venerdì 26 aprile 2013

Dalla Cina All'Europa


Il Sole 24 ORE - Radiocor 25/04/2013 - 16:06
Francia: Hollande, eliminero' ogni ostacolo agli investimenti cinesi -2-
Radiocor - Milano, 25 apr - Le dichiarazioni di apertura di Hollande agli investimenti cinesi in Francia sono arrivate come risposta al presidente cinese Xi Jinping che ha detto di sperare in una Europa piu' aperta ai prodotti e agli investimenti cinesi. 'Noi speriamo che la Francia lavorera' per facilitare gli investimenti cinesi' in Europa, ha dichiarato Xi Jinping e Hollande ha replicato sostenendo che 'tutti gli ostacoli, tutti freni, tutte le procedure saranno tolte', aggiungendo che 'siamo pronti ad accogliere gli investimenti cinesi in Francia'. Nei prossimi cinque anni gli investimenti cinesi all'estero, a livello globale, arriveranno a 500 miliardi di dollari. Lo scorso anno questi investimenti erano saliti del 28,6% a 77 miliardi di dollari, in confronto al 2011.

Red-Fla-

Da Hollande alla Cina


Il Sole 24 ORE - Radiocor 25/04/2013 - 13:49
Francia: Hollande, eliminero' ogni ostacolo agli investimenti cinesi
Radiocor - Roma, 25 apr - 'Tutti gli ostacoli, tutti i freni' agli investimenti cinesi in Francia 'saranno eliminati'. Cosi' ha detto il presidente della Repubblica francese Francois Holland, in visita in Cina, al termine di un forum economico a Pechino in presenza del suo omologo cinese Xi Jinping.

Dall'Australia in Cina


Il Sole 24 ORE - Radiocor 24/04/2013 - 14:34
Australia: investira' 2 mld dlr aus in titoli Stato cinesi
Radiocor - Sydney, 24 apr - L'Australia investira' 2 miliardi di dollari australiani (1,57 miliardi di euro) in titoli di Stato cinesi, dopo l'accordo siglato tra Canberra e Pechino che prevede lo scambio di valuta senza passare tramite il dollaro americano. Philip Lowe, il vice-governatore della Reserve Bank of Australia, la banca centrale australiana, ha precisato che si tratta del primo investimento dell'istituto di emissione 'sul mercato obbligazionario di un Paese asiatico diverso dalla Cina'. L'intenzione e' che 'la Cina rappresenti circa il 5% delle riserve in valuta estera dell'Australia', ha dichiarato Lowe, precisando che tali riserve al momento ammontano a 38 miliardi di dollari australiani. La Banca popolare della Cina (Bpc), la banca centrale cinese, 'ha approvato una quota di investimenti preliminare e attualmente stiamo definendo i termini dell'accordo'. Il mese scorso Australia e Cina hanno concordato l'avvio di scambio diretti delle loro valuta senza passare tramite il dollaro statunitense e di instaurare quindi una convertibilita' diretta tra dollaro australiano e renminbi, privilegio finora concesso solo al dollaro Usa e allo yen giapponese. La Cina, seconda economia mondiale e grande consumatrice di materie prime australiane (soprattutto carbone, ferro e minerali), e' il primo partner commerciale dell'Australia.

red-gli-

Sanità



Il Sole 24 ORE - Radiocor 22/04/2013 - 14:54
### Cina: la riforma sanitaria una priorita' inderogabile - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*

Radiocor - Milano, 22 apr - 'Dalla culla alla tomba' era in Cina uno slogan e un programma politico. L'assistenza sanitaria ne era uno dei cardini, fissato nell'ideologia statale e ugualitaria. La qualita' dell'intervento era anni luce distante dal modello scandinavo, ma garantiva la sopravvivenza - attraverso le cure mediche gratuite - ad un paese poverissimo. Le riforme degli ultimi 35 anni hanno consegnato alla storia questo sistema e lo hanno sostituito con soluzioni diverse. Sono impostate al contenimento dei costi, al miglioramento dei servizi, alla razionalizzazione degli interventi. Nello scendere da un piano ideologico ad un altro pragmatico, l'intero impianto ha comunque bisogno di continue revisioni, imposte da una dinamica sociale molto piu' veloce del passato. Oggi, la riforma del sistema sanitario rappresenta una sfida cruciale, forse addirittura la piu' importante, nella politica sociale del paese. Un radicale intervento era stato fatto nel 2009. Il suo tentativo era di correggere gli squilibri del sistema che rischiavano di innescare pericolose tensioni. Con le riforme degli anni '80 il sistema sanitario era stato delegato alle singole Province, alle quali era stati tagliati i fondi statali. Le amministrazioni locali dovevano dunque auto finanziarsi. Ne sono derivati costi enormi per i cittadini, privati peraltro dell'assistenza di base. Si e' venuta cosi' a creare un'inedita struttura, dove la titolarita' dell'intervento e' pubblica, mentre la conduzione e' privata, talvolta applicata con misure spietate nei confronti dei poveri. A questa ineguaglianza sociale si aggiunge quella territoriale, perche' le piu' ricche province costiere possono contare su prelievi fiscali e finanziare il sistema, lasciando quelle interne con minori risorse e forza lavoro giovanile in diminuzione. La soluzione per reperire fondi locali e' stata affidata alla lottizzazione dei terreni, resi edificabili da manovre spregiudicate. Il risultato per la sanita' e' stata la costruzione di numerosi ospedali, talvolta inutili e costosi ma in grado di generare fondi. Un altro colpo alla riforma e' stato dato dall'incompetenza e dalla corruzione: l'incapacita' di gestire situazioni nuove, la chiusura verso le assicurazioni straniere, la salvaguardia di interessi personali e la scorciatoia verso facili arricchimenti. Questa impasse ha causato una massiccia riforma nel 2009, nel tentativo di liberare risorse per i consumi interni alleggerendo le spese per la salute. Ora in pratica tutta la popolazione gode di una copertura di base. Sono tuttavia aumentate le spese personali, alla ricerca di prestazioni di qualita', mentre non sono state dissipate le ombre che aleggiano sulla gestione del sistema. In sostanza la Cina non riesce a soddisfare le necessita' della popolazione, dopo essere stata tuttavia in grado di causarle. Nonostante i miglioramenti, i cittadini appaiono preoccupati da una parte e insoddisfatti dall'altra. Come provvedere trovando risorse senza ricorrere alle contraddizioni degli anni precedenti? Si tratta di ottimizzare un sistema costruito su fondamenta fragili. Ora sono richieste scelte complesse perche' tali sono le domande. La popolazione invecchia e ha bisogno di cure specifiche (le aged and long-term care ALTC), proprio mentre il numero delle persone attive tende a diminuire. Sarebbero necessari macchinari moderni, da inserire tuttavia in un circuito di efficienza ancor lontano. L'elenco delle medicine dovrebbe essere ridotto, con una trattativa cogente con le industrie farmaceutiche. Un intervento complessivo e' infine necessario sulla competenza manageriale, spesso lasciata a funzionari di partito e a burocrati locali senza preparazione, un lusso che la Cina non puo' piu' permettersi.

* Presidente Osservatorio Asia

Il Sole 24 ORE - Radiocor 17/04/2013 - 19:53
Lusso: Credit Suisse, in Cina mercato cresce tre volte piu' del Pil
Radiocor - Milano, 17 apr - Il mercato del lusso in Paesi come Cina, Russia, Brasile e Middle East 'cresce tre volte piu' di quanto cresce il Pil nazionale, per esempio se la Cina cresce dell'8% il mercato del lusso cresce del 25%' e questo comporta che 'il mercato asiatico del lusso raggiungera' le dimensioni attuali dell'intero settore globale'. Lo ha sottolineato Juan Manuel Mendoza, a capo dell'Asian equities di Credit Suisse Asset Management, nel corso del suo intervento al Salone del Risparmio. Mettendo in evidenza come il fatturato globale dei beni di lusso dai 191 mld euro di fatturato globale nel 2011 dovrebbe arrivare a 202 mld nel 2012, 217 mld nel 2013 e 238 mld nel 2014. I principali brand, inoltre, realizzano una gran parte del fatturato con i consumatori dei Paesi emergenti: per esempio, per Lvmh il 6%, Richemont il 45%, Ppr il 43%. Per le italiane, Prada il 55%, Armani il 35%, Zegna il 44% e Dolce&Gabbana il 35%. Uno degli esempi dei marchi che spingono maggiormente in Asia e' Louis Vuitton. Guardando alla nazionalita' dei consumatori, nel 2015 il marchio dovrebbe arrivare a vendere per il 31% a compratori cinesi (dal 12% del 2007), per il 18% ad altri asiatici (dall'11%), per il 15% a giapponesi (dal 36%)m per il 14% ad americani (dal 15%) e per il 12% agli europei (dal 19%). Nei dati presentati da Mendoza, inoltre, si sottolinea come 'la maggior parte dei consumatori cinesi di articoli di lusso spende al di fuori della Cina'. Inoltre, nei vari settori del lusso, i primi 5 marchi realizzano circa il 50% del fatturato del comparto.

sabato 20 aprile 2013

In Cina la decrescita rende felici ....


DECRESCITA "FELICE" 
L'economia rallenta: Pechino cosa fa?

di Eugenio Buzzetti e Alessandra Spalletta

Twitter@Eastofnowest
Twitter@ASpalletta

Pechino, 19 apr. - Consumo è la nuova parla d'ordine della Cina. Si può applicare a tutti gli strati dell'economia. Dai dati macro-economici, alla vita quotidiana dei singoli. Dalle statistiche ufficiali che lunedì scorso hanno fatto sobbalzare gli analisti per quel 7,7% di crescita al di sotto delle previsioni, ai giovani impiegati urbani che non salvano uno yuan dei loro stipendi e comprano come se non ci fosse un domani. Ha un effetto quasi comico la dichiarazione rilasciata alla Reuters da una giovane impiegata urbana "colpevole" di spendere praticamente tutto lo stipendio in vestiti e di non risparmiare nulla. Attingendo talvolta alle risorse del padre, per discolparsi dal suo stile rilassato nei costumi dichiara: "A volte mi sento in colpa a usare il suo denaro, così gli compro qualche vestito". L'immagine stereotipata di una Cina dedita a risparmiare anche un solo yuan in più non calza più, almeno non a quella fascia di cittadini tra i 18 e i 35 anni che sono cresciuti nell'era del boom.

Un atteggiamento, questo, naturale per chi non ha conosciuto le asprezze della povertà, dei tempi bui. Incoraggiato, sui grandi numeri, anche dalla classe dirigente, che vuole passare da un modello economico fondato su investimenti ed esportazioni a uno trainato dai consumi interni. Un processo che il governo promuove da tempo, e di cui la nuova classe dirigente vorrebbe farsi interprete. Il mese scorso, durante i lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo, che in Cina fa le veci del parlamento, era stato svelato il piano decennale di urbanizzazione che prevede il ricollocamento nelle città di seconda e terza fascia di 400 milioni di cittadini con un maxi-investimento di 40mila miliardi di yuan. Cifre enormi, presentate così. A mente fredda, le cose stanno un po' diversamente. L'enigma è il più vecchio del mondo, sintetizzabile nel popolare adagio: "viene prima l'uovo o la gallina?". Tradotto: sono gli individui che basano le proprie scelte sui fattori economici del momento, o è l'economia ad adattarsi ai nuovi costumi?

Anche solo osservando più da vicino i dati del primo trimestre di quest'anno gli economisti hanno notato alcuni elementi: per esempio, una forte espansione del credito negli ultimi mesi (a cominciare dagli ultimi tre mesi del 2012) con un'iniezione di liquidità da diecimila miliardi di yuan in nuovi prestiti, afferma Patrick Chovanec. Solo da gennaio a marzo, più di seimila miliardi di yuan: una cifra superiore a quella di inizio 2009, quando l'economia risentiva degli effetti del maxi-pacchetto di stimoli anti-crisi varato dal governo a fine 2008. Con il problema che oggi, a fare la parte del leone è il sistema bancario ombra (che ha portato Fitch settimana scorsa a declassare il debito a lunga scadenza in yuan per la prima volta dal 1999). E questi soldi assumono la forma del famigerato "schema di Ponzi", anticamera della truffa e del crac finanziario. Più morbido, invece, il giudizio di un altro esperto, Damien Ma, che vede nel tasso di crescita al di sotto delle aspettative l'affermarsi della linea già promossa allo scorso Congresso del Partito della "società moderatamente prospera" e ribadita in più occasioni anche dal primo ministro Li Keqiang. Insomma, l'economia cinese sta cercando un nuovo equilibrio, e il Prodotto Interno Lordo è destinato a scendere ulteriormente, fino al 6,8%, spiega l'analista a China File, un sito d'informazione del New York Times. Anche la decisione di oggi della Banca Centrale di ampliare la banda di oscillazione in cui fluttua lo yuan sembra andare nella direzione delle riforme finanziarie di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi.

L'adagio dell'8% come soglia psicologica sotto la quale non scendere nella crescita, è ormai superato. Il numero singolo non basta più: a marzo scorso, per il secondo anno consecutivo, il governo cinese ha stabilito nel 7,5% il tasso di crescita annuo da raggiungere. Ma mentre la disoccupazione avanza, con sempre più neo-laureati che faticano a trovare il primo impiego, e il risparmio eroso dal surriscaldato settore immobiliare, la Cina deve adeguarsi alle nuove istanze sociali. E mettere in pratica quella policy del "Go west, young men" di cui si parla da anni. L'ovest cinese, per il momento, si ferma alla prima fascia di province subito a ridosso di quelle costiere, che hanno vissuto il boom degli anni Novanta (l'attuale presidente Xi Jinping è stato ai vertici di Fujian e Zhejiang in quel periodo, quando il Pil di queste province era stabilmente a due cifre). Le elenca alla Reuters Jeff Walters, analista di Boston Consulting Group a Pechino: Jiangxi, Henan, Anhui saranno le nuove Guangdong e Zhejiang. Le città di seconda fascia come Zhengzhou, Chengdu e Chongqing vedranno uno sviluppo prima appannaggio delle città costiere.

Non è un previsione: sta già accadendo. Un'inchiesta condotta dal The Atlantic cita qualche caso, e alcuni numeri che fanno pensare. Nei primi due mesi dell'anno, la località costiera di Xiamen ha perso 36200 lavoratori migranti. Con buona probabilità non torneranno più: "La pressione è troppa" aveva postato su Weibo uno di loro. Neppure le grandi metropoli come Pechino sfuggono a questa regola. Il traffico insostenibile, i prezzi degli immobili alle stelle e la recente "air-pocalypse" che ha reso per settimane il cielo grigio di smog contribuiscono alla decisione di molti di abbandonare la capitale. Una coppia di lavoratori migranti provenienti da Chengdu, con una bambina piccola, racconta di come molti loro conoscenti nelle stesse condizioni hanno deciso di tornare a casa, nonostante Pechino avesse migliori strutture per l'infanzia e l'educazione. Rinunciano al salario più alto della capitale e a migliori strutture scolastiche per i figli in nome di un unico fattore: l'hukou, il sistema di registrazione familiare che vincola i cittadini al luogo d'origine e toglie ai migranti interni alcuni diritti basilari, come quello dell'istruzione gratuita per i figli. A più riprese definito " discriminatorio" e perfino "infame" l'hukou dovrebbe andare incontro a una revisione per permettere il ricollocamento nelle città di seconda fascia di milioni di persone, ma per ora rimane inalterato.

L'ondata di ritorni a casa era cominciata già nel 2009, e sta subendo adesso un'accelerazione sotto la pressione delle nuove condizioni economiche: la provincia dello Henan a fine 2011 registrava una crescita del'11,6%; nel Sichuan, qualche mese fa, durante quattro job fair, sono stati firmati oltre tremila nuovi contratti di lavoro. Il "Go west" sta prendendo la forma di un "come back home". E le imprese più attente, come quelle attive nel settore dell'e-commerce, che vive oggi un boom senza precedenti in Cina, sanno di dovere puntare proprio su queste città di seconda e terza fascia per trovare nuovi acquirenti, ora che Pechino e Shanghai sono sature. Intanto, però, i dati economici indicano un rallentamento nella crescita, che ha preoccupato anche i mercati mondiali nei giorni scorsi. Ma è un male? "Se la Cina rallenta per le ragioni giuste -spiega Chovanec- con una maggiore oculatezza negli investimenti e muovendosi verso un maggiore consumo interno, il rallentamento potrebbe anche essere una buona cosa" permettendo al Paese di gestire meglio alcuni problemi ormai cronici, come le ineguaglianze sociali e il degrado dell'ambiente. Il vero spauracchio per Pechino  è la disoccupazione, che potrebbe causare rivolte sociali. Andare verso ovest, e quindi, per molti, tornare a casa, potrebbe essere una soluzione praticabile e capace di portare, sotto la guida del governo, un nuovo sviluppo in aree del Paese che ne erano rimaste finora parzialmente (o completamente) escluse.

Ma l'indovinello iniziale non è ancora risolto: "viene prima l'uovo o la gallina?". E' lo sviluppo a seguire i costumi o viceversa? Non sembra avere dubbi Zhang Jun, direttore del centro di studi economici dell'università Fudan di Shanghai. "Quello che conta per garantire la crescita economica -spiega l'economista- non è che il sistema sia il "migliore" ma che sia in grado adattarsi a una nuova fase di sviluppo". La domanda che lascia molti analisti perplessi è se Pechino sarà in grado di portare avanti le riforme economiche. Molti segnali sembrano indicare un guado dove le riforme tendono ad arenarsi. Il debito delle amministrazioni locali, la bolla immobiliare, il malcontento sociale, le lobby che bloccano il sistema. Ma come scrive il Foreign Affairs in un articolo ("The rise of China's reformers") il cambiamento è alle porte. I dirigenti cinesi sono a un bivio: devono fare le riforme per eliminare le cause del malcontento sociale che provoca centomila proteste all'anno, ma devono stare attenti a non riformare troppo per evitare nuove proteste.

La Cina non vuole fare la fine del Giappone, che è cresciuto per oltre venti anni e poi è entrato in una fase di stagnazione. Lo scenario non dovrebbe ripetersi: il Giappone era un Paese ad alto reddito, mentre il reddito pro capite cinese è solo il 20% di quello statunitense. La trappola, semmai, è quella del paese a reddito medio, che il Paese potrebbe comunque evitare se attuasse le riforme già tracciate nel rapporto China 2030 della Banca Mondiale  che ha trovato l'appoggio degli ambienti vicini al Partito. Secondo Zhang Jun, la Cina potrebbe sfuggire alle trappole insite nello sviluppo con il rinnovamento istituzionale, di cui sarebbe capace, sostiene. L'ostacolo maggiore viene da quelle lobby che bloccano lo sviluppo e incidono sulla classe politica. Ma c'è anche un altro fattore, storico, a rendere possibile una riforma del sistema verso un modello economico più in linea con i bisogni e le richieste dei cittadini: la sua genesi risale agli anni Novanta, quando l'amministrazione Jiang Zemin-Zhu Rongji aveva dato alla Cina gli anni di maggiore crescita economica. Quel periodo ha dimostrato che per fare le riforme in patria occorrono tre condizioni: "una crisi di credibilità all'interno; una crisi finanziaria esterna, e una leadership abbastanza saggia da riconoscere la necessità del cambiamento". Tutte caratteristiche (ahinoi, per la seconda di queste) già presenti oggi, che potrebbero sciogliere l'enigma e trovare il giusto equilibrio tra le scelte individuali e i grandi numeri dell'economia. E anche se il prodotto interno lordo della Cina dovesse calare, la Cina dei prossimi anni potrà permetterselo.

e noi sardi sul Turismo cosa possiamo fare per esaudire questo sogno ?


Immigrazione: il nuovo 
sogno dei milionari cinesi 

di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella

Roma, 19 apr.- Il "sogno" dei cinesi? Emigrare in un Paese che offra un'ottima istruzione, standard di qualità di vita elevati e un ambiente più sano. Nazioni come gli Stati Uniti, certo, ma magari anche il Portogallo o i Caraibi. Questo il nuovo desiderio dei più ricchi, dei paperoni cinesi.  Hongxiang Huang, giornalista freelance e studente della Columbia University non ha dubbi e la prova è tutta nei numeri contenuti nel rapporto sull'immigrazione 2012 stilato dal Center for China & Globalization secondo è in atto un vero proprio flusso migratorio costituito da cinesi ben istruiti e dal portafoglio gonfio.

Scorrendo le pagine del China International Immigration Report viene fuori che il 27 % dei cinesi con asset superiori ai 100 milioni di yuan (circa 10 miliardi di euro) ha già lasciato il Paese, mentre il 47% sta pensando di farlo. Tra coloro il cui patrimonio supera i 10 milioni di yuan, circa il 60% ha fatto richiesta per il visto americano EB-5, che prevede il rilascio di una green card sulla base di un investimento del valore minimo di 500mila dollari e capace di generare dieci posti di lavoro all'interno di un 'Regional Center', cioè un'area ritenuta idonea ad ospitare investimenti da parte del U.S Citizenship and Immigration Services (USCIS) . L'iniziativa fu lanciata per la prima volta nel 1990 ed era rivolta principalmente ad attirare i cittadini ricchi di Hong Kong che volevano emigrare all'estero in vista del ritorno della colonia inglese alla madrepatria nel 1997.

Gli Stati Uniti si confermano, insomma, tra le prime destinazioni degli immigrati cinesi insieme al Canada e all'Australia. Con tutte le difficoltà del caso. Se ottenere l'EB-5 sembra un'impresa, traslocare in Australia e in Canada si rivela forse ancora più difficile: l'investimento richiesto agli stranieri per avere diritto a richiedere la cittadinanza australiana è 5,2 milioni di dollari, mentre il programma d'immigrazione canadese da 800mila dollari in prestiti a 5 anni a zero interessi è sospeso da un anno.

E spuntano fuori nuove mete come il Portogallo, Cipro e l'arcipelago caraibico di Saint Kitts e Nevis, con politiche che incontrano il gusto dei ricchi cinesi. Lisbona chiede sì un investimento da 650mila dollari, ma offre in cambio il visto di residenza immediato, una permanenza di 7 giorni l'anno per conservare il permesso di soggiorno e nessun esame di lingua per ottenere la cittadinanza. Più economiche Cipro, con 391mila dollari circa, e le Saint Kitts e Nevis che offrono la cittadinanza immediata a chi investe 400mila dollari. Ma più di tutto ai cinesi fa gola il loro mattone: "programmi come questi , che coinvolgono il real estate, attraggono di più i cinesi", dichiara Larry Wang della società di consulenza per l'immigrazione Well Trend.

Affari sì, ma non solo. Assicurare ai figli - o meglio del figlio (unico) – un ottimo futuro  appare uno delle principali ragioni che spingono i milionari cinesi a lasciare il Paese. Sull'istruzione e sulle potenziali opportunità di lavoro i cinesi impostano la loro vita e quella dei propri pargoli sin dalla loro infanzia. Studiare per accedere alle scuole migliori, che permetteranno l'ingresso nelle principali università del Paese, le quali, a loro volta, spianeranno la strada verso una vita di successi e ricchezze. Questo principio scandisce le giornate e regola le ore di studio (tanto) e di svago (poco) di ogni ragazzo.

Quale migliore garanzia di una laurea ad Harvard, alla Columbia o al MIT, devono aver pensato i paperoni del Gigante asiatico. "Se non avessi avuto delle figlie forse non sarei qui" dichiara a  Huang la signora Huang che ha investito oltre un milione di dollari in una società di commercio internazionale ottenendo così l'EB-5.
Lisa Zhou confida in un futuro roseo. Studia ingegneria elettrica alla Columbia e con una laura simile e una green card, sostiene, è facile trovare lavoro. Un suo collega, Alex Lu, apprezza, invece, il rispetto della proprietà intellettuale. "E' meno stressante lavorare qui: non devi preoccuparti che il tuo professore o la scuola si impossessino dei risultati delle tue ricerche" spiega a Huang.

E c'è chi invece trova il clima cinese irrespirabile. Letteralmente. "La mia città natale si trova vicino al lago Taihu (vicino Suzhou) che per tutta l'estate emana dei pessimi odori" spiega Angela Zhang, ex studentessa della Columbia che ora vive per metà dell'anno in Cina e metà a New York. "Ogni volta che arrivo a Pechino mi sento sopraffatta dallo smog. Siamo preoccupati per il cibo e per l'aria, tanto che diverse famiglie hanno chiesto ai parenti che vivono nelle campagne di aiutarli allevando maiali". Quello dell'inquinamento ambientale, d'altronde, è diventato uno dei principali grattacapi del governo cinese che ha iniziato a pagare il prezzo di un'ascesa senza precedenti in termini di perdite umane ed economiche – acque non potabili, emergenze sanitarie, morie di animali, raccolti rovinati, ecc -.

Secondo quanto reso noto da Bloomberg, il governo ha fatto sapere che entro due anni completerà la bozza di legge sui cambiamenti climatici. I milionari, il cui potere d'acquisto è una delle più grandi risorse del Paese, non sembrano disposti ad aspettare. I polmoni del Dragone appaiono sempre più affaticati.