giovedì 7 novembre 2013

Tre proposte (e un appello) per una nuova Europa delle Nazioni
05 - 11 - 2013 Paolo Savona e Francesco Sisci

1. Fino a questo momento la crisi europea è stata considerata solo una crisi economica: conti pubblici dissestati prima in Grecia e poi in Spagna, con l’aggiunta di un po’ di pepe portoghese e di birra irlandese e per finire forse di spaghetti italiani.
Tuttavia, la crisi è piuttosto di ideali e si origina dalla mancata considerazione che non ha più senso per le nazioni europee, ciascuna di cinquanta-sessanta milioni di persone o meno, dover trattare con paesi molto più grandi.

Il mondo è sempre stato diviso in regioni isolate. Nonostante i tentativi di conquista universale e di unificazione globale di Alessandro, dei Romani, degli Arabi, di Gengis Khan o dei Turchi, questi grandi imperi hanno sempre finito per frantumarsi.

A partire dal 15° secolo spagnoli e portoghesi hanno saputo realizzare, per la prima volta, un’unificazione globale basata sulla moneta piuttosto che sulle armi. Gli inglesi hanno consolidato ed esteso questa forma di conquista e oggi l’America prosegue su questa via, inducendo la Cina e gli altri paesi emergenti a seguirla.

L’Europa ha dato i natali a una cultura raffinata e, con la Rivoluzione industriale, è divenuta il centro del mondo, il termine di paragone del progresso e il focolaio di nuove idee e nuove visioni del mondo, come quelle di “modernità” e di “nazione” che ancora influenzano il modo in cui il mondo vede se stesso.

Per decenni, se non per secoli, i contrasti sono divenuti riverberi più o meno distanti dei conflitti in Europa, come nel caso della Prima e della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 e all’esplosione delle attività globalizzate in Asia, seguita dall’America Latina e dall’Africa a partire dagli anni ’90, l’Europa era semplicemente “il mondo”. Ora tutto questo è superato.

Nonostante l’afflato di un’Europa unita, si è rinnovato il senso di un’Europa di nazioni, ciascuna con il nazionalismo suo proprio, che ha dato agli Stati europei e poi agli altri Paesi una percezione nuova e rafforzata della propria identità. Il senso di identità delle singole nazioni europee è verosimile che venga diluito da forze globali vicine e lontane. Molte forze si stanno muovendo in questa direzione. L’India e la Cina fanno sembrare piccola l’Europa. La Russia, che è al contempo Europa e non Europa, sta gettando la sua ombra su tutti i confini europei più o meno vicini. L’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente attenua e indebolisce l’identità europea, con persone che vivono in Europa ma che ancora spesso si considerano africane o asiatiche e sono ritenute tali dalle autorità nazionali europee.

L’Europa è ancora forte sul piano industriale, in effetti molto forte, ma di fatto lo è solo se unita. Divisa cesserebbe semplicemente di essere un soggetto politico rilevante a livello globale.
L’Europa deve rinascere e, rivolgendosi a se stessa e al mondo, europeizzare i Paesi membri e gli immigrati, anche prima di prendere in considerazione i numeri. L’Europa deve avere una politica unitaria nei confronti del mondo.

È assurdo chiedere agli Stati Uniti di intervenire in Libia e ora in Siria, l’Europa deve essere in grado di muoversi in quelle aree per proprio conto. Questi interventi devono essere attuati in accordo e sintonia con l’America, ma l’Europa deve essere capace di appoggiare l’America e non solo di chiederne l’aiuto in ogni occasione.

È anche assurdo che l’Europa non abbia un’idea e una posizione chiara su quello che sta accadendo in Cina, nelle isole Senkaku o nel mar cinese meridionale; ciò dovrebbe essere al centro dei suoi problemi di sicurezza nel medio e lungo periodo, in quanto rilevante per lo sviluppo della zona economicamente più vivace del mondo.

Solo dopo aver preso in considerazione queste problematiche, gli europei devono fare quadrato sui numeri della loro economia. Tutto ciò a partire dalla leadership, ma anche dalla gente comune, che deve ricostruire il senso civico di una nuova élite e una nuova identità attraverso un nuovo processo di educazione. Si dovrebbe iniziare da una nuova idea di Europa, come nazione nuova e vecchia, e da un nuovo sistema di Scuola Europea.

2. La strada di regole non costose verso un’Europa unita ha perso slancio e ogni tentativo a breve termine di applicare i requisiti che i Paesi più forti impongono ai più deboli è destinato a implodere.

Le misure, intraprese da alcuni governi, per bloccare le iniziative della Banca Centrale Europea volte ad assumersi la responsabilità dell’intera crisi bancaria europea potrebbero essere seguite da altri. Ciò potrebbe portare a nuove forme di vincoli nazionali tra Stati membri, aumentando la tendenza ad allontanare l’unificazione politica e sociale dell’Europa.

Tutto quel che rimane è la cultura, la consapevolezza della necessità di superare le vecchie nazioni-stato, e la convenienza. Finora questo sforzo di superare le vecchie nazioni-stato europee ha, nei fatti, portato a progressi significativi in termini di unificazione dei mercati nazionali e di molte valute europee nell’euro. Tutto ciò dovrebbe condurre all’unificazione politica dell’educazione, delle relazioni internazionali, della difesa e di ogni altro aspetto di cittadinanza, inclusa la rete di protezione sociale.

Le risorse per la stabilità fiscale e finanziaria dovranno allora raggiungere una dimensione adeguata agli obiettivi europei e perdere quegli strumenti che contrappongono un paese all’altro.
L’Europa potrà apportare alle sfide globali il peso della sua unità di intenti, smettendo di stare ai margini di una grande corrente demografica ed economica.

La creazione di una Scuola Europea Comune e di tre Consigli Europei per la politica estera, la difesa e il welfare potrebbero essere i passi più importanti e immediati. Si dovrebbe studiare e realizzare velocemente un nuovo sistema scolastico, per avere un nuovo senso di cittadinanza europea con una cultura comune per l’Europa che tutti si aspettano di avere.

Attraverso un futuro Parlamento o una nuova Commissione Europea, possiamo impegnare risorse culturali per la riunificazione, a differenza della vecchia struttura in primo luogo economica. Ciò rafforzerebbe la tendenza verso un’Europa unita e agevolerebbe la costituzione dei tre Consigli ai quali dovrà essere deputata l’elaborazione, in tempi rapidi, della proposta di un piano per l’unificazione delle autorità corrispondenti nella governance statale e l’analisi costi-benefici della sua realizzazione.

Il timore è che, se l’argomento non sarà trattato in questo modo, l’Europa si troverà per anni impantanata in discussioni futili sui numeri, tali da poter condurre alla fine al fallimento dell’euro e causare una tempesta finanziaria dalle conseguenze insondabili.
Dunque, una nuova strada per l’Europa è una necessità per noi, nuovi e vecchi europei, e per il mondo.

Se condividete questa analisi e la relativa proposta sottoscrivete questo Appello.

Paolo Savona e Francesco Sisci

Saccomanni stretto tra politica e numeri, dovrà riscrivere la legge di stabilità
Una nuova manovrina per non sfondare il tetto del 3%. Il governo pronto ad anticipare alcune entrate, sottraendole però al prossimo anno
di FEDERICO FUBINI
ROMA - Ad alcuni degli investitori che ha visto a Londra nei giorni scorsi, Fabrizio Saccomanni ha dato l'impressione di sempre. Un uomo calmo in qualunque situazione.

Si mostrava tranquillo poco più di un anno fa, da direttore generale della Banca d'Italia, quando lo spread fra i Bund tedeschi e i Btp superava quota 450 e i suoi interlocutori della City credevano che l'euro stesse andando in frantumi. Non c'è ragione per cui non dovrebbe esserlo ora, da ministro dell'Economia, con lo spread sotto quota 250. Che il suo governo stia per varare quella che di fatto diventerà la seconda manovra correttiva in due mesi, non è ragione sufficiente perché Saccomanni riveli agli altri la frustrazione che a volte deve provare. Il fatto che abbia la fiducia di Giorgio Napolitano e un solido rapporto di stima con Mario Draghi, con cui ha lavorato a lungo in Banca d'Italia, non rende il ministro automaticamente più ascoltato nel mondo della politica.

Non c'è dubbio che Saccomanni avesse visto arrivare da tempo gli eventi che si metteranno in moto nelle prossime due settimane. Era chiaro da maggio scorso che cancellare l'Imu sulla prima casa, una tassa da 4,4 miliardi, avrebbe spinto il deficit oltre il 3% del Pil. Si è riusciti ad attutire l'impatto della revoca della prima rata, ma il colpo di spugna sui 2,4 miliardi della seconda si è rivelato impossibile da assorbire. Adesso, a poco più di un mese dal giorno in cui in teoria i proprietari di immobili dovrebbero pagare l'imposta,

Saccomanni e l'intero governo sono di fronte a un dilemma senza soluzioni facili. Se anche la seconda rata viene abolita, le conseguenze sono prevedibili: il disavanzo supera il 3%, l'Italia torna in procedura per deficit eccessivo a Bruxelles, dunque perde spazio per fare tre miliardi di investimenti non coperti a bilancio sul 2014 e l'infrastruttura dell'intera legge di Stabilità appena varata salta. Se invece la seconda rata dell'Imu non venisse abolita, per i politici del Pdl (e del Pd) che lo avevano promesso l'affronto sarebbe intollerabile. Saccomanni cammina fra due proposizioni impossibili.

L'unico modo di uscirne è raccogliere in qualche altro modo gli oltre due miliardi che vengono meno rinunciando alla seconda rata dell'Imu. Anche però qui il ventaglio delle ipotesi diventa sempre più ristretto. Poiché l'anno ormai volge al termine, né un taglio alla spesa corrente né un inasprimento fiscale (per esempio, sulle accise) può generare risorse sufficienti a colmare il buco di bilancio entro il 2013. Non resta dunque che imporre agli italiani degli acconti fiscali, ossia degli anticipi a dicembre di alcune tasse che sarebbero state dovute nel 2014.

I tecnici del ministero dell'Economia sono al lavoro per capire su quali imposte si possono concentrare questi acconti. Sembra escluso che possano riguardare il fisco sugli immobili, perché il tutto avrebbe l'aria di una beffa incomprensibile. È molto probabile dunque che l'anticipo sulle tasse riguardi le imposte sui redditi delle persone o imposte su certe categorie di imprese. Qualcuno, quanto a questo, ha già cominciato a guardare alle banche.

Saccomanni sembra determinato a procedere in base allo stesso metodo che ha portato a sostituire l'Imu con la service tax sugli immobili: il Tesoro presenterà una lista di ipotesi e dovrà poi essere la politica a prendersi la responsabilità di decidere quali contribuenti colpire. Di certo tutto dovrà avvenire rapidamente, fra una o due settimane al massimo. Una manovra correttiva del genere, dopo quella del 9 ottobre, avrà infatti un ulteriore effetto collaterale: poiché anticipa certe entrate a quest'anno, sottraendole però al prossimo, di nuovo rimette in questione l'impianto della Legge di stabilità sul 2014. Ma entro questo mese la Commissione Ue e l'Eurogruppo dei ministri finanziari devono dare un parere vincolante sul bilancio italiano del prossimo anno, dunque i tempi per rivedere le misure e rimandare il pacchetto a Bruxelles sono ormai strettissimi.

Non era così che doveva andare. Quando il 28 agosto annunciò l'"abolizione" dell'Imu (poi mai davvero formalizzata per la seconda rata), il premier Enrico Letta disse che le coperture sarebbero arrivare in ottobre "senza aumenti di tasse". Il vicepremier Angelino Alfano aggiunse che la tassa è stata "tolta nel modo giusto, senza sostituirla con altre". Difficile capire come questa serie di annunci a vuoto, incertezze, incoerenze e navigazione a vista sulle imposte da pagare produca fiducia fra gli italiani e una ripresa economica. Su questo sì che Saccomanni, prima o poi, potrebbe perdere la calma.
(07 novembre 2013)

martedì 5 novembre 2013

Ocse, gli italiani un popolo di infelici
Gli Italiani non sono granché soddisfatti della loro qualità di vita, hanno risultati inferiori alla media per scuola e lavoro, ma vivono più a lungo dei vicini europei e del resto dell’occidente. È il quadro tracciato da un rapporto Ocse sul benessere reale e percepito, presentato oggi in una versione aggiornata.

I nostro Paese è ventinovesimo su 34 Paesi Ocse per quanto riguarda la soddisfazione media per la propria vita, con un punteggio di 5,8 su 10, in una classifica guidata da Cile, unico a sfiorare gli 8 punti, Norvegia, Islanda e Svezia.

Sul fronte dell’educazione, l’Italia è in fondo a quasi tutte le classifiche: quintultima per livello di istruzione della popolazione, subito dietro alla Grecia e davanti a Spagna, Messico, Portogallo e Turchia, 27/a su 34 per competenze cognitive dei quindicenni (misurate con i test Pisa di lettura, matematica e scienze) e addirittura ultima per competenze della popolazione adulta.

Notizie poco incoraggianti arrivano anche in materia di lavoro. L’Italia è quartultima tra i Paesi Ocse per tasso di occupazione (inteso come la percentuale di persone tra i 15 e i 64 anni che hanno un lavoro), con il 56,95%, e ottava per tasso di disoccupazione di lunga durata, con il 4,36%.C’è però una graduatoria in cui il nostro Paese continua a guadagnare posizioni: è quella dell’aspettativa di vita, in cui l’Italia è seconda con 82 anni, dietro al solo Cile.
Un rullo per ricaricare le auto elettriche, invenzione di due bidelli sassaresi
Adesso serve un’azienda che ci creda e scommetta sull’ invenzione. Ma il progetto è fatto e porta la firma di Graziano Simula e Antonio Bolognesi, 56 anni entrambi, tutti e due di Sassari, sono amici e colleghi. Hanno creato un rullo che, sfruttando l’energia cinetica, permette alle auto elettriche di avere un’autonomia tra i 500 e i 700 chilometri, contro i 120 attuali.

E’ la passione per le energie alternative a muovere i due bidelli verso le scoperte “verdi”: i due amici non hanno fatto altro che estendere alle auto elettriche un prototipo che avevano inventato nel 2009 e per il quale a dicembre del 2012 hanno ottenuto il riconoscimento del brevetto, racconta L’Unione Sarda oggi in edicola. Nel caso del rullo sistemato sotto l’asfalto, come nel progetto più “vecchio”, l’energia a zero emissioni verrebbe ricavata dal passaggio di vetture e camion. Nel caso delle auto elettriche, il rullo funzionerebbe come batteria, per cui più si cammina, più la macchina si ricarica. Simula e Bolognesi lavorano nell’istituto comprensivo di Monte Rosello Alto.
Articolo pubblicato il 4 novembre 2013 Adnkronos
Breaking News 24 04/11/2013 - 14:54
NOTIZIARIO ASIA
###Cina: Pechino alla ricerca di una fisionomia internazionale - TACCUINO DA SHANGHAI
Radiocor - Milano, 04 nov - Nella globalizzazione le citta' possono diventare una delle leve dell'economia. La loro configurazione, il tessuto che le compone, sono strumenti di crescita, non solo peculiarita' sociali. La capacita' di stimolare talenti, di far circolare idee, di attirare capitali e tecnologia sono componenti essenziali alla qualificazione urbana. Una citta' dinamica, attraente, efficiente e internazionale e' uno stimolo alla crescita; basti pensare al ruolo di Londra per i servizi, pur in un paese che ha perso da anni la specializzazione manifatturiera. Per questo aspetto, Pechino ha un ruolo impreciso, un presente contraddittorio, un futuro incerto. La sua centralita' nella Cina e' indiscutibile. Da millenni ormai ne e' il centro politico e culturale. Nella civilta' cinese e' il perno imprescindibile dell'intero paese. Sarebbe tuttavia riduttivo confinarla in un contesto solo amministrativo e intellettuale. La sua dimensione industriale e' grande, la concentrazione di fabbriche e' imponente. Shanghai e' probabilmente la capitale imprenditoriale della Cina, Guangzhou quella manifatturiera, ma Pechino non puo' certamente essere assimilata a Washington, Canberra od Ottawa. Le sue Universita' sono le migliori del paese, anche se i corsi sono ancora quasi esclusivamente in cinese. Piu' della meta' delle 500 multinazionali dell'elenco di Global Fortune ha investito in uffici o impianti nella capitale. Molte di esse vi hanno trasferito il proprio headquarter. La rete infrastrutturale ha avuto un'accelerazione impressionante, anche a causa delle Olimpiadi del 2008. All'inizio del millennio Pechino aveva 2 linee metropolitane che si sviluppavano per 55 km. Oggi le linee sono 16 e la distanza coperta e' arrivata a 456 km, il piu' esteso reticolo sotterraneo al mondo. Il suo aeroporto internazionale e' ora il secondo al per traffico passeggeri, mentre una dozzina di anni fa non era tra i primi 30. Le comunicazioni urbane sono in incessante costruzione, per facilitare il trasporto dei cittadini. La capitale e' la citta' piu' popolosa della Cina con piu' di 20 milioni di abitanti. Colpisce la velocita' dell'esplosione demografica. Nell'ultimo decennio gli abitanti sono cresciuti del 42%, rispetto all'analoga percentuale del 6% dell'intera Cina. Ancora piu sorprendente e' la composizione della popolazione: ormai piu' di un terzo e' immigrato dalle campagne. Si tratta dell'aspetto piu' eclatante dell'urbanizzazione del paese. Proprio in questi anni recenti e' avvenuto un sorpasso epocale: per la prima volta nella storia della Cina la popolazione delle citta' ha superato quella delle campagne. Pechino ha dunque sulla carta tutti i requisiti politici, economici e culturali per diventare una citta' globale, equilibrata tra crescita, importanza e prestigio. I passi in questa direzione sono stati importanti; tuttavia alcuni nodi non sono stati sciolti. La citta' non ha assunto ancora la fisionomia internazionale che il suo ruolo richiede. L'inglese e' certamente piu' diffuso, ma ancora decisamente poco utilizzato. In via generale, le aziende straniere lamentano nuove restrizioni che hanno rimpiazzato in senso opposto la disponibilita' ad accoglierle dei decenni precedenti. I centri di ricerca crescono ma non riescono ad attirare gli scienziati in maniera stabile e continuativa. La vivibilita' ha avuto un forte arretramento con il traffico e l'inquinamento che ha raggiunto livelli oramai insopportabili, tali da costringere numero famiglie di stranieri a rientrare nel loro paese. Per Pechino non si tratta soltanto di rispettare gli standard riconosciuti a livello internazionale, ma di capitalizzare sugli innegabili successi che ha finora registrato. Cio' comporta riconsiderare un modello di sviluppo imperniato sulla produzione, su una crescita simbolizzata da acciaio, cemento, e ciminiere. La capitale e' chiamata a un ruolo per lei finora sconosciuto: migliorare gli aspetti intangibili, scoprendo - seppure in ritardo - che esiste un valore economico anche nella qualita' della vita.

* Presidente di Osservatorio Asia
I guasti dell'economia globale nell'ultimo libro di Federico Rampini. Le cure escogitate per contrastare la grande recessione hanno provocato distorsioni e ingiustizie. La sindrome del "Too Big to Fail" è diventata il ricatto di Wall Street nei confronti dell'intera nazione americana

di FEDERICO FUBINI
Quando è arrivato Hibernia Atlantic, era da oltre dieci anni che non si osava prendere un'iniziativa del genere. Da quando la bolla della new economy era scoppiata al giro di boa del millennio, nessuno aveva più posato un cavo a fibre ottiche sul fondo dell'Atlantico. Poi nel 2011 è stato fatto, qualcuno ha depositato "ventimila leghe sotto i mari" Hibernia Atlantic: ma non era un cavo come gli altri, quelli percorribili da centinaia di milioni di persone che hanno qualcosa da comunicare da una sponda all'altra dell'oceano. No, quella era un'infrastruttura per pochi: per gli operatori del cosiddetto "high frequency trading", gli scambi "ad alta frequenza" che puntano a registrare guadagni sul mercato azionario o sui cambi grazie alla rapidità delle operazioni misurata in millisecondi. Sono operazioni dietro le quali non c'è alcun calcolo razionale sulla qualità di una certa azienda, sui tassi d'interesse o la forza di un'economia o sul modo migliore di allocare il capitale in modo che sia più produttivo, crei più posti di lavoro, porti crescita per tutti. La sola cosa che conta è la velocità, a costo di perdere il controllo e destabilizzare l'intero listino principale di Wall Street come accadde per il 6 maggio 2010. E Hibernia Atlantic è un cavo che può far guadagnare "ben cinque millisecondi", scrive Federico Rampini senza riuscire a trattenere il sarcasmo.

Corrispondente di Repubblica a New York, Rampini nel suo ultimo libro (Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale, Mondadori) racconta una gran quantità di storie come questa. Lo fa per guidarci fra i paradossi dell'Occidente sei anni dopo il giorno in cui qualcosa di spezzò per sempre con il fallimento di Lehman Brothers. "Se rinasco, in un'altra vita vorrei insegnare l'economia ai bambini - confessa l'autore - Perché crescano armati degli utensili giusti, perché nessuno li possa ingannare con il linguaggio dei tecnocrati". E forse Banchieri non è un libro scritto nell'idea di farlo distribuire nelle scuole elementari o medie, ma fin dalle prime pagine si avverte il tentativo di parlare ai non addetti ai lavori. Il messaggio di fondo del libro, nello stile prima ancora che nei contenuti, è che non devono essere sempre e solo gli esperti a poter parlare con cognizione di causa delle assurdità del sistema finanziario globale. Tutti devono poter capire.

A sei anni dall'esplodere della crisi ("la Grande Contrazione"), Rampini non fa che trovare conferme di quella che per lui è la natura parassitaria delle banche. Ovunque getti lo sguardo, in Italia come negli Stati Uniti. A New York, nota come i banchieri di Wall Street siano diventati più arroganti e i loro istituti più esposti a rischi scriteriati dopo che la Federal Reserve e il governo americano sono intervenuti per salvarli. La sindrome del Too Big to Fail, "troppo grande per fallire" (o meglio: perché si possa lasciar fallire) è diventato la realtà finanziaria delle mega-banche salvate nel 2008-2009 e implicito ricatto di Wall Street nei confronti di una nazione intera. Il bilancio di Lehman era di 637 miliardi di dollari quando la banca saltò. Quello di Jp Morgan oggi è di 2.300 miliardi, cresciuto a dismisura proprio perché i manager dell'istituto sanno che il governo americano dovrà comunque aiutarli in caso di difficoltà, pena un'altra detonazione nucleare ancora peggiore.

Neanche l'Italia sfugge alla critica. "Nel corso del 2012 le banche hanno tagliato alle imprese italiane 44 miliardi di euro di finanziamenti", constata Rampini. Quelle stesse case finanziarie, spesso dai nomi blasonati, hanno assorbito in silenzio la loro parte dei 500 miliardi netti - o mille miliardi lordi - di prestiti straordinari della Bce. "I banchieri si sono incamerati gli aiuti di Draghi - accusa l'autore - ma non hanno restituito nulla al paese. Hanno negato agli imprenditori veri le risorse indispensabili per produrre, esportare, assumere".

Non c'è però solo l'indignazione, nel discorso di Banchieri. C'è anche una buona dose di (amara) riflessione, per esempio sul ruolo sempre più scomodo che hanno dovuto assumere le banche centrali nelle società occidentali. Quando hanno sospeso tutte le cautele e si sono messe a stampare denaro, la Federal Reserve americana o la Bank of Japan hanno sì salvato il mondo avanzato da una spirale depressiva simile a quella degli anni '30. Ma lo hanno fatto dopo aver mancato di vedere che si sarebbe arrivati a un punto di rottura e producendo nuove distorsioni e vantaggi per i più ricchi in seguito. La creazione di liquidità tiene a galla l'economia, ma lo fa premiando chi può investire di più nei mercati finanziari. Draghi alla Bce o Ben Bernanke alla Fed hanno assunto un ruolo che Rampini definisce di "onnipotenti". Ma proprio l'aver bisogno di eroi del genere dà la misura della nostra fragilità. "Il culto della personalità - dice l'autore a questo proposito - può raggiungere talvolta delle vette imbarazzanti".

La terza vena che attraversa il libro, forse la più sentita, è quella personale. Più che un saggio, Banchieri è il diario di una vita vissuta attraverso la crisi. La moglie Stefania che abbandona la professione di trader a San Francisco a passa a contratti a tempo, anno dopo anno, a New York. Il fastidio all'apprendere che Kathy, l'insegnate di yoga kundalini, dia lezioni speciali per i banchieri di Goldman Sachs. Il frastuono di New York che ti insegue fino al 31 esimo piano, da cui si riesce a fuggire solo nei concerti di Bach in una chiesetta evangelica luterana vicino a Central Park. Anche questo forse è downshifting, scalare alla marcia più bassa, o downsizing, ridimensionare il tenore di vita: espressioni passate di colpo dal gergo dei grandi gruppi industriali a quello delle famiglie. E se qualcuno alla fine chiedesse dov'è la pars construens, la via d'uscita, la risposta è pronta: "Insegnate l'economia ai bambini".
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sabato 2 novembre 2013

La banca che divora i suoi capi
Perché il caos alla Popolare di Milano va fermato
Corriere della sera/Economia
Di SALVATORE BRAGANTINI
C’è una banca nel cuore del Nord produttivo che divora il capo ogni tre anni: è la Banca Popolare di Milano (Bpm). Il suo problema sta negli assetti di governo, dato che nelle assemblee delle popolari si vota per testa; il funzionamento del sistema è delicato, soggetto a facili abusi, perché dà ad ogni socio - che abbia investito 100 euro o 50 milioni - un solo voto. Esso richiederebbe equilibrio, buon senso e una visione di lungo termine degli interessi, nonché ferrea disciplina sui costi e sui sistemi di governo. Dove il rispetto delle regole non abbonda, e la forma di organizzazione spontanea è la consorteria, il rischio è la formazione di sempre nocivi blocchi di potere dominanti; quando si formano, essi prendono la forma di due scogli in grado di affondare la banca: Scilla è il dominio dei dipendenti organizzati, propensi a vedere la banca più come una cooperativa di lavoro (se non di consumo) che di credito, ma molto pericolosa è anche Cariddi. Se nella prima la testuggine dei dipendenti pensa più che altro alle promozioni del personale, nella seconda i maggiorenti locali vogliono gestire il credito in funzione degli interessi propri.

I sistemi non sono in sé né buoni né cattivi, dipende dalle persone che li gestiscono. Il voto capitario non comporta di per sé la formazione di blocchi difficilmente superabili, ma ciò avviene, di solito per imbalsamare assetti di governo superati; la bizzarra eccezione è Bpm, dove esso disarciona chi ha appena messo in sella.
Il campione indiscusso del rodeo è, storicamente, l’Associazione degli Amici della Bpm; nonostante questa sia stata sciolta e sanzionata dai regolatori, i dipendenti in Bpm fanno ancora il bello e soprattutto il cattivo tempo. Al lungo menù di presidenti cannibalizzati dalla tribù degli Amici della Bpm, s’è ora aggiunto un boccone prelibato, il consigliere delegato Piero Luigi Montani. Questi s’è dimesso per passare a Banca Carige, motivando la cosa con la «giusta causa»; egli la riscontra nei conflitti fra gli organi di governo di Bpm, il Consiglio di Sorveglianza (CdS) e quello di Gestione (CdG), nonché con i contrasti al suo lavoro da parte dei rappresentanti dei dipendenti in CdS.
È necessario un flashback : esasperata dalla gestione di Bpm da parte del non memorabile presidente Massimo Ponzellini, la Banca d’Italia impose un forte aumento di capitale e individuò nel sistema duale, con la divisione dei poteri che dovrebbe distinguerlo, fra chi sorveglia (CdS) e chi gestisce (CdG), l’antidoto al veleno che corrode Bpm.

Il duale funziona se attuato in coerenza con i suoi presupposti, il che da noi non è avvenuto; i difetti della sua versione nostrana (che esclude dal CdG il team di gestione, e non limita i compiti del CdS alla sorveglianza), uniti all’assuefazione della banca al veleno, perpetuano il male. Montani pare aver risanato la gestione, ma sono finora falliti i tentativi del nuovo azionista «forte» entrato con l’aumento di capitale (il fondo di private equity Investindustrial guidato da Andrea Bonomi) di mutare il governo della banca. Non è infatti passata la proposta di questo per trasformare Bpm in SpA sfuggendo all’incantesimo del voto capitario, e arranca quella di una forma ibrida fra popolare e SpA. Montani ne prende atto e lascia, ma il problema di governo della Bpm resta. Lo testimonia il comunicato emesso da Bpm su richiesta della Consob; più che spiegare l’accaduto, esso sparge nebbia al bromuro, quasi ripetendo in sedicesimo il comunicato del 25 luglio, quello per cui «la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco».

Bpm è un microcosmo dei nostri mali: il prevalere delle consorterie, l’incapacità (delle popolari, nella fattispecie) di produrre anticorpi espellendo chi nuoce al sistema, il provincialismo passatista insensibile al mutare del tempo, che rende superate forme organizzative magari ragionevoli in un mondo radicalmente diverso. È assurdo che una banca come Bpm, radicata nella zona più ricca del Paese, sia in questo stato. La soluzione dei suoi mali potrebbe stare in una fusione con altra banca, a lei complementare, ma la barricata dei dipendenti boccerà qualsiasi operazione atta a demolirla.
Per questo è da presumere che la Banca d’Italia, molto preoccupata, non starà a guardare. Essa potrebbe anche assumere provvedimenti radicali, per fermare una deriva pericolosa: l’incancrenirsi della vicenda Bpm è un grave segnale d’allarme, evidenzia una mutazione genetica in grado di mettere a rischio, dandone una rappresentazione assai negativa, tutto il sistema cooperativo del credito che pure ha dato molto all’Italia nel Novecento. Incidere sulla carne di un malato può salvare il corpo. Bpm è emblematica del bisogno di radicale rinnovamento di un Paese che pare stanco e seduto, ma ha in sé tutto quanto serve a ritrovare l’antico slancio. Deve solo alzarsi e liberarsi delle incrostazioni di un passato che, da solo, non passerà mai.

02 novembre 2013
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