Politica
DALLA CINA/ Lao Xi: solo un nuovo "Gheddafi" può salvare l'Italia
Lao Xi
martedì 16 ottobre 2012
I cinesi amano i contratti brevi e stretti fra persone che si conoscono e che hanno reciproca fiducia. Prima c’è la fiducia poi c’è il contratto, che quindi è una specie di pro memoria per entrambi dell’accordo raggiunto.
I cinesi odiano i contratti lunghi e raramente li stringono con persone sconosciute, mai con persone di cui non si fidano. L’idea è infatti che per quanto lungo e puntiglioso, un contratto può essere sempre “bucato”, fatto franare su questo o quel dettaglio se una o entrambi le parti contraenti decidono di forzare la mano o non andare avanti.
Tale idea era presente anche nella tradizione giuridica romana che divide tra spirito e lettera della legge, ben consci che c’è sempre qualcuno che cerca di usare la lettera della legge contro il suo spirito. Questo edificio, base di ogni Stato, si regge non su regole scolpite nella pietra ma su una cultura condivisa dalle parti, dal pubblico che circonda le parti e da un’entità giudicante che, in caso di conflitto, lo dirime con il consenso di una parte e del pubblico.
È tutto questo che sembra mancare oggi in Italia, e vista da lontano, è questa la base profonda e urgente della crisi attuale di quel Paese.
Giusta o sbagliata che fosse, eccessiva o equa che sia stata, la vicenda di Mani Pulite, all’inizio degli anni 90 nasceva da una visione collettiva, condivisa delle regole, dall’esistenza di uno spirito comune del contratto sociale. Quando una piccola folla si riunì davanti all’Hotel Raphael di Roma per lanciare monetine contro Craxi, era uno spettacolo indecoroso, la premessa di un linciaggio. Ma il consenso che aveva l’azione dei magistrati, l’indignazione comune erano il segno dell’esistenza del contratto sociale.
Con il senno di poi forse fu quel linciaggio contro Craxi che iniziò a rompere il contratto sociale. Molti volevano ricostruire il contratto sociale e non fare linciaggi da strada, altri volevano giustizia sommaria e cambiamenti radicali e non aggiustamenti dell’esistente. In questa separazione di ideali nacquero le idee forti che animano l’Italia al momento, che estremizzando, o meglio guardando alla situazione a partire dagli estremi, potremmo definire così: da una parte i catari dall’altra i filistei.
Di fronte alla folla di scandali che addensa in questi giorni lo Stato sta franando nelle sue fondamenta profonde. Ci sono consigli comunali sciolti per mafia al sud, al centro ci sono i soldi pubblici di una regione con tasse in crescita spesi in orgette e festini, e al nord Zambetti (chi è costui?) che compra voti dalla ’ndrangheta e con quelli si fa eleggere.
C’è l’antipolitica (di Beppe Grillo) che è ancora politica e si afferma con un gesto, la traversata dello Stretto di Messina, non con un ragionamento a provare la sua vocazione autentica verso un modello dittatoriale, sia Mussolini o Mao, altri tirannici nuotatori. Italia dei Valori, Vendola, e Lega lo rincorrono affannati di essere lasciati indietro.
Intanto Berlusconi è bruciato e il suo Pdl è allo sbando, mentre il vincitore in pectore, il Pd, è minato insieme da Renzi e da una mancanza di slancio costruttivo di Bersani quando il ragionevole Casini è appunto solo questo, ragionevole, senza spinte ideali autentiche e senza spessori forti. In questa frana non c’è scandalo pubblico o allarme di massa. L’opinione pubblica è divisa in tre.
Ci sono i filistei, che dicono: siamo tutti uguali, rubiamo tutti, la politica è un furto; ci sono poi i catari che invece dividono il mondo in buoni e cattivi e forse i loro rappresentanti più forti, autentici sono gli uomini della procura di Palermo che hanno sfidato l’autorità del presidente della Repubblica, il simbolo dell’Italia, su una questione di 20 anni fa. Sono nemici giurati: i filistei vorrebbero una crociata contro i catari, e i catari vorrebbero il rogo per i filistei.
In mezzo ci sono tutti gli italiani che sostengono il governo di Mario Monti, quelli che cercano di mandare avanti la baracca evitando gli scogli di catari e filistei, al di là di catari e filistei. Lì sembra esserci la maggioranza dell’Italia, al di là dei giudizi su questo o quel provvedimento. Se la storia italiana può dire qualcosa è che tale situazione è simile a quella del dopoguerra, da una parte gli apologeti del passato regime, dall’altra gli uomini del ripulisti radicale. La natura dei due gruppi allora era diversa, erano tempi diversi, ma erano comunque opposti estremismi che volevano strappare l’Italia. Trionfò un grande centro che per decenni isolò e tenne a bada quegli opposti estremi. Forse questa è la natura dell’Italia, e forse già oggi uomini del centro di Casini pensano a questo.
Però non si tratta soltanto della posizione del proprio scranno in parlamento, né di silente dedizione al lavoro e all’ingrata missione di salvare il Paese. Questo serve, è importante, ma non è tutto. Occorre costruire un nuovo progetto ideale. Già tempo fa avevo detto che ciò poteva essere il progetto concreto di Taranto. Forse alla luce dello sfascio totale di questi giorni ciò non basta.
Deve esserci una presa di distanza decisa dagli opposti estremismi, essa può essere autentica solo se davvero equidistante ed equa. Deve riconoscere anche il legittimo diritto di esistere, come posizione ideale, a catari e filistei, anche se non devono essere chiamati a governare anzi devono essere esclusi dalle leve del potere.
Questo si può sviluppare solo sulla base di un progetto autentico di crescita e di proiezione dell’Italia. Anche qui non c’è niente da inventare, ma solo da rileggere nei libri di storia. L’Italia è cresciuta solo quando è stata il centro del Mediterraneo, grande bacino di scambi tra Oriente e Occidente. Senza di questo, che non può che nascere dall’esperienza di Monti, i rischi posti da catari e filistei sono enormi, di distruggere l’Italia e quindi l’Europa, e da lì tutto il resto.
Se passa l’idea filistea che tutto è concesso per tenere il potere, unico senso della politica, quindi pur di vincere compro dai mafiosi, tasso la povera gente e svaligio le casse pubbliche, allora ci possono essere solo due risultati. Uno, lo stato depredato dai potenti di turno si sgonfia, si secca e rapidamente finisce di consunzione come la Libia di Gheddafi. Due, si suscita una rivolta catarina che distrugge il Paese.
Se viceversa passa l’idea catarina di un ripulisti totale si va verso una dittatura, del Grillo nuotatore o chi per lui. Questa poi ha anche due conseguenze. Uno, se il regime catarino rimane duro e puro, ci sarebbe una rivolta anti-tiranno con restaurazione filistea. Due, il tiranno stesso potrebbe trasformarsi in filisteo e saccheggiare il Paese per sé.
In ogni caso, se vincessero catari o filistei rapidamente l’Italia sarebbe spiritualmente colonizzata dalla Libia, trasformandosi in una specie di stato gheddafiano.
Il montismo, al di là dei suoi problemi, allora deve vincere. Può farlo però? Deve trovare una spinta ideale che oggi non ha, i partiti che lo hanno votato dovrebbero fare i padri nobili e prestare le loro organizzazioni a questa causa. Berlusconi potrebbe dare l’esempio e riprendersi una dignità che ha perso, il Pd potrebbe superare i piccoli battibecchi.
Occorre però una idealità e quelli che con termine vecchio erano chiamati ideologi forti. Senza di questo rischia di esserci poco o nulla. Con questo il centro può marginalizzare gli estremismi paralleli. Senza saranno invece le due ali che invaderanno lo spazio del centro rischiando di distruggere l’ormai debolissima Italia.
© Riproduzione riservata.
sabato 19 ottobre 2013
venerdì 18 ottobre 2013
di Alberto Forchielli*
Il Sole 24 ORE - Radiocor NOTIZIARIO ASIA
### Cina: gli Usa in gara per rimpatriare la manifattura - TACCUINO DA SHANGHAI
Radiocor - Milano, 07 ott - Speranze e illusioni convivono negli Stati Uniti sull'opportunita' di riportare in casa parte delle attivita' manifatturiere che erano state trasferite in Cina. Negli ultimi trenta anni il flusso di investimenti produttivi nel Dragone non ha infatti conosciuto soste e ha trasformato ancor piu' radicalmente il tessuto economico statunitense. La superiorita' del settore terziario nella composizione del Pil ormai e' indiscutibile e irraggiungibile. Tuttavia molte aziende hanno gia' riportato la produzione negli Stati Uniti, stanno pensando di farlo (da ultimo e' stato rilevato dalla Boston Consulting Group) oppure hanno smesso di delocalizzare e investono direttamente sul suolo americano. E' il caso dell'industria tessile, uno dei settori maturi piu' penalizzati dall'alternativa cinese (dal 1990 i suoi addetti sono diminuiti del 77%) che adesso sta rifiorendo negli Usa al punto che esiste una scarsita' di mano d'opera specializzata in taglio e cucitura. Ora il settore ha ripreso a espandersi in patria, indirizzato verso la qualita' e l'assunzione dunque di talenti specializzati. Il fenomeno e' in linea con l'obiettivo dell'amministrazione Obama che per ovvi motivi vuole aumentare l'occupazione. La ripresa in atto tuttavia non si rilette ancora con lo stesso peso sull'occupazione, essendo dovuta piu' all'efficienza e alla riduzione dei costi, un classico caso di jobless recovery. E' comunque all'altra sponda del Pacifico che bisogna guardare per capire l'origine del fenomeno. La Cina e' diventata un magnete meno potente anche per le lavorazioni ad alta intensita' di manodopera. I salari aumentano a un ritmo del 15-20% l'anno, a fronte di una sostanziale stabilita' negli Stati Uniti. L'accoglienza e le riduzioni fiscali sono molto meno vantaggiose e la terra costa. La crescente richiesta di qualita' e la rapidita' di re-stocking sono sempre piu' fattore chiave di successo sul mercato Usa rispetto al costo industriale del prodotto penalizzando la Cina. Una fase di industrializzazione veloce - dove capitali e competenze dall'estero erano indispensabili - si sta ormai chiudendo. Gli imprenditori cinesi ricercano anch'essi la qualita' e l'innovazione per differenziarsi in mercati sovraffollati sulla fascia bassa di prezzo e contemporaneamente spostano le stesse produzioni in paesi limitrofi, dove i costi del lavoro sono piu' attraenti. Il salario minimo in Cina e' ora di 175 US$, a fronte di 50 in Vietnam e 37 in Bangladesh. Il vantaggio di Pechino non risiede piu' dunque nei bassi costi, ma nella centralita' della catena del valore. Sono le autostrade, le flotte, i porti a motivare le decisioni di investimento. La crescita del mercato interno, il ciclo economico che rallenta ma e' sempre sostenuto, sostengono la domanda. La sofisticazione produttiva - ancora un obiettivo, non un'acquisizione - lascia poco spazio a prodotti che si basano solo su prezzi concorrenziali. E' probabile che in questa cornice di incertezza - la crisi, la nascita di altri poli produttivi, la trasformazione della Cina - l'investimento possa tornare negli Usa, che cioe' il reshoring si accompagni al collaudato offshoring. Bisognera' tuttavia verificare le dimensioni e i tempi di questo fenomeno. Le decisioni di investimento hanno ripercussioni di lungo respiro sull'occupazione, mentre altre geografie competeranno con i costi statunitensi, perche' esistono al mondo almeno 50 paesi ove delocalizzare a costi bassissimi e spesso indecorosi.
*Presidente di Osservatorio Asia
FIRENZE -Sindaco Renzi, come trova la legge di Stabilità?
«Il Pd ha un segretario, si chiama Epifani; è giusto che la commenti lui. Chi pensa che da qui alle primarie io faccia il controcanto al Pd, o peggio al governo, si sbaglia. Dobbiamo parlare dell’Italia dei prossimi dieci anni, non della contingenza».
Ma la contingenza è decisiva: tutti i Paesi stanno rialzando la testa dalla crisi, tranne il nostro.
«Credo che ci sia bisogno di una svolta radicale. Una rivoluzione capillare che non passa dalla legge di Stabilità, ma dalla riconsiderazione del sistema italiano. Lo sostengo da tempo. Ho un unico rammarico: non aver spiegato a sufficienza che la rottamazione non è solo il sacrosanto ricambio generazionale. Quello di cui l’Italia ha bisogno non è cambiare tutto, ma cambiare tutti. Ognuno nella sua testa dovrebbe cambiare un pezzettino. Anche l’establishment economico e finanziario, che ha colpe forse non più gravi di quelle dei politici, ma ha fatto perdere tempo e occasioni all’Italia».
Per una svolta radicale servono soldi che non ci sono. O dobbiamo chiedere all’Europa di sforare il tabù del 3%?
«Il 3% è anacronistico. L’Europa deve cambiare; non per l’Italia, per se stessa. Ma prima di chiedere all’Europa di cambiare, dobbiamo fare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo. La formula per risolvere la crisi italiana non è un algoritmo complicato; è la semplicità. Semplificare la burocrazia, il fisco, la giustizia, le norme sul lavoro. Perché non possiamo avere le stesse norme sul lavoro della Germania?».
Semplificare il fisco? Il Pd è considerato il partito delle tasse.
«Mi trova lei un altro sindaco che in piena crisi abbia abbassato l’Irpef?».
Dello 0,1%...
«Dallo 0,3% allo 0,2%, il 33% in meno. Per il Comune, milioni di euro in meno di entrate. Ma è importante il messaggio: la sinistra non può essere considerata il partito delle tasse. Durante la scorsa campagna per le primarie avevo proposto un intervento sul cuneo fiscale da 21-22 miliardi, per cui un signore che guadagna 2 mila euro al mese se ne sarebbe ritrovati in busta paga cento in più».
Come li prende i soldi? Ai pensionati?
«Io parlo delle pensioni d’oro. C’è chi prende 5 o 10 mila euro al mese. Sulla parte retributiva della sua pensione - che di fatto costituisce un regalo dello Stato - è legittimo chiedere un contributo. Per non parlare di alcune reversibilità. E dei tagli alla spesa pubblica, che vanno fatti, individuando i settori su cui intervenire. Oggi faccio un passo indietro. Quando toccherà a noi, le proposte le faremo in modo chiaro. Di queste cose parlerò in un incontro nelle prossime settimane a Milano» .
Ce lo dica adesso: quale sarebbe la sua politica economica?
«Tutto ciò che viene dalla dismissione del patrimonio pubblico va a ridurre il debito. Tutto ciò che viene dal recupero dell’evasione va a ridurre la pressione fiscale. Lo Stato non può intervenire con la logica degli ultimi anni. E ogni riferimento alla Telecom dei capitani coraggiosi e all’Alitalia è puramente voluto. Non possiamo continuare con un modello dirigista, con lo Stato che decide e la Cassa depositi e prestiti che fa da tappabuchi».
Di fronte alla crisi un intervento pubblico è inevitabile, non crede?
«Ma il sistema capitalistico italiano ha responsabilità atroci. Inutile lamentarsi solo della politica; anche le banche hanno le loro colpe da emendare. Ogni euro investito in operazioni di sistema e perduto è un euro tolto alle aziende, alle famiglie, agli artigiani consegnati all’usura che alimenta la criminalità. Il sistema bancario è entrato in mondi da cui dovrebbe uscire. Compresa l’editoria. Posso dirlo?».
Certo .
«Considero positivo che si sia sciolto il patto Rcs. L’Italia è stata gestita da troppi patti di sindacato che erano in realtà pacchi di sindacato. Faccio il tifo per i manager che stanno cambiando il sistema. Deve finire il capitalismo relazionale, in cui spesso lo Stato ha finito per coprire le perdite. L’eccesso di vicinanza tra politici, imprenditori e banche ha creato operazioni sbagliate. E’ assurdo che per salvare un’azienda come Ansaldo Energia si metta mano alla Cassa depositi e prestiti, cioè ai soldi della vecchietta o dell’immigrato, cui viene chiesto a propria insaputa di pagare i giochi spericolati di chi ha fatto impresa con i soldi altrui».
Non è che i politici siano innocenti.
«È per questo che mi candido alla guida del Pd. Per cambiarlo. Non per fare il grillo parlante di quello che fa oggi il governo, ma per costruire un partito nuovo, che non conclude affari con i capitani coraggiosi, che sta in mezzo alla gente. A Civiltà Cattolica che gli chiedeva perché non sia entrato nell’appartamento papale, Francesco ha risposto proprio così: non perché sia troppo lussuoso, ma perché renderebbe più difficile il contatto con la gente».
A proposito di capitani coraggiosi, D’Alema dice che lei, per non logorarsi, logorerà Letta.
«È un giudizio sbagliato. D’Alema è una persona intelligente, ma questa sua qualità non lo mette al riparo da clamorosi errori di giudizio. Nel caso di D’Alema non è il primo, purtroppo per lui. Io ho 38 anni: posso aspettare. Il punto è che l’Italia non può aspettare. Compito di tutti noi che abbiamo responsabilità è dare una mano perché le cose si facciano. A Enrico do volentieri una mano».
Lei aiuta Letta? Dice sul serio?
«La cronaca di questi sei mesi ha smentito chi mi accusava di cospirare. Continuo a non dare alcun alibi a chi mi accusa di voler criticare il governo per anticiparne la fine. Io non attacco il governo. Parlo di quel che serve all’Italia nei prossimi anni. Convinto che l’Italia possa avere un futuro straordinario».
Lei teme che in Parlamento ci sia un accordo per una legge elettorale che perpetui le larghe intese?
«Il Pd farà il congresso e le primarie, con candidati che propongono soluzioni diverse anche per la legge elettorale. Io faccio la mia proposta. Sono per una legge che garantisca l’alternanza, il bipolarismo, e un risultato chiaro. Chi vince le elezioni non potrà mai avere il diritto di dire “non mi hanno fatto lavorare”. No all’inciucione generalizzato: le larghe intese devono essere l’eccezione, non la regola» .
Lei ha chiesto di spostare la discussione sulla legge elettorale dal Senato alla Camera. La Finocchiaro le ha risposto di no.
«Se in Parlamento si forma una maggioranza favorevole a una norma chiara e trasparente, per cui chi vince governa e non si ritorna ad accordicchi nelle segrete stanze, io sono il primo a festeggiare. Ma se si pensa di poter ulteriormente bloccare il Paese con un’operazione da prima Repubblica, senza statisti da prima Repubblica, allora sia chiaro che ci sarà il dissenso non solo mio ma della maggioranza dei senatori del Pd; come la Finocchiaro ha avuto modo di verificare in queste ore in modo riservato. Il Pd è vincolato dalle primarie. Decidono gli elettori che vanno al gazebo, non una senatrice che ha l’unico titolo di essere lì da trent’anni».
Tra le riforme da fare lei cita la giustizia, cara soprattutto alla destra.
«La riforma della giustizia è una priorità per gli italiani, non per la destra. Non so se riuscirà a farla questo Parlamento o il prossimo. So che è indispensabile, dopo 20 anni di provvedimenti ad personam. Non è possibile reggere lo spread tra Italia e Germania, per cui un provvedimento di natura civilistica da loro richiede un anno e da noi 4. Non è possibile ricorrere alla custodia cautelare nella misura di oggi. Non è possibile che i tempi della giustizia amministrativa siano sempre un incognita: se voglio togliere una bancarella dal mercato devo aspettare che si pronunci il Tar, per aprire la caffetteria di Palazzo Vecchio deve attendere due mesi in più per il ricorso sull’appalto... Ormai sugli appalti pubblici lavorano più gli avvocati dei manovali».
Si ricandiderà a sindaco di Firenze, la prossima primavera?
«Se i fiorentini lo vorranno, sì. Non voglio diventare un pezzo di burocrazia romana. Voglio mantenere la freschezza che mi viene dal girare in mezzo alla gente, senza lampeggiante, con la mia bici».
Come può fare entrambe le cose?
«La storia del doppio incarico è ridicola. Il segretario di un partito ha quasi sempre un altro incarico. Bersani era segretario e parlamentare, Epifani è segretario, parlamentare e presidente di commissione. Il segretario del Pdl è ministro dell’Interno, il leader di Sel è presidente di Regione. Martine Aubry era sindaco di Lilla e segretaria del Ps. E poi dipende da cosa deve fare un partito. Se si vuole un Pd tutto centrato su Roma, è logico che il segretario ci passi tutta la settimana. Se, come spero, porteremo alla guida amministratori locali, avremo un Pd molto più snello. Vorrei che il pastone del tg la sera non mi trovasse mentre salgo ed esco dalle stanze di partito, ma mentre inauguro una biblioteca, come ho appena fatto» .
In attesa degli amministratori, arriva la vecchia guardia. Dopo Franceschini si è schierato con lei Latorre. Ma il rinnovamento lo fa o no?
«La stragrande maggioranza di coloro che stavano contro di me continua a stare contro di me; gli altri si contano sulle dita di una mano. Noi dobbiamo andare avanti con tutti. Non credo a un Pd che butta fuori la gente: sono per includere, non per escludere. Perché respingere quelli della vecchia guardia che non ce l’hanno con te? E poi ho un rapporto di stima con Gianni Cuperlo. È una persona perbene, di cui non condivido tutto ma che ascolto con grande piacere. Se vinco le primarie, il giorno dopo lavorerò per allargare».
Non faccia il finto modesto. Tutti sanno che vincerà le primarie.
«Il risultato è tutt’altro che scontato. Un conto è se vota un milione di persone, un conto se ne arriva il doppio. L’8 dicembre, con le feste religiose a Milano, Roma, Palermo, è la peggiore data possibile. Spero di coinvolgere la gente, fin dal prossimo 25 ottobre alla Leopolda, proprio perché la sfida in gioco è decisiva».
Il Pdl si dividerà?
«Non lo so. So che non sopporto quelli che hanno osannato per vent’anni Berlusconi, arrivando a votare che Ruby era la nipote di Mubarak, e ora lo attaccano perché è stato condannato e ha perso il controllo del partito. Passi il dibattito su falchi e colombe, tacchini e pitonesse. Ci risparmino lo spettacolo di iene e avvoltoi».
La sua uscita contro amnistia e indulto, proposti da Napolitano, è stata interpretata anche come un modo per rivendicare l’autonomia della politica dal Quirinale. È così?
«Io ho un rispetto profondo per il presidente della Repubblica. Per la figura istituzionale, e per la persona. Ma trovo irrispettoso proprio nei confronti di Napolitano trasformare un messaggio di 12 cartelle in un diktat, per cui bisogna far così e basta. Alcuni commentatori non lo sanno, ma il presidente della Repubblica è il primo a essere consapevole che la funzione del suo messaggio era stimolare il dibattito. Io ho fatto la mia parte. Il falso unanimismo su questi temi è frutto di superficialità. Si cambino le leggi che riempiono le carceri, la Giovanardi e la Bossi-Fini. E si prenda atto dell’esperienza del 2006: a sette anni da un indulto non se ne può fare un altro. È diseducativo. Significa che lo Stato rinuncia a fare lo Stato. Non ho la pretesa di avere la verità in tasca. Ma se c’è una cosa da dire, la dico in faccia, chiara. Io non sono cambiato».
«Il Pd ha un segretario, si chiama Epifani; è giusto che la commenti lui. Chi pensa che da qui alle primarie io faccia il controcanto al Pd, o peggio al governo, si sbaglia. Dobbiamo parlare dell’Italia dei prossimi dieci anni, non della contingenza».
Ma la contingenza è decisiva: tutti i Paesi stanno rialzando la testa dalla crisi, tranne il nostro.
«Credo che ci sia bisogno di una svolta radicale. Una rivoluzione capillare che non passa dalla legge di Stabilità, ma dalla riconsiderazione del sistema italiano. Lo sostengo da tempo. Ho un unico rammarico: non aver spiegato a sufficienza che la rottamazione non è solo il sacrosanto ricambio generazionale. Quello di cui l’Italia ha bisogno non è cambiare tutto, ma cambiare tutti. Ognuno nella sua testa dovrebbe cambiare un pezzettino. Anche l’establishment economico e finanziario, che ha colpe forse non più gravi di quelle dei politici, ma ha fatto perdere tempo e occasioni all’Italia».
Per una svolta radicale servono soldi che non ci sono. O dobbiamo chiedere all’Europa di sforare il tabù del 3%?
«Il 3% è anacronistico. L’Europa deve cambiare; non per l’Italia, per se stessa. Ma prima di chiedere all’Europa di cambiare, dobbiamo fare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo. La formula per risolvere la crisi italiana non è un algoritmo complicato; è la semplicità. Semplificare la burocrazia, il fisco, la giustizia, le norme sul lavoro. Perché non possiamo avere le stesse norme sul lavoro della Germania?».
Semplificare il fisco? Il Pd è considerato il partito delle tasse.
«Mi trova lei un altro sindaco che in piena crisi abbia abbassato l’Irpef?».
Dello 0,1%...
«Dallo 0,3% allo 0,2%, il 33% in meno. Per il Comune, milioni di euro in meno di entrate. Ma è importante il messaggio: la sinistra non può essere considerata il partito delle tasse. Durante la scorsa campagna per le primarie avevo proposto un intervento sul cuneo fiscale da 21-22 miliardi, per cui un signore che guadagna 2 mila euro al mese se ne sarebbe ritrovati in busta paga cento in più».
Come li prende i soldi? Ai pensionati?
«Io parlo delle pensioni d’oro. C’è chi prende 5 o 10 mila euro al mese. Sulla parte retributiva della sua pensione - che di fatto costituisce un regalo dello Stato - è legittimo chiedere un contributo. Per non parlare di alcune reversibilità. E dei tagli alla spesa pubblica, che vanno fatti, individuando i settori su cui intervenire. Oggi faccio un passo indietro. Quando toccherà a noi, le proposte le faremo in modo chiaro. Di queste cose parlerò in un incontro nelle prossime settimane a Milano» .
Ce lo dica adesso: quale sarebbe la sua politica economica?
«Tutto ciò che viene dalla dismissione del patrimonio pubblico va a ridurre il debito. Tutto ciò che viene dal recupero dell’evasione va a ridurre la pressione fiscale. Lo Stato non può intervenire con la logica degli ultimi anni. E ogni riferimento alla Telecom dei capitani coraggiosi e all’Alitalia è puramente voluto. Non possiamo continuare con un modello dirigista, con lo Stato che decide e la Cassa depositi e prestiti che fa da tappabuchi».
Di fronte alla crisi un intervento pubblico è inevitabile, non crede?
«Ma il sistema capitalistico italiano ha responsabilità atroci. Inutile lamentarsi solo della politica; anche le banche hanno le loro colpe da emendare. Ogni euro investito in operazioni di sistema e perduto è un euro tolto alle aziende, alle famiglie, agli artigiani consegnati all’usura che alimenta la criminalità. Il sistema bancario è entrato in mondi da cui dovrebbe uscire. Compresa l’editoria. Posso dirlo?».
Certo .
«Considero positivo che si sia sciolto il patto Rcs. L’Italia è stata gestita da troppi patti di sindacato che erano in realtà pacchi di sindacato. Faccio il tifo per i manager che stanno cambiando il sistema. Deve finire il capitalismo relazionale, in cui spesso lo Stato ha finito per coprire le perdite. L’eccesso di vicinanza tra politici, imprenditori e banche ha creato operazioni sbagliate. E’ assurdo che per salvare un’azienda come Ansaldo Energia si metta mano alla Cassa depositi e prestiti, cioè ai soldi della vecchietta o dell’immigrato, cui viene chiesto a propria insaputa di pagare i giochi spericolati di chi ha fatto impresa con i soldi altrui».
Non è che i politici siano innocenti.
«È per questo che mi candido alla guida del Pd. Per cambiarlo. Non per fare il grillo parlante di quello che fa oggi il governo, ma per costruire un partito nuovo, che non conclude affari con i capitani coraggiosi, che sta in mezzo alla gente. A Civiltà Cattolica che gli chiedeva perché non sia entrato nell’appartamento papale, Francesco ha risposto proprio così: non perché sia troppo lussuoso, ma perché renderebbe più difficile il contatto con la gente».
A proposito di capitani coraggiosi, D’Alema dice che lei, per non logorarsi, logorerà Letta.
«È un giudizio sbagliato. D’Alema è una persona intelligente, ma questa sua qualità non lo mette al riparo da clamorosi errori di giudizio. Nel caso di D’Alema non è il primo, purtroppo per lui. Io ho 38 anni: posso aspettare. Il punto è che l’Italia non può aspettare. Compito di tutti noi che abbiamo responsabilità è dare una mano perché le cose si facciano. A Enrico do volentieri una mano».
Lei aiuta Letta? Dice sul serio?
«La cronaca di questi sei mesi ha smentito chi mi accusava di cospirare. Continuo a non dare alcun alibi a chi mi accusa di voler criticare il governo per anticiparne la fine. Io non attacco il governo. Parlo di quel che serve all’Italia nei prossimi anni. Convinto che l’Italia possa avere un futuro straordinario».
Lei teme che in Parlamento ci sia un accordo per una legge elettorale che perpetui le larghe intese?
«Il Pd farà il congresso e le primarie, con candidati che propongono soluzioni diverse anche per la legge elettorale. Io faccio la mia proposta. Sono per una legge che garantisca l’alternanza, il bipolarismo, e un risultato chiaro. Chi vince le elezioni non potrà mai avere il diritto di dire “non mi hanno fatto lavorare”. No all’inciucione generalizzato: le larghe intese devono essere l’eccezione, non la regola» .
Lei ha chiesto di spostare la discussione sulla legge elettorale dal Senato alla Camera. La Finocchiaro le ha risposto di no.
«Se in Parlamento si forma una maggioranza favorevole a una norma chiara e trasparente, per cui chi vince governa e non si ritorna ad accordicchi nelle segrete stanze, io sono il primo a festeggiare. Ma se si pensa di poter ulteriormente bloccare il Paese con un’operazione da prima Repubblica, senza statisti da prima Repubblica, allora sia chiaro che ci sarà il dissenso non solo mio ma della maggioranza dei senatori del Pd; come la Finocchiaro ha avuto modo di verificare in queste ore in modo riservato. Il Pd è vincolato dalle primarie. Decidono gli elettori che vanno al gazebo, non una senatrice che ha l’unico titolo di essere lì da trent’anni».
Tra le riforme da fare lei cita la giustizia, cara soprattutto alla destra.
«La riforma della giustizia è una priorità per gli italiani, non per la destra. Non so se riuscirà a farla questo Parlamento o il prossimo. So che è indispensabile, dopo 20 anni di provvedimenti ad personam. Non è possibile reggere lo spread tra Italia e Germania, per cui un provvedimento di natura civilistica da loro richiede un anno e da noi 4. Non è possibile ricorrere alla custodia cautelare nella misura di oggi. Non è possibile che i tempi della giustizia amministrativa siano sempre un incognita: se voglio togliere una bancarella dal mercato devo aspettare che si pronunci il Tar, per aprire la caffetteria di Palazzo Vecchio deve attendere due mesi in più per il ricorso sull’appalto... Ormai sugli appalti pubblici lavorano più gli avvocati dei manovali».
Si ricandiderà a sindaco di Firenze, la prossima primavera?
«Se i fiorentini lo vorranno, sì. Non voglio diventare un pezzo di burocrazia romana. Voglio mantenere la freschezza che mi viene dal girare in mezzo alla gente, senza lampeggiante, con la mia bici».
Come può fare entrambe le cose?
«La storia del doppio incarico è ridicola. Il segretario di un partito ha quasi sempre un altro incarico. Bersani era segretario e parlamentare, Epifani è segretario, parlamentare e presidente di commissione. Il segretario del Pdl è ministro dell’Interno, il leader di Sel è presidente di Regione. Martine Aubry era sindaco di Lilla e segretaria del Ps. E poi dipende da cosa deve fare un partito. Se si vuole un Pd tutto centrato su Roma, è logico che il segretario ci passi tutta la settimana. Se, come spero, porteremo alla guida amministratori locali, avremo un Pd molto più snello. Vorrei che il pastone del tg la sera non mi trovasse mentre salgo ed esco dalle stanze di partito, ma mentre inauguro una biblioteca, come ho appena fatto» .
In attesa degli amministratori, arriva la vecchia guardia. Dopo Franceschini si è schierato con lei Latorre. Ma il rinnovamento lo fa o no?
«La stragrande maggioranza di coloro che stavano contro di me continua a stare contro di me; gli altri si contano sulle dita di una mano. Noi dobbiamo andare avanti con tutti. Non credo a un Pd che butta fuori la gente: sono per includere, non per escludere. Perché respingere quelli della vecchia guardia che non ce l’hanno con te? E poi ho un rapporto di stima con Gianni Cuperlo. È una persona perbene, di cui non condivido tutto ma che ascolto con grande piacere. Se vinco le primarie, il giorno dopo lavorerò per allargare».
Non faccia il finto modesto. Tutti sanno che vincerà le primarie.
«Il risultato è tutt’altro che scontato. Un conto è se vota un milione di persone, un conto se ne arriva il doppio. L’8 dicembre, con le feste religiose a Milano, Roma, Palermo, è la peggiore data possibile. Spero di coinvolgere la gente, fin dal prossimo 25 ottobre alla Leopolda, proprio perché la sfida in gioco è decisiva».
Il Pdl si dividerà?
«Non lo so. So che non sopporto quelli che hanno osannato per vent’anni Berlusconi, arrivando a votare che Ruby era la nipote di Mubarak, e ora lo attaccano perché è stato condannato e ha perso il controllo del partito. Passi il dibattito su falchi e colombe, tacchini e pitonesse. Ci risparmino lo spettacolo di iene e avvoltoi».
La sua uscita contro amnistia e indulto, proposti da Napolitano, è stata interpretata anche come un modo per rivendicare l’autonomia della politica dal Quirinale. È così?
«Io ho un rispetto profondo per il presidente della Repubblica. Per la figura istituzionale, e per la persona. Ma trovo irrispettoso proprio nei confronti di Napolitano trasformare un messaggio di 12 cartelle in un diktat, per cui bisogna far così e basta. Alcuni commentatori non lo sanno, ma il presidente della Repubblica è il primo a essere consapevole che la funzione del suo messaggio era stimolare il dibattito. Io ho fatto la mia parte. Il falso unanimismo su questi temi è frutto di superficialità. Si cambino le leggi che riempiono le carceri, la Giovanardi e la Bossi-Fini. E si prenda atto dell’esperienza del 2006: a sette anni da un indulto non se ne può fare un altro. È diseducativo. Significa che lo Stato rinuncia a fare lo Stato. Non ho la pretesa di avere la verità in tasca. Ma se c’è una cosa da dire, la dico in faccia, chiara. Io non sono cambiato».
Pensioni, nella Legge di Stabilità non passa il super prelievo dagli assegni più alti
Il nodo del sistema contributivo
In Consiglio dei ministri la discussione era andata avanti fino a mezzanotte. E un ultimo tentativo è stato fatto anche dopo, in sede di limatura del testo. Ma alla fine è passata la linea del Pdl, che con Angelino Alfano e Gaetano Quagliariello aveva detto no fin dall’inizio. Nella legge di Stabilità non c’è il contributo di solidarietà a carico delle pensioni più alte. Un prelievo aggiuntivo resiste, quel 3% al di sopra dei 300 mila euro lordi l’anno, prorogato fino al 2016. Ma riguarda sia le pensioni che gli stipendi. E non è una differenza da poco. Anzi, è il segnale di come almeno per il momento il governo delle larghe intese abbia rinunciato a quel riequilibrio fra generazioni del quale lo stesso premier Enrico Letta aveva parlato più volte, a partire dal discorso programmatico in Parlamento.
All’inizio dell’estate si era discusso per settimane della «staffetta generazionale», con il passaggio delle consegne da un lavoratore anziano ad uno giovane, grazie al pensionamento flessibile e al part-time. Ma non se ne è fatto nulla. Poi si era tornati a discutere del contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. La Corte costituzionale aveva appena bocciato la vecchia sovrattassa, spiegando che non si possono prendere di mira solo i pensionati. Un’obiezione che il governo ha provato ad aggirare destinando il gettito del contributo non direttamente alle casse dello Stato ma all’ente di previdenza per garantirne l’equilibrio. Ma anche questa ipotesi, contenuta nella bozza entrata in consiglio dei ministri, è stata scartata. E niente da fare nemmeno per il piano B con l’idea di limare le pensioni alte calcolate con quel sistema retributivo ben più generoso rispetto al contributivo imposto ai giovani.
Una revisione che avrebbe avuto effetti importanti, come dimostrano alcune elaborazioni fatte dai tecnici e arrivate sul tavolo di più di un ministro. Un assegno lordo mensile di 7 mila euro, ricalcolato col contributivo, vale 6.100, uno da 51.200 (esiste ed è nella top ten) precipita a 27.700, quasi la metà. Una differenza che avrebbe giustificato, secondo i sostenitori dell’intervento, la richiesta di un contributo sugli assegni più alti. In realtà un intervento mirato sulle pensioni c’è, ed è lo stop all’adeguamento automatico all’inflazione per gli importi sopra i 3 mila euro lordi al mese. Ma di fatto la gelata riguarda anche gli stipendi, con i dipendenti pubblici che hanno i contratti bloccati, e i dipendenti privati che tra crisi aziendali e tagli al costo del lavoro difficilmente vedono salire le loro buste paga.
Il risultato è che, dopo i primi sei mesi di governo, il riequilibrio fra le generazioni non c’è. E torna così nel cassetto l’idea che il confine tra chi ha di più e chi ha di meno non sia solo una linea orizzontale che separa i ricchi dai poveri ma anche una linea verticale che divide i padri dai figli, la generazione che ha avuto un lavoro e una pensione da quella successiva che rischia di non aver né l’uno né l’altra. Per sue responsabilità, certo, ma anche perché nel frattempo il centro del mondo si è spostato, perché l’Europa è in crisi e l’Italia ancora di più. Sono passati più di quindici anni da quando Nicola Rossi scrisse «Meno ai padri, più ai figli», una ricetta per il welfare del futuro. Forse non è un caso se l’economista ha appena lasciato il suo ultimo incarico politico, la presidenza di Italia Futura, per tornare ad insegnare all’università.
18 ottobre 2013
Il nodo del sistema contributivo
In Consiglio dei ministri la discussione era andata avanti fino a mezzanotte. E un ultimo tentativo è stato fatto anche dopo, in sede di limatura del testo. Ma alla fine è passata la linea del Pdl, che con Angelino Alfano e Gaetano Quagliariello aveva detto no fin dall’inizio. Nella legge di Stabilità non c’è il contributo di solidarietà a carico delle pensioni più alte. Un prelievo aggiuntivo resiste, quel 3% al di sopra dei 300 mila euro lordi l’anno, prorogato fino al 2016. Ma riguarda sia le pensioni che gli stipendi. E non è una differenza da poco. Anzi, è il segnale di come almeno per il momento il governo delle larghe intese abbia rinunciato a quel riequilibrio fra generazioni del quale lo stesso premier Enrico Letta aveva parlato più volte, a partire dal discorso programmatico in Parlamento.
All’inizio dell’estate si era discusso per settimane della «staffetta generazionale», con il passaggio delle consegne da un lavoratore anziano ad uno giovane, grazie al pensionamento flessibile e al part-time. Ma non se ne è fatto nulla. Poi si era tornati a discutere del contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. La Corte costituzionale aveva appena bocciato la vecchia sovrattassa, spiegando che non si possono prendere di mira solo i pensionati. Un’obiezione che il governo ha provato ad aggirare destinando il gettito del contributo non direttamente alle casse dello Stato ma all’ente di previdenza per garantirne l’equilibrio. Ma anche questa ipotesi, contenuta nella bozza entrata in consiglio dei ministri, è stata scartata. E niente da fare nemmeno per il piano B con l’idea di limare le pensioni alte calcolate con quel sistema retributivo ben più generoso rispetto al contributivo imposto ai giovani.
Una revisione che avrebbe avuto effetti importanti, come dimostrano alcune elaborazioni fatte dai tecnici e arrivate sul tavolo di più di un ministro. Un assegno lordo mensile di 7 mila euro, ricalcolato col contributivo, vale 6.100, uno da 51.200 (esiste ed è nella top ten) precipita a 27.700, quasi la metà. Una differenza che avrebbe giustificato, secondo i sostenitori dell’intervento, la richiesta di un contributo sugli assegni più alti. In realtà un intervento mirato sulle pensioni c’è, ed è lo stop all’adeguamento automatico all’inflazione per gli importi sopra i 3 mila euro lordi al mese. Ma di fatto la gelata riguarda anche gli stipendi, con i dipendenti pubblici che hanno i contratti bloccati, e i dipendenti privati che tra crisi aziendali e tagli al costo del lavoro difficilmente vedono salire le loro buste paga.
Il risultato è che, dopo i primi sei mesi di governo, il riequilibrio fra le generazioni non c’è. E torna così nel cassetto l’idea che il confine tra chi ha di più e chi ha di meno non sia solo una linea orizzontale che separa i ricchi dai poveri ma anche una linea verticale che divide i padri dai figli, la generazione che ha avuto un lavoro e una pensione da quella successiva che rischia di non aver né l’uno né l’altra. Per sue responsabilità, certo, ma anche perché nel frattempo il centro del mondo si è spostato, perché l’Europa è in crisi e l’Italia ancora di più. Sono passati più di quindici anni da quando Nicola Rossi scrisse «Meno ai padri, più ai figli», una ricetta per il welfare del futuro. Forse non è un caso se l’economista ha appena lasciato il suo ultimo incarico politico, la presidenza di Italia Futura, per tornare ad insegnare all’università.
18 ottobre 2013
lunedì 14 ottobre 2013
NOTIZIARIO ASIA 14/10/2013 - 14:47
### Cina: la minaccia demografica getta un'ombra sul ruolo di potenza - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 14 ott - Aumentano i dubbi sul futuro della Cina, non tanto sulla sua capacita' di crescita, ma sulla sua sostenibilita'. Il paese potra' certamente progredire con ritmi meno impressionanti, ma dovra' dimostrare di saper sciogliere i nodi sociali che oggi appaiono inestricabili. Gli economisti hanno numerosi motivi di preoccupazione: dalla riforma del sistema finanziario alla bolla immobiliare, dai rendimenti decrescenti degli investimenti alle disparita' di reddito. Eppure, la sfida piu' grande sembra provenire da una scienza spesso trascurata: la demografia. Paradossalmente e' proprio un economista di successo - Timothy Beardson - a rivelarne la pericolosita'. Dopo essere stato un banchiere di successo e avere vissuto in Asia per 35 anni, l'autore ha consegnato alle stampe un libro che ha attratto l'attenzione che la disciplina merita (Stumbling Giant. The Threats to China's Future, Yale University Press). La Cina sembra prigioniera delle proprie scelte, sia di quelle dirette che delle incertezze nel correggerne gli errori. La minaccia demografica si articola in quattro versanti: l'aumento dei salari, l'invecchiamento della societa', la decrescita della popolazione e il disequilibrio tra uomini e donne. Il costo del lavoro aumenta perche' gli addetti iniziano a scarseggiare. Sono numericamente ridotti i lavoratori disponibili, come alcuni anni fa, a trasferirsi nelle grandi citta' - nelle fabbriche e nei cantieri - per salari ridottissimi. La loro disciplina e la loro economicita' avevano attratto gli investimenti, fino alla connotazione - ormai corrosa dall'uso - di fabbrica del mondo. Questo modello non e' piu' praticabile perche' la disponibilita' di manodopera a basso costo e' piu' facile in altri paesi. Se cio' sara' una condanna o uno stimolo al miglioramento per la Cina, sara' il terreno di sfida per la nuova dirigenza. Inoltre il paese e' invecchiato, per la politica del figlio unico che ha drasticamente rallentato le nascite. Se la Cina ha sostanzialmente sconfitto il sottosviluppo, non e' stata ancora in grado di prevenire le conseguenze della battaglia demografica. Chi badera' alle centinaia di milioni di anziani ora che la famiglia tradizionale si e' assottigliata? Potrebbe pensarci un welfare innovato, ma a quale costo per la finanza pubblica? La popolazione cinese dovrebbe raggiungere 1,5 miliardi di cittadini nel 2050, per poi stabilizzarsi. Contemporaneamente tutti gli altri paesi cresceranno. L'India diventera' il piu' popoloso, mentre gli Usa ridurranno la differenza. La Cina potra' mantenere lo standard di vita raggiunto, ma difficilmente conquistera' o manterra' la supremazia economica: nessun paese al mondo ha registrato crescita economica con una popolazione in declino. Esiste infine nel paese un preoccupante dislivello di genere. Esso va al di la della soglia fisiologica; le donne in eta' fertile sono il 16% in meno degli uomini, vale a dire che un uomo su sei non puo' sposarsi e creare una famiglia. Le donne sono oggi meno costrette dalla tradizione all'ineluttabilita' del loro destino. Talvolta si sposano tardi, decidono di rimanere nubili, privilegiano la carriera al focolare domestico. L'interazione di queste caratteristiche provoca timore. La scelta di uno sviluppo accelerato ha cambiato l'organizzazione sociale che da millenni governava la Cina. Forse e' stato il prezzo da pagare alla modernizzazione. Meno comprensibili - secondo Beardson- sono i ritardi nella ricerca di soluzioni adeguate. Ossessionato dal Pil, il Pcc ha trascurato gli effetti collaterali che potrebbero ora diventare insormontabili. La finestra per le riforme si chiudera' tra pochi anni. Dopo, le leggi della demografia avranno la loro rivincita e la Cina dovra' riconsiderare la sicurezza che la proietta come potenza dominante in questo secolo.
* Presidente di Osservatorio Asia
### Cina: la minaccia demografica getta un'ombra sul ruolo di potenza - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 14 ott - Aumentano i dubbi sul futuro della Cina, non tanto sulla sua capacita' di crescita, ma sulla sua sostenibilita'. Il paese potra' certamente progredire con ritmi meno impressionanti, ma dovra' dimostrare di saper sciogliere i nodi sociali che oggi appaiono inestricabili. Gli economisti hanno numerosi motivi di preoccupazione: dalla riforma del sistema finanziario alla bolla immobiliare, dai rendimenti decrescenti degli investimenti alle disparita' di reddito. Eppure, la sfida piu' grande sembra provenire da una scienza spesso trascurata: la demografia. Paradossalmente e' proprio un economista di successo - Timothy Beardson - a rivelarne la pericolosita'. Dopo essere stato un banchiere di successo e avere vissuto in Asia per 35 anni, l'autore ha consegnato alle stampe un libro che ha attratto l'attenzione che la disciplina merita (Stumbling Giant. The Threats to China's Future, Yale University Press). La Cina sembra prigioniera delle proprie scelte, sia di quelle dirette che delle incertezze nel correggerne gli errori. La minaccia demografica si articola in quattro versanti: l'aumento dei salari, l'invecchiamento della societa', la decrescita della popolazione e il disequilibrio tra uomini e donne. Il costo del lavoro aumenta perche' gli addetti iniziano a scarseggiare. Sono numericamente ridotti i lavoratori disponibili, come alcuni anni fa, a trasferirsi nelle grandi citta' - nelle fabbriche e nei cantieri - per salari ridottissimi. La loro disciplina e la loro economicita' avevano attratto gli investimenti, fino alla connotazione - ormai corrosa dall'uso - di fabbrica del mondo. Questo modello non e' piu' praticabile perche' la disponibilita' di manodopera a basso costo e' piu' facile in altri paesi. Se cio' sara' una condanna o uno stimolo al miglioramento per la Cina, sara' il terreno di sfida per la nuova dirigenza. Inoltre il paese e' invecchiato, per la politica del figlio unico che ha drasticamente rallentato le nascite. Se la Cina ha sostanzialmente sconfitto il sottosviluppo, non e' stata ancora in grado di prevenire le conseguenze della battaglia demografica. Chi badera' alle centinaia di milioni di anziani ora che la famiglia tradizionale si e' assottigliata? Potrebbe pensarci un welfare innovato, ma a quale costo per la finanza pubblica? La popolazione cinese dovrebbe raggiungere 1,5 miliardi di cittadini nel 2050, per poi stabilizzarsi. Contemporaneamente tutti gli altri paesi cresceranno. L'India diventera' il piu' popoloso, mentre gli Usa ridurranno la differenza. La Cina potra' mantenere lo standard di vita raggiunto, ma difficilmente conquistera' o manterra' la supremazia economica: nessun paese al mondo ha registrato crescita economica con una popolazione in declino. Esiste infine nel paese un preoccupante dislivello di genere. Esso va al di la della soglia fisiologica; le donne in eta' fertile sono il 16% in meno degli uomini, vale a dire che un uomo su sei non puo' sposarsi e creare una famiglia. Le donne sono oggi meno costrette dalla tradizione all'ineluttabilita' del loro destino. Talvolta si sposano tardi, decidono di rimanere nubili, privilegiano la carriera al focolare domestico. L'interazione di queste caratteristiche provoca timore. La scelta di uno sviluppo accelerato ha cambiato l'organizzazione sociale che da millenni governava la Cina. Forse e' stato il prezzo da pagare alla modernizzazione. Meno comprensibili - secondo Beardson- sono i ritardi nella ricerca di soluzioni adeguate. Ossessionato dal Pil, il Pcc ha trascurato gli effetti collaterali che potrebbero ora diventare insormontabili. La finestra per le riforme si chiudera' tra pochi anni. Dopo, le leggi della demografia avranno la loro rivincita e la Cina dovra' riconsiderare la sicurezza che la proietta come potenza dominante in questo secolo.
* Presidente di Osservatorio Asia
Attualità
“Non è il nostro debito quando non siamo stati noi a crearlo. Non è il nostro debito quando non siamo stati consultati. Non è il nostro debito quando i diritti fondamentali vengono violati in nome del suo pagamento. I debiti ingiusti non sono i nostri debiti!”
Questi slogan diffusi principalmente dallo spagnolo Observatorio Deuda y Globalisación, dalla britannica Jubilee Debt Campaign e dall’irlandese Debt and Development Coalition stanno facendo il giro del mondo a suon di comunicati diffusi sul web e amplificati da tutti i social network, taggati su facebook e twittati dai cellulari di mezzo mondo; non mancano poi video su Youtube e foto su Flickr individuati proprio come azioni mirate a incentivare la campagna di contestazione. Ed è proprio ciò che stanno cercando di creare gli animatori dell’iniziativa, ossia il consolidamento di una solida fascia dell’opinione pubblica mondiale che dica di “no” al modo in cui i grandi poteri politici ed economici hanno ideato le politiche di sviluppo. “No” a questo tipo di globalizzazione e un “no” deciso soprattutto alla precedenza che da anni è stata accordata alla finanza rispetto all’economia reale, e soprattutto alla persona, che ha relegato così i cittadini al fondo di questa graduatoria ideale di priorità.
È la cosiddetta Settimana internazionale contro il debito illegittimo, indetta tra l’8 e il 15 ottobre, proprio mentre si riuniranno a Washington i vertici della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per il consueto vertice annuale. Sono infatti proprio i grandi consessi internazionali a essere presi di mira dai movimenti di contestazione, e non solo quelli “elitari” quale il G8-G20. Per quanto l’interfaccia del sito web della Banca Mondiale si sforzi di diffondere l’immagine di un Istituto vicino alle persone e riproduca dati, ricerche e progetti di sviluppo in corso, agli occhi di non pochi contestatori pare del tutto fuori luogo il suo motto “Working for a World Free of Poverty”, traducibile in “Lavorando per un mondo libero dalla povertà”. La Banca Mondiale, come il Fondo Monetario Internazionale, l’una impegnata nella crescita economica attraverso il finanziamento di progetti di sviluppo e l’altro nell’erogazione di prestiti per Paesi che presentano rilevanti deficit di bilancia dei pagamenti, sono infatti individuati come i responsabili di ricette per lo sviluppo e politiche di austerità che solo in rari casi hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo prefigurati, se non sul piano del bilancio finanziario. Conti a posto ma cittadini ridotti alla fame, senza lavoro e cure sanitarie (e in tal senso il caso della Grecia è tanto esemplificativo quanto tragico), queste le accuse mosse alle Agenzie create sul finire della seconda guerra mondiale nel vertice di Bretton Woods, allorché la ricostruzione e il benessere economico furono indicati come obiettivi da raggiungere nell’immediato dopoguerra, attribuendo alla loro assenza le aberrazioni del conflitto che aveva devastato il mondo intero.
Forse ci troviamo oggi in una situazione analoga, non tanto in termini di contesto post-bellico quanto di instabilità? La crisi economica che avvolge soprattutto i Paesi dell’emisfero nord del mondo è stata accompagnata da ricette di austerità e tagli al welfare dettati specialmente dal FMI che fanno dubitare dell’obiettivo ultimo dello stesso Istituto di assicurare quella “libertà dal bisogno”, ossia un adeguato standard di vita (incluse le opportunità economiche, di impiego, la sicurezza sociale e l’assistenza sanitaria), teorizzato dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt nel suo Grande Disegno per il dopoguerra.
Eppure il direttore della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, meno di una settimana fa ha dichiarato che la povertà estrema (riferendosi così a quel miliardo di persone al mondo che vivono con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno) “è la questione morale centrale dei nostri tempi” e ha indicato un forte impegno dell’Organizzazione alla sua eliminazione entro il 2030. Un impegno importante che a poco più di 2 anni dalla scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU nel 2015 denuncia il fallimento del suo primo obiettivo. Ma, al di là dello scarso collegamento delle policy delle diverse organizzazioni multilaterali, sarebbe forse opportuno chiedersi se il fatto che questo movimento di contestazione stia crescendo in Europa, e la provenienza dei 3 gruppi ideatori della campagna “it’s no tour debt” lo dimostra, induca a una crescita di attenzione verso chi sta scivolando nella povertà (per quanto ancora non estrema) e rivendica nuove strategie globali che tengano conto del primato della persona sulla Realpolitik che spesso gli Stati prediligono.
Miriam Rossi Martedì, 08 Ottobre 2013
“Non è il nostro debito quando non siamo stati noi a crearlo. Non è il nostro debito quando non siamo stati consultati. Non è il nostro debito quando i diritti fondamentali vengono violati in nome del suo pagamento. I debiti ingiusti non sono i nostri debiti!”
Questi slogan diffusi principalmente dallo spagnolo Observatorio Deuda y Globalisación, dalla britannica Jubilee Debt Campaign e dall’irlandese Debt and Development Coalition stanno facendo il giro del mondo a suon di comunicati diffusi sul web e amplificati da tutti i social network, taggati su facebook e twittati dai cellulari di mezzo mondo; non mancano poi video su Youtube e foto su Flickr individuati proprio come azioni mirate a incentivare la campagna di contestazione. Ed è proprio ciò che stanno cercando di creare gli animatori dell’iniziativa, ossia il consolidamento di una solida fascia dell’opinione pubblica mondiale che dica di “no” al modo in cui i grandi poteri politici ed economici hanno ideato le politiche di sviluppo. “No” a questo tipo di globalizzazione e un “no” deciso soprattutto alla precedenza che da anni è stata accordata alla finanza rispetto all’economia reale, e soprattutto alla persona, che ha relegato così i cittadini al fondo di questa graduatoria ideale di priorità.
È la cosiddetta Settimana internazionale contro il debito illegittimo, indetta tra l’8 e il 15 ottobre, proprio mentre si riuniranno a Washington i vertici della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per il consueto vertice annuale. Sono infatti proprio i grandi consessi internazionali a essere presi di mira dai movimenti di contestazione, e non solo quelli “elitari” quale il G8-G20. Per quanto l’interfaccia del sito web della Banca Mondiale si sforzi di diffondere l’immagine di un Istituto vicino alle persone e riproduca dati, ricerche e progetti di sviluppo in corso, agli occhi di non pochi contestatori pare del tutto fuori luogo il suo motto “Working for a World Free of Poverty”, traducibile in “Lavorando per un mondo libero dalla povertà”. La Banca Mondiale, come il Fondo Monetario Internazionale, l’una impegnata nella crescita economica attraverso il finanziamento di progetti di sviluppo e l’altro nell’erogazione di prestiti per Paesi che presentano rilevanti deficit di bilancia dei pagamenti, sono infatti individuati come i responsabili di ricette per lo sviluppo e politiche di austerità che solo in rari casi hanno raggiunto gli obiettivi di sviluppo prefigurati, se non sul piano del bilancio finanziario. Conti a posto ma cittadini ridotti alla fame, senza lavoro e cure sanitarie (e in tal senso il caso della Grecia è tanto esemplificativo quanto tragico), queste le accuse mosse alle Agenzie create sul finire della seconda guerra mondiale nel vertice di Bretton Woods, allorché la ricostruzione e il benessere economico furono indicati come obiettivi da raggiungere nell’immediato dopoguerra, attribuendo alla loro assenza le aberrazioni del conflitto che aveva devastato il mondo intero.
Forse ci troviamo oggi in una situazione analoga, non tanto in termini di contesto post-bellico quanto di instabilità? La crisi economica che avvolge soprattutto i Paesi dell’emisfero nord del mondo è stata accompagnata da ricette di austerità e tagli al welfare dettati specialmente dal FMI che fanno dubitare dell’obiettivo ultimo dello stesso Istituto di assicurare quella “libertà dal bisogno”, ossia un adeguato standard di vita (incluse le opportunità economiche, di impiego, la sicurezza sociale e l’assistenza sanitaria), teorizzato dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt nel suo Grande Disegno per il dopoguerra.
Eppure il direttore della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, meno di una settimana fa ha dichiarato che la povertà estrema (riferendosi così a quel miliardo di persone al mondo che vivono con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno) “è la questione morale centrale dei nostri tempi” e ha indicato un forte impegno dell’Organizzazione alla sua eliminazione entro il 2030. Un impegno importante che a poco più di 2 anni dalla scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU nel 2015 denuncia il fallimento del suo primo obiettivo. Ma, al di là dello scarso collegamento delle policy delle diverse organizzazioni multilaterali, sarebbe forse opportuno chiedersi se il fatto che questo movimento di contestazione stia crescendo in Europa, e la provenienza dei 3 gruppi ideatori della campagna “it’s no tour debt” lo dimostra, induca a una crescita di attenzione verso chi sta scivolando nella povertà (per quanto ancora non estrema) e rivendica nuove strategie globali che tengano conto del primato della persona sulla Realpolitik che spesso gli Stati prediligono.
Miriam Rossi Martedì, 08 Ottobre 2013
domenica 13 ottobre 2013
AEREI DIFETTOSI 04/10/2013
F35: costano miliardi, ma sono dei bidoni
di Gabriella Meroni
Non c'è pace per gli F35: definiti "i migliori caccia di tutti i tempi", questi velivoli da guerra per cui l'Italia spenderà oltre 14 miliardi di euro presentano ben 393 difetti di costruzione e funzionamento. Insinuazioni dei pacifisti? No, un rapporto del Pentagono
Per loro l'Italia ha messo a budget una cifra clamorosa: sicuramente più di 13 miliardi, c'è chi arriva a ipotizzarne, alla fine, ben 17. Sono gli F35, aerei da guerra di ultima generazione (ma quando si diceva così eravamo negli anni '90) che l'Italia, insieme agli USA e ad altri 6 paesi si è impegnata a costruire e acquistare. Un'operazione militare gigantesca, la più ampia di tutta la storia, in cui il nostro paese si è imbarcato non senza mille polemiche, soprattutto a causa della crisi economica che suggerirebbe ben altre spese.
Ora però una tegola ancora più grossa rischia di abbattersi sul progetto: pare che questi caccia ultratecnologici non siano poi un granché, ma che anzi abbiano un sacco di problemi tecnici. Insomma, sarebbero dei bidoni. A dirlo però non sono i soliti pacifisti, ma un documento redatto dal Pentagon’s Inspector General (l'organismo che si occupa tra l'altro di monitorare la qualità degli armamenti) e pubblicato pochi giorni prima che anche questo ufficio venisse chiuso per lo shutdown. Secondo la relazione, gli F35 presentano 363 "problemi", 147 dei quali "importanti", come per esempio "il mancato rispetto delle caratteristiche qualitative, dovute probabilmente a una cattiva gestione del programma o all'inefficacia dei controlli di sistema". Le conseguenze dei tanti difetti dei caccia non sono di poco conto: il pentagono ha infatti misurato il numero e l'entità degli interventi di manutenzione sugli F35, rilevando che son talmente tanti da "determinare un costo significativo".
Ma le grane non sono solo tecniche. L'ispezione condotta dal watchdog del Pentagono è avvenuta non a caso tra febbraio 2012 e luglio di quest'anno, un periodo in cui il programma militare di cui fanno parte gli F35, il Joint Strike Fighter, ha visto azzerati i propri vertici e l'azienda che produce gran parte degli aerei, la Lockheed Martin, ha pure attraversato una grave crisi di management. Il ministero della Difesa USA ha quindi voluto vederci chiaro, scoprendo in effetti che i rivogimenti societari hanno avuto un peso anche sulla qqualità del "prodotto".
Dallo scorso giugno l'Italia si è tuttavia messa alla finestra, pur non recedendo dal programma di acquisto degli F35, approvando una mozione di maggioranza che prevede di avviare un’inchiesta su efficacia e costi del programma militare Joint strike fighter e impegna il governo a “a non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il parlamento si sia espresso nel merito, ai sensi dell’articolo 4 della legge 31 dicembre 2012, n. 244″. Una prima mossa cautelativa, anche perché, come spiega Internazionale, i costi totali del programma sono già lievitati del 70 per cento da quando il Pentagono ha firmato il primo accordo nel 2001 per realizzare i primi 2.500 aerei (in totale sono 3.173). Secondo la Bbc gli aerei non saranno operativi prima del 2018, con otto anni di ritardo rispetto al progetto iniziale: tutti ritardi causati dalle difficoltà tecniche e dalla complessità della costruzione di questi aerei.
Vita.it
F35: costano miliardi, ma sono dei bidoni
di Gabriella Meroni
Non c'è pace per gli F35: definiti "i migliori caccia di tutti i tempi", questi velivoli da guerra per cui l'Italia spenderà oltre 14 miliardi di euro presentano ben 393 difetti di costruzione e funzionamento. Insinuazioni dei pacifisti? No, un rapporto del Pentagono
Per loro l'Italia ha messo a budget una cifra clamorosa: sicuramente più di 13 miliardi, c'è chi arriva a ipotizzarne, alla fine, ben 17. Sono gli F35, aerei da guerra di ultima generazione (ma quando si diceva così eravamo negli anni '90) che l'Italia, insieme agli USA e ad altri 6 paesi si è impegnata a costruire e acquistare. Un'operazione militare gigantesca, la più ampia di tutta la storia, in cui il nostro paese si è imbarcato non senza mille polemiche, soprattutto a causa della crisi economica che suggerirebbe ben altre spese.
Ora però una tegola ancora più grossa rischia di abbattersi sul progetto: pare che questi caccia ultratecnologici non siano poi un granché, ma che anzi abbiano un sacco di problemi tecnici. Insomma, sarebbero dei bidoni. A dirlo però non sono i soliti pacifisti, ma un documento redatto dal Pentagon’s Inspector General (l'organismo che si occupa tra l'altro di monitorare la qualità degli armamenti) e pubblicato pochi giorni prima che anche questo ufficio venisse chiuso per lo shutdown. Secondo la relazione, gli F35 presentano 363 "problemi", 147 dei quali "importanti", come per esempio "il mancato rispetto delle caratteristiche qualitative, dovute probabilmente a una cattiva gestione del programma o all'inefficacia dei controlli di sistema". Le conseguenze dei tanti difetti dei caccia non sono di poco conto: il pentagono ha infatti misurato il numero e l'entità degli interventi di manutenzione sugli F35, rilevando che son talmente tanti da "determinare un costo significativo".
Ma le grane non sono solo tecniche. L'ispezione condotta dal watchdog del Pentagono è avvenuta non a caso tra febbraio 2012 e luglio di quest'anno, un periodo in cui il programma militare di cui fanno parte gli F35, il Joint Strike Fighter, ha visto azzerati i propri vertici e l'azienda che produce gran parte degli aerei, la Lockheed Martin, ha pure attraversato una grave crisi di management. Il ministero della Difesa USA ha quindi voluto vederci chiaro, scoprendo in effetti che i rivogimenti societari hanno avuto un peso anche sulla qqualità del "prodotto".
Dallo scorso giugno l'Italia si è tuttavia messa alla finestra, pur non recedendo dal programma di acquisto degli F35, approvando una mozione di maggioranza che prevede di avviare un’inchiesta su efficacia e costi del programma militare Joint strike fighter e impegna il governo a “a non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il parlamento si sia espresso nel merito, ai sensi dell’articolo 4 della legge 31 dicembre 2012, n. 244″. Una prima mossa cautelativa, anche perché, come spiega Internazionale, i costi totali del programma sono già lievitati del 70 per cento da quando il Pentagono ha firmato il primo accordo nel 2001 per realizzare i primi 2.500 aerei (in totale sono 3.173). Secondo la Bbc gli aerei non saranno operativi prima del 2018, con otto anni di ritardo rispetto al progetto iniziale: tutti ritardi causati dalle difficoltà tecniche e dalla complessità della costruzione di questi aerei.
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