici "estremi" non più nella loro straordinarietà ma nell'ordinarietà. Dal 1999 ad oggi abbiamo avuto in Sardegna ben quattro eventi "straordinari", come quello di Capoterra del 1999, di Villagrande e della Baronia nel 2004 e, ancora, di Capoterra e altre estese zone della Sardegna nel 2008 e, ai giorni nostri, la catastrofe ambientale di ieri.
Saranno tutti eventi straordinari ma che si ripetono con straordinaria ordinarietà: dunque si adotti una politica di educazione civile sul come affrontare le situazioni di rischio preparando adeguatamente le nostre popolazioni, ad affrontarle. A partire dal dichiarare inabitabili gli scantinati trasformati, nei nostri paesi, in vere e proprie trappole della morte, in quella corsa al metro cubo abitabile, e quindi vendibile, che oramai è divenuta una nostra cultura diffusa. Ci dobbiamo abituare, cioè, alla ripetitività di eventi che, come si è compreso, si ripresenteranno così come sono accaduti nel recente passato. Dei tanti soldi pubblici spesi dalla Regione in notiziari, pubblicità e spot vari, di cui spesso si avverte l'inutilità, se ne risparmi un poco per intraprendere un'azione educativa e di prevenzione dei rischi individuali e collettivi. È questo un compito primario della Regione. È un percorso lungo, ma ogni giorno rimandato è un giorno perso.
19 novembre 2013
Breaking News 24 19/11/2013 - 12:55
NOTIZIARIO ASIA
### Cina: punta su infrastrutture per coniugare mercato e amministrazione - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 19 nov - La logistica in Cina e' strumentale ad uno dei principali obiettivi: rendere piu' efficienti gli spostamenti, sia delle persone che delle merci. Esso e' automaticamente entrato nella discussione dell'ultimo Plenum, quando l'assise del Pcc ha dovuto affrontare la riforma del sistema degli hukou (che registra e controlla la popolazione nell'unita' territoriale) e l'ambizione di coniugare il mercato con l'amministrazione pubblica. Trasporti e mobilita' sono i cardini di queste possibili riforme. In attesa di decisioni squisitamente politiche, il Governo intende continuare la politica di espansione registrata negli ultimi decenni. Con il consueto pragmatismo, la Cina ha finora privilegiato i risultati, nella logica del learning by doing. Ha cosi' prima provveduto a trasferire circa 200 milioni di persone dalle campagne alle citta', per immaginare poi di smantellare, quando l'obiettivo era stato raggiunto, il sistema imperiale di controllo della residenza. Fabbriche e cantieri della costa cinese sono state affollate di lavoratori migranti. Le merci da loro prodotte hanno invaso il mondo. Sia le braccia che i prodotti hanno avuto bisogno di essere trasportati e la dirigenza non ha lesinato impegni. E' stata cosciente che senza infrastrutture e' insufficiente offrire agli investitori manodopera a basso costo; che senza i porti le merci rimarrebbero nei magazzini. I risultati raggiunti hanno altresi' rafforzato questa convinzione: il paese e' stato troppo a lungo arretrato per consentirsi stasi nella costruzione di un'efficiente rete di trasporti. Un suolo vastissimo, pervaso da una mentalita' contadina e stanziale, sta attraversando una fase storica di cambiamento, ancora non giunto a conclusione. Un validissimo studio della Li&Fung di Hong Kong rileva che gli investimenti governativi nelle quattro modalita' di trasporto - gomma, ferro, acqua, aria - sono in continuo aumento. La crescita riguarda sia i passeggeri che le merci, come se un nuovo e piu' forte concetto di mobilita' sia ormai indiscutibile. Non a caso, i miglioramenti piu' importanti hanno luogo nell'ovest del paese, ormai una 'nuova frontiera' alla stregua della storia statunitense. A lungo trascurate rispetto alle ricche province costiere, le zone dell'interno stanno registrando nuovi insediamenti industriali, motivati dalla disponibilita' di convenienti fattori di produzione, valorizzati appunto da un network infrastrutturale. Il Ministero delle Ferrovie e' stato smantellato, per razionalizzarne le attivita' e per silenziare le voci di corruzione e inefficienza che ne hanno accompagnato i record. La Cina vanta ora la piu' estesa rete di ferrovie ad alta velocita'. Inoltre, Shanghai nel 2012 si e' confermato il porto che movimenta piu' container al mondo (32,6 milioni di TEU all'anno). Solo tre porti tra i primi 10 di questa classifica non sono cinesi. Contemporaneamente Pechino ha il secondo aeroporto piu' affollato al mondo e minaccia la tradizionale supremazia di Atlanta. Infine, per il traffico merci, Shanghai Pudong si e' confermato terzo nella graduatoria internazionale. I dati sono impressionanti, ma ancora insufficienti per l'azione governativa. Nuovi fondi daranno origine ad hub ferroviari in citta' di seconda e terza fascia; le regioni piu' lontane saranno collegate da aeroporti civili e da autostrade, miglioreranno la sicurezza, la redditivita' e la protezione ambientale dei collegamenti. Si trattera' di gestire una situazione complessa e per questo forse piu' insidiosa: dedicare risorse senza consentire che il flusso di denaro si perda in rivoli opachi, ma sia effettivamente indirizzato verso le modernizzazioni delle quali il paese ha ancora bisogno.
*Presidente di Osservatorio Asia
NOTIZIARIO ASIA
### Cina: punta su infrastrutture per coniugare mercato e amministrazione - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 19 nov - La logistica in Cina e' strumentale ad uno dei principali obiettivi: rendere piu' efficienti gli spostamenti, sia delle persone che delle merci. Esso e' automaticamente entrato nella discussione dell'ultimo Plenum, quando l'assise del Pcc ha dovuto affrontare la riforma del sistema degli hukou (che registra e controlla la popolazione nell'unita' territoriale) e l'ambizione di coniugare il mercato con l'amministrazione pubblica. Trasporti e mobilita' sono i cardini di queste possibili riforme. In attesa di decisioni squisitamente politiche, il Governo intende continuare la politica di espansione registrata negli ultimi decenni. Con il consueto pragmatismo, la Cina ha finora privilegiato i risultati, nella logica del learning by doing. Ha cosi' prima provveduto a trasferire circa 200 milioni di persone dalle campagne alle citta', per immaginare poi di smantellare, quando l'obiettivo era stato raggiunto, il sistema imperiale di controllo della residenza. Fabbriche e cantieri della costa cinese sono state affollate di lavoratori migranti. Le merci da loro prodotte hanno invaso il mondo. Sia le braccia che i prodotti hanno avuto bisogno di essere trasportati e la dirigenza non ha lesinato impegni. E' stata cosciente che senza infrastrutture e' insufficiente offrire agli investitori manodopera a basso costo; che senza i porti le merci rimarrebbero nei magazzini. I risultati raggiunti hanno altresi' rafforzato questa convinzione: il paese e' stato troppo a lungo arretrato per consentirsi stasi nella costruzione di un'efficiente rete di trasporti. Un suolo vastissimo, pervaso da una mentalita' contadina e stanziale, sta attraversando una fase storica di cambiamento, ancora non giunto a conclusione. Un validissimo studio della Li&Fung di Hong Kong rileva che gli investimenti governativi nelle quattro modalita' di trasporto - gomma, ferro, acqua, aria - sono in continuo aumento. La crescita riguarda sia i passeggeri che le merci, come se un nuovo e piu' forte concetto di mobilita' sia ormai indiscutibile. Non a caso, i miglioramenti piu' importanti hanno luogo nell'ovest del paese, ormai una 'nuova frontiera' alla stregua della storia statunitense. A lungo trascurate rispetto alle ricche province costiere, le zone dell'interno stanno registrando nuovi insediamenti industriali, motivati dalla disponibilita' di convenienti fattori di produzione, valorizzati appunto da un network infrastrutturale. Il Ministero delle Ferrovie e' stato smantellato, per razionalizzarne le attivita' e per silenziare le voci di corruzione e inefficienza che ne hanno accompagnato i record. La Cina vanta ora la piu' estesa rete di ferrovie ad alta velocita'. Inoltre, Shanghai nel 2012 si e' confermato il porto che movimenta piu' container al mondo (32,6 milioni di TEU all'anno). Solo tre porti tra i primi 10 di questa classifica non sono cinesi. Contemporaneamente Pechino ha il secondo aeroporto piu' affollato al mondo e minaccia la tradizionale supremazia di Atlanta. Infine, per il traffico merci, Shanghai Pudong si e' confermato terzo nella graduatoria internazionale. I dati sono impressionanti, ma ancora insufficienti per l'azione governativa. Nuovi fondi daranno origine ad hub ferroviari in citta' di seconda e terza fascia; le regioni piu' lontane saranno collegate da aeroporti civili e da autostrade, miglioreranno la sicurezza, la redditivita' e la protezione ambientale dei collegamenti. Si trattera' di gestire una situazione complessa e per questo forse piu' insidiosa: dedicare risorse senza consentire che il flusso di denaro si perda in rivoli opachi, ma sia effettivamente indirizzato verso le modernizzazioni delle quali il paese ha ancora bisogno.
*Presidente di Osservatorio Asia
Un "parco vacanze" inadatto a studio e lavoro Vivere in Italia ormai conviene solo ai politici
Indagine Club dell'Economia-Censis: la maggior parte degli italiani ritiene che il nostro Paese non sia più adatto a giovani, precari, disoccupati e laureati. Vantaggi solo per la classe al potere. E davanti alla domanda "ce la faremo?", a rispondere di sì sono giovani e anziani, i quarantenni sono i più pessimisti
di ROSARIA AMATO
19 novembre 2013
ROMA - Un Paese che conviene ai politici, ai sindacalisti e alla finanza globale. E che non ha nulla da dare a giovani, precari, disoccupati e laureati. Un "leisure country" perfetto per le vacanze: offre buona cucina e divertimento, e persino l'atmosfera giusta per coltivare lo spirito. Ma guai a voler studiare, investire in attività produttive o, peggio ancora, lavorare. Dall'indagine "A chi conviene l'Italia?", elaborata dal Club dell'Economia in collaborazione con il Censis, emergono tutta l'amarezza e il disincanto degli italiani.
E anche lo scetticismo sulle prospettive di ripresa: alla domanda "Riusciremo ad uscire dalla stagnazione?" il 49,3% risponde di no, il 50,7% invece è fiducioso. Ma se poi si guarda alla distribuzione per età, si vede che a dire "ce la faremo" sono soprattutto due fasce ben distinte: i giovani con meno di 34 anni (il "sì" arriva al 62%) e gli ultrasessantacinquenni (64% di fiduciosi). "Gli anziani sono i più sicuri e i più ricchi, i giovani hanno la speranza - osserva il direttore del Censis Giuseppe Roma - Per tutti gli altri domina l'incertezza. Lo dimostra che a non spendere non sono solo le famiglie con problemi economici, neanche chi ha i soldi consuma".
Ma accanto all'incertezza c'è una ribellione interiore, un rancore verso chi si è appropriato del Paese, traendone ogni possibile convenienza, ma trascurando ogni forma di interesse generale. Uno scontro impari tra il 90% della popolazione e il 10% di una classe dirigente decisamente trasversale, osserva l'economista Mario Baldassarri, e quindi eternamente al potere, qualunque sia lo schieramento politico al governo, "centrodestra, centrosinistra o tecnico". "I soliti noti", li chiama il Censis.
Ad avere una certa convenienza ancora a vivere nel BelPaese, emerge dall'indagine, sono anche gli immigrati, "i cinque milioni di stranieri che oggi vivono e operano nel nostro Paese" trovandovi diverse opportunità d'impiego. Il punteggio di professionisti, lavoratori autonomi e imprese è meno della metà (3,8%) rispetto all'8,9% attribuito ai politici.
Solo una piccola minoranza ritiene che l'Italia sia un Paese adatto a studiare (7%), investire (5,7%) e lavorare (5,2%). Tra i fattori che influenzano negativamente la situazione del Paese, al di là dell'onnipotenza di una classe dirigente "pigliatutto", ci sono l'invecchiamento della popolazione, che minaccia la sostenibilità del welfare (16,7%) e toglie spazio ai giovani, l'instabilità politica (15,3%), la burocrazia che rende impossibile lavorare (14,2%).
Gli italiani hanno ancora fiducia solo nelle eccellenze strutturali del Paese: il patrimonio culturale (31,3%), il brand (24,3%), le reti di solidarietà (11,8%). Mentre finisce in basso alla classifica la patrimonializzazione delle famiglie (2,4%): "Il nostro patrimonio non viene più percepito come una sicurezza alle nostre spalle, anche perché si sta esaurendo", osserva Giuseppe Roma.
Alla domanda sulle prospettive del Paese, l'Italia si spacca in due. La maggiore percentuale di pessimisti si concentra nella fascia d'età 35-44 anni (57%), probabilmente perché si tratta di persone non più giovani ma in molti casi lontane dall'aver raggiunto una stabilità economica e lavorativa. Eppure non bisognerebbe essere così pessimisti, osserva il ministro del Lavoro Enrico Giovannini: "Non deve passare il messaggio che nulla cambia, altrimenti anche dall'estero continueranno a guardarci come un Paese dove nulla cambia". L'Italia non è così immobile come sembra a chi ha perso la fiducia in un futuro decente, assicura Giovannini: "Ogni trimestre si fanno mezzo milione di contratti a tempo indeterminato, 1,7 milioni a tempo determinato e 70.000 di apprendistato".
A chi chiede maggiore flessibilità, le associazioni imprenditoriali, sostanzialmente, il ministro replica che l'Italia offre una protezione molto bassa a chi perde il lavoro, e quindi, semmai, "il sistema va cambiato nel suo complesso". E propone tre diverse ricette per rafforzare la fiducia e la coesione sociale nel Paese: maggiori investimenti sui giovani (non solo pubblici, ma anche da parte delle imprese), un impegno personale dei manager per abbattere il peso della burocrazia ("le norme non bastano") e un sostegno concreto, ("non sto parlando di una social card") per i cinque milioni di poveri "assoluti" che vivono in Italia, misure per uscire dalla marginalità (sanità, scuola, inserimento lavorativo). Un progetto "per non lasciare nessuno indietro", che sarebbe anche un contributo formidabile per riportare la fiducia nel Paese e uscire dalla crisi.
L'indagine "A chi conviene l'Italia" è stata presentata all'Abi, in occasione del Premio Ezio Tarantelli per la migliore idea dell'anno 2012 in economia e finanza, assegnato all'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero. La rilevazione si basa su un campione statistico nazionale di 1.146 utenti (47,8% uomini, 52,2% donne), suddiviso per età, titolo di studio, e macroregioni.
Indagine Club dell'Economia-Censis: la maggior parte degli italiani ritiene che il nostro Paese non sia più adatto a giovani, precari, disoccupati e laureati. Vantaggi solo per la classe al potere. E davanti alla domanda "ce la faremo?", a rispondere di sì sono giovani e anziani, i quarantenni sono i più pessimisti
di ROSARIA AMATO
19 novembre 2013
E anche lo scetticismo sulle prospettive di ripresa: alla domanda "Riusciremo ad uscire dalla stagnazione?" il 49,3% risponde di no, il 50,7% invece è fiducioso. Ma se poi si guarda alla distribuzione per età, si vede che a dire "ce la faremo" sono soprattutto due fasce ben distinte: i giovani con meno di 34 anni (il "sì" arriva al 62%) e gli ultrasessantacinquenni (64% di fiduciosi). "Gli anziani sono i più sicuri e i più ricchi, i giovani hanno la speranza - osserva il direttore del Censis Giuseppe Roma - Per tutti gli altri domina l'incertezza. Lo dimostra che a non spendere non sono solo le famiglie con problemi economici, neanche chi ha i soldi consuma".
Ma accanto all'incertezza c'è una ribellione interiore, un rancore verso chi si è appropriato del Paese, traendone ogni possibile convenienza, ma trascurando ogni forma di interesse generale. Uno scontro impari tra il 90% della popolazione e il 10% di una classe dirigente decisamente trasversale, osserva l'economista Mario Baldassarri, e quindi eternamente al potere, qualunque sia lo schieramento politico al governo, "centrodestra, centrosinistra o tecnico". "I soliti noti", li chiama il Censis.
Ad avere una certa convenienza ancora a vivere nel BelPaese, emerge dall'indagine, sono anche gli immigrati, "i cinque milioni di stranieri che oggi vivono e operano nel nostro Paese" trovandovi diverse opportunità d'impiego. Il punteggio di professionisti, lavoratori autonomi e imprese è meno della metà (3,8%) rispetto all'8,9% attribuito ai politici.
Solo una piccola minoranza ritiene che l'Italia sia un Paese adatto a studiare (7%), investire (5,7%) e lavorare (5,2%). Tra i fattori che influenzano negativamente la situazione del Paese, al di là dell'onnipotenza di una classe dirigente "pigliatutto", ci sono l'invecchiamento della popolazione, che minaccia la sostenibilità del welfare (16,7%) e toglie spazio ai giovani, l'instabilità politica (15,3%), la burocrazia che rende impossibile lavorare (14,2%).
Gli italiani hanno ancora fiducia solo nelle eccellenze strutturali del Paese: il patrimonio culturale (31,3%), il brand (24,3%), le reti di solidarietà (11,8%). Mentre finisce in basso alla classifica la patrimonializzazione delle famiglie (2,4%): "Il nostro patrimonio non viene più percepito come una sicurezza alle nostre spalle, anche perché si sta esaurendo", osserva Giuseppe Roma.
Alla domanda sulle prospettive del Paese, l'Italia si spacca in due. La maggiore percentuale di pessimisti si concentra nella fascia d'età 35-44 anni (57%), probabilmente perché si tratta di persone non più giovani ma in molti casi lontane dall'aver raggiunto una stabilità economica e lavorativa. Eppure non bisognerebbe essere così pessimisti, osserva il ministro del Lavoro Enrico Giovannini: "Non deve passare il messaggio che nulla cambia, altrimenti anche dall'estero continueranno a guardarci come un Paese dove nulla cambia". L'Italia non è così immobile come sembra a chi ha perso la fiducia in un futuro decente, assicura Giovannini: "Ogni trimestre si fanno mezzo milione di contratti a tempo indeterminato, 1,7 milioni a tempo determinato e 70.000 di apprendistato".
A chi chiede maggiore flessibilità, le associazioni imprenditoriali, sostanzialmente, il ministro replica che l'Italia offre una protezione molto bassa a chi perde il lavoro, e quindi, semmai, "il sistema va cambiato nel suo complesso". E propone tre diverse ricette per rafforzare la fiducia e la coesione sociale nel Paese: maggiori investimenti sui giovani (non solo pubblici, ma anche da parte delle imprese), un impegno personale dei manager per abbattere il peso della burocrazia ("le norme non bastano") e un sostegno concreto, ("non sto parlando di una social card") per i cinque milioni di poveri "assoluti" che vivono in Italia, misure per uscire dalla marginalità (sanità, scuola, inserimento lavorativo). Un progetto "per non lasciare nessuno indietro", che sarebbe anche un contributo formidabile per riportare la fiducia nel Paese e uscire dalla crisi.
L'indagine "A chi conviene l'Italia" è stata presentata all'Abi, in occasione del Premio Ezio Tarantelli per la migliore idea dell'anno 2012 in economia e finanza, assegnato all'ex ministro del Lavoro Elsa Fornero. La rilevazione si basa su un campione statistico nazionale di 1.146 utenti (47,8% uomini, 52,2% donne), suddiviso per età, titolo di studio, e macroregioni.
martedì 19 novembre 2013
Tributo di morte in Italia di maltempo sale a 16, uno mancante
ROMA, 19 novembre (Xinhua) - Il bilancio delle vittime delle forti tempeste che hanno colpito l'Italia occidentale dell'isola di Sardegna è salito a 16 il Martedì, mentre una persona è ancora mancante, relazioni locali hanno detto.
Un'intera famiglia di brasiliani che risiedono nel nord della Sardegna è stato ucciso quando il seminterrato in cui vivevano era inondata dall'acqua e tutti gli occupanti - due bambini di età compresa tra 16 e 20, il padre e la madre - sono rimasti intrappolati e annegati.
Tra le vittime ci sono un bambino piccolo e una polizia che trasportava un ferito insieme ad altri tre colleghi quando la loro auto precipitato da un ponte a causa di forti piogge torrenziali.
Una madre e sua figlia sono stati trovati morti all'interno delle loro auto che è stato spazzato via dall'acqua, mentre una donna anziana annegata nella sua casa allagata. Secondo l'agenzia di stampa ANSA, un uomo mancava ancora quasi la città settentrionale di Olbia.
Gravi interruzioni stradali causati da inondazioni e frane in ritardo voli, treni e traghetti in diverse zone dell'isola.
Migliaia di persone sono state costrette a lasciare temporaneamente le loro case e trasferirsi in alberghi o altri luoghi, mentre la polizia erano al lavoro per evitare il crollo di decine di edifici allagati.
ROMA, 19 novembre (Xinhua) - Il bilancio delle vittime delle forti tempeste che hanno colpito l'Italia occidentale dell'isola di Sardegna è salito a 16 il Martedì, mentre una persona è ancora mancante, relazioni locali hanno detto.
Un'intera famiglia di brasiliani che risiedono nel nord della Sardegna è stato ucciso quando il seminterrato in cui vivevano era inondata dall'acqua e tutti gli occupanti - due bambini di età compresa tra 16 e 20, il padre e la madre - sono rimasti intrappolati e annegati.
Tra le vittime ci sono un bambino piccolo e una polizia che trasportava un ferito insieme ad altri tre colleghi quando la loro auto precipitato da un ponte a causa di forti piogge torrenziali.
Una madre e sua figlia sono stati trovati morti all'interno delle loro auto che è stato spazzato via dall'acqua, mentre una donna anziana annegata nella sua casa allagata. Secondo l'agenzia di stampa ANSA, un uomo mancava ancora quasi la città settentrionale di Olbia.
Gravi interruzioni stradali causati da inondazioni e frane in ritardo voli, treni e traghetti in diverse zone dell'isola.
Migliaia di persone sono state costrette a lasciare temporaneamente le loro case e trasferirsi in alberghi o altri luoghi, mentre la polizia erano al lavoro per evitare il crollo di decine di edifici allagati.
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