NOTIZIARIO ASIA 24/10/2013 - 08:29
Cina: accelera la produzione manifatturiera a ottobre (Hsbc)
Radiocor - Roma, 24 ott - L'industria manifatturiera cinese ha mostrato segni positivi a ottobre, i piu' robusti da sette mesi, cosi' come i nuovi ordinativi e ordini all'export. L'occupazione e' scesa, ma non cosi' rapidamente come nel mese precedente. L'indice Hsbc China Manufacturing Purchasing Managers preliminare e' salito al 50,9 in ottobre rispetto al 50,2 di settembre.
giovedì 24 ottobre 2013
C’era una volta il box auto: prezzi e affitti in picchiata
Crisi dell’auto e costi eccessivi della gestione paralizzano il mercato e fanno crollare i valori
Box auto ma quanto mi costi? In un Paese dove l’automobile ha sempre rappresentato una delle certezze irrinunciabili del cosiddetto cittadino medio, la domanda appare tutt’altro che banale. Soprattutto se si pensa, stando al meno ai dati forniti da Immobiliare.it (www.immobiliare.it), che in tutte le città d’Italia l’offerta dei box è cresciuta in questi anni con percentuali fino al 6% per la vendita e al 9% per gli affitti. Di conseguenza è calata la domanda, facendo abbassare i prezzi fino al 5% per la vendita e fino al 12% per la locazione.
«Complice la crisi economica: non solo molti italiani hanno rinunciato alla propria auto, ma anche i veicoli circolanti sono mediamente più vecchi che in passato – dichiarano a Immobiliare.it – e raramente ha senso custodirli in un box privato. Gli effetti di questo ragionamento sono ormai visibili nelle dinamiche del mercato, soprattutto nei grandi centri urbani».
Sono molti i fattori che hanno portato i prezzi di compravendita del mercato dei box a diminuire in maniera così netta. Oltre alla crisi economica di cui si è detto, va considerato che le nuove costruzioni prevedono obbligatoriamente un garage per ciascuna unità abitativa e che nei centri urbani, sempre più spesso caratterizzati da Zone a Traffico Limitato o con accesso a pagamento, si usano sempre meno le automobili private, preferendo i mezzi pubblici o quelli di condivisione come il bike o car sharing.
Le maggiori oscillazioni
riguardano tuttavia le grandi città, con Milano in testa che ha visto crescere più di tutte l’offerta, segnando un +5,7% di box in vendita e un +9,3% di affitti. A Roma il trend è lo stesso: il mercato dei box auto offre in vendita il 5,3% di immobili in più rispetto al 2012 (mentre i prezzi si sono abbassati del 4,3%); addirittura il 7,2% in più riguardo all’offerta di box in affitto, con prezzi più bassi di oltre l’8%.
Caso a sé è rappresentato dai garage che si trovano in vie o in stabili prestigiosi: nonostante il calo generalizzato, mantengono costi fino a tre volte superiori alla media. Anche Torino e Bologna registrano l’aumento dell’offerta, rispettivamente del 4,5% e del 4,8% per la vendita e del 6% e del 5,8% per l’affitto.
Per quel che concerne infine i prezzi, i cambiamenti più evidenti si registrano a Genova, dove gli affitti sono scesi del 12,2%, e a Bologna, del 10,9%.
24 OTTOBRE 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Crisi dell’auto e costi eccessivi della gestione paralizzano il mercato e fanno crollare i valori
Box auto ma quanto mi costi? In un Paese dove l’automobile ha sempre rappresentato una delle certezze irrinunciabili del cosiddetto cittadino medio, la domanda appare tutt’altro che banale. Soprattutto se si pensa, stando al meno ai dati forniti da Immobiliare.it (www.immobiliare.it), che in tutte le città d’Italia l’offerta dei box è cresciuta in questi anni con percentuali fino al 6% per la vendita e al 9% per gli affitti. Di conseguenza è calata la domanda, facendo abbassare i prezzi fino al 5% per la vendita e fino al 12% per la locazione.
«Complice la crisi economica: non solo molti italiani hanno rinunciato alla propria auto, ma anche i veicoli circolanti sono mediamente più vecchi che in passato – dichiarano a Immobiliare.it – e raramente ha senso custodirli in un box privato. Gli effetti di questo ragionamento sono ormai visibili nelle dinamiche del mercato, soprattutto nei grandi centri urbani».
Sono molti i fattori che hanno portato i prezzi di compravendita del mercato dei box a diminuire in maniera così netta. Oltre alla crisi economica di cui si è detto, va considerato che le nuove costruzioni prevedono obbligatoriamente un garage per ciascuna unità abitativa e che nei centri urbani, sempre più spesso caratterizzati da Zone a Traffico Limitato o con accesso a pagamento, si usano sempre meno le automobili private, preferendo i mezzi pubblici o quelli di condivisione come il bike o car sharing.
Le maggiori oscillazioni
riguardano tuttavia le grandi città, con Milano in testa che ha visto crescere più di tutte l’offerta, segnando un +5,7% di box in vendita e un +9,3% di affitti. A Roma il trend è lo stesso: il mercato dei box auto offre in vendita il 5,3% di immobili in più rispetto al 2012 (mentre i prezzi si sono abbassati del 4,3%); addirittura il 7,2% in più riguardo all’offerta di box in affitto, con prezzi più bassi di oltre l’8%.
Caso a sé è rappresentato dai garage che si trovano in vie o in stabili prestigiosi: nonostante il calo generalizzato, mantengono costi fino a tre volte superiori alla media. Anche Torino e Bologna registrano l’aumento dell’offerta, rispettivamente del 4,5% e del 4,8% per la vendita e del 6% e del 5,8% per l’affitto.
Per quel che concerne infine i prezzi, i cambiamenti più evidenti si registrano a Genova, dove gli affitti sono scesi del 12,2%, e a Bologna, del 10,9%.
24 OTTOBRE 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Porte Aperte: l'Italia si salverà solo con gli stranieri
"Accogliamoli tutti", il pamphlet di Manconi e Brinis.
Viaggio senza retorica nelle politiche dell'immigrazione
di GAD LERNER
Accogliamoli tutti, gli immigrati. Ma siamo matti? Il titolo del pamphlet di Luigi Manconi e Valentina Brinis a prima vista sembrerebbe un'astuzia dell'editore, escogitato per turbare i benpensanti: Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l'Italia, gli italiani e gli immigrati (il Saggiatore, pagg. 115, euro 13).
Gli autori stessi, però, ci invitano a non cadere nella trappola. Accogliamoli tutti, con le dovute precauzioni, va preso alla lettera. La loro è tutt'altro che una provocazione estremista: si tratta di governare un flusso epocale, altrimenti lacerante. Tanto meno è un richiamo ai buoni sentimenti. Anzi. Se una precauzione innerva il saggio di Manconi e Brinis, non è certo quella di solleticare l'ostilità dei prevenuti, ma semmai di non figurare predicatori di bontà o, peggio, "buonisti": l'orrendo neologismo abusato da anni nel dibattito pubblico sull'immigrazione, funestato dalla diffidenza e dal rancore.
Manconi e Brinis enumerano le cifre avvilenti di una demografia che sembra destinare inevitabilmente l'Italia a trasformarsi in "una comunità sfilacciata e depressa, bolsa e senescente, incapace di innovazione e di invenzione". Fanno impressione, queste cifre: il censimento del 2011 registra circa 15.000 persone che si trovano nella fascia d'età 100-105 anni. Sono più di mezzo milione gli ultranovantenni. Complessivamente, gli italiani con più di 65 anni rasentano i 13 milioni. Invece i nostri vicini di casa, le popolazioni che abitano la sponda Sud del Mediterraneo, sono composte per quasi la metà di giovani al di sotto dei 25 anni. Prescindere da tale contrasto oggettivo sarebbe solo un'ingenua rimozione: qualsiasi modello di società futura implica un governo razionale dei flussi migratori, finalizzato, per quanto ciò sia possibile, a una loro ordinata integrazione.
Nessuna "mielosa retorica" dell'accoglienza, dunque. Anche perché gli immigrati "non mostrano alcuna voglia di correre in nostro soccorso". Gli ostacoli frapposti in Italia all'instaurazione di contratti di lavoro regolari, ai ricongiungimenti familiari e alla continuità dei permessi di soggiorno, perpetuano una condizione servile e ne scoraggiano la stabilizzazione. Li abbiamo incoraggiati a sentirsi estranei. Più realisticamente, si tratta quindi di disinnescare il cortocircuito tra lo stato di marginalità in cui sono ridotti troppi immigrati; e la reazione deviante, irregolare, talora criminale che questa loro marginalità provoca.
La ministra dell'integrazione Cécile Kyenge, che firma l'introduzione del pamphlet, trae la conseguenza politica di questo ragionamento: "Ai fini della sicurezza, fanno più i diritti della repressione". In altre parole, come scrivono Manconi e Brinis, "un'accoglienza dignitosa riduce significativamente insidie e minacce". Dunque è a fini utilitaristici - per il "nostro" bene - e non sulla base di un impulso di generica solidarietà, che va radicalmente capovolta la politica fin qui seguita in materia di immigrazione. Assumere come prima finalità dell'esecutivo il presidio delle frontiere, il respingimento o l'espulsione degli irregolari, è risultato miope oltre che velleitario. Ormai lo sappiamo. L'Italia, d'intesa con l'Unione Europea, deve pianificare con lungimiranza quegli ingressi che finora si è limitata a subire.
Da sei mesi Manconi è presidente della Commissione diritti umani del Senato, ma gli argomenti proposti sotto la voce Accogliamoli tutti sono di natura empirica, piuttosto che giuridica. Comunque mai ideologici. Qui si esprime il sociologo da vent'anni impegnato nella rilevazione dei comportamenti delle comunità locali costrette a fare i conti con l'immigrazione. Siamo un paese che già oggi non potrebbe fare a meno dei suoi quasi 5 milioni di stranieri residenti, l'8% della popolazione. Basti pensare che vengono dall'estero il 77,3% dei (delle) badanti. Più della metà degli addetti alle pulizie. Più di un quarto dei lavoratori edili. Quasi un terzo dei braccianti agricoli.
Se dunque possiamo considerare paradossali, retoriche, le domande poste da Manconi e Brinis - ci conviene espellerli? E se andassero via tutti? E se non venissero più? - ben più concreta appare l'incognita che pende sul nostro futuro: è proprio inevitabile che ha pagare il prezzo della faticosa integrazione degli stranieri debbano essere sempre e comunque i più poveri fra gli italiani?
Benché il libro sia disseminato di numerosi esempi di integrazione riuscita nelle comunità locali, avvenuta spontaneamente o più di rado guidata da amministratori capaci, non c'è dubbio che il non governo del flusso migratorio ha alimentato un contrasto fra svantaggiati. Risultato peraltro conveniente ai soliti ben noti attori politici. Né la legge Turco-Napolitano del 1998, né tanto meno la Bossi-Fini del 2002 hanno consentito la pianificazione armonica dei flussi d'ingresso, orientandoli nella ricerca di lavoro regolare e di soluzioni abitative razionali. Per questo Accogliamoli tutti si conclude proponendo non solo l'abrogazione del reato di clandestinità, ma anche l'introduzione del visto d'ingresso per ricerca di occupazione; in luogo dell'irrealistica pretesa della normativa vigente, secondo cui l'incontro fra domanda e offerta di lavoro dovrebbe realizzarsi (chissà come) nei paesi d'origine.
Nessuna faciloneria. Nessuna celebrazione delle virtù del multiculturalismo. Il libro prende in esame anche i nodi più difficili da sciogliere in materia giuridica, come la poligamia e la mutilazione genitale femminile. Fenomeni certo ultra minoritari che necessitano di una gestione coerente con il nostro diritto, ma al tempo stesso finalizzata alla riduzione del danno. Per esempio la Coop ha risolto il problema della macellazione rituale della carne halal dopo un confronto con la Lega italiana antivivisezione: d'intesa con le comunità islamiche, si procede allo stordimento elettrico preventivo dell'animale da macellare, garantendo così la "convivenza dei valori". Con la buona volontà, le mediazioni si trovano. Purché si riconosca che stiamo costruendo un nuovo modello sociale di cui l'immigrazione sarà componente vitale, non marginale.
Lo Stato moderno europeo costruì quattro secoli fa il suo apparato repressivo nella lotta al vagabondaggio e nel contenimento dei pericoli sociali della miseria. Ma la distinzione fondata allora fra i "nostri" poveri da segregare e/o proteggere, mentre i poveri "forestieri" erano semplicemente da cacciare, non regge più le dinamiche della geopolitica e della demografia. Ne consegue, come scrive la Kyenge, che l'immigrazione deve farsi "progetto"; perché senza di essa non c'è ripresa né "risorgimento".
Accogliamoli tutti è proposta che sgomenterà una classe politica sprovvista di visione storica, sballottata negli
anni scorsi nell'oscillazione fra la pietà e lo spavento delle emozioni popolari. Temo che non sia pronta a discutere queste ragionevoli proposte per salvare gli italiani e gli immigrati. Perfino dopo la tragedia di Lampedusa abbiamo sentito ministri riproporsi portavoce di una funzione di mero contenimento; fingendo di ignorare che, mentre loro facevano la faccia feroce, in Italia si estendevano aree di irregolarità e marginalità. Inutili sentinelle di guardia a un bidone.
"Accogliamoli tutti", il pamphlet di Manconi e Brinis.
Viaggio senza retorica nelle politiche dell'immigrazione
di GAD LERNER
Accogliamoli tutti, gli immigrati. Ma siamo matti? Il titolo del pamphlet di Luigi Manconi e Valentina Brinis a prima vista sembrerebbe un'astuzia dell'editore, escogitato per turbare i benpensanti: Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l'Italia, gli italiani e gli immigrati (il Saggiatore, pagg. 115, euro 13).
Gli autori stessi, però, ci invitano a non cadere nella trappola. Accogliamoli tutti, con le dovute precauzioni, va preso alla lettera. La loro è tutt'altro che una provocazione estremista: si tratta di governare un flusso epocale, altrimenti lacerante. Tanto meno è un richiamo ai buoni sentimenti. Anzi. Se una precauzione innerva il saggio di Manconi e Brinis, non è certo quella di solleticare l'ostilità dei prevenuti, ma semmai di non figurare predicatori di bontà o, peggio, "buonisti": l'orrendo neologismo abusato da anni nel dibattito pubblico sull'immigrazione, funestato dalla diffidenza e dal rancore.
Manconi e Brinis enumerano le cifre avvilenti di una demografia che sembra destinare inevitabilmente l'Italia a trasformarsi in "una comunità sfilacciata e depressa, bolsa e senescente, incapace di innovazione e di invenzione". Fanno impressione, queste cifre: il censimento del 2011 registra circa 15.000 persone che si trovano nella fascia d'età 100-105 anni. Sono più di mezzo milione gli ultranovantenni. Complessivamente, gli italiani con più di 65 anni rasentano i 13 milioni. Invece i nostri vicini di casa, le popolazioni che abitano la sponda Sud del Mediterraneo, sono composte per quasi la metà di giovani al di sotto dei 25 anni. Prescindere da tale contrasto oggettivo sarebbe solo un'ingenua rimozione: qualsiasi modello di società futura implica un governo razionale dei flussi migratori, finalizzato, per quanto ciò sia possibile, a una loro ordinata integrazione.
Nessuna "mielosa retorica" dell'accoglienza, dunque. Anche perché gli immigrati "non mostrano alcuna voglia di correre in nostro soccorso". Gli ostacoli frapposti in Italia all'instaurazione di contratti di lavoro regolari, ai ricongiungimenti familiari e alla continuità dei permessi di soggiorno, perpetuano una condizione servile e ne scoraggiano la stabilizzazione. Li abbiamo incoraggiati a sentirsi estranei. Più realisticamente, si tratta quindi di disinnescare il cortocircuito tra lo stato di marginalità in cui sono ridotti troppi immigrati; e la reazione deviante, irregolare, talora criminale che questa loro marginalità provoca.
La ministra dell'integrazione Cécile Kyenge, che firma l'introduzione del pamphlet, trae la conseguenza politica di questo ragionamento: "Ai fini della sicurezza, fanno più i diritti della repressione". In altre parole, come scrivono Manconi e Brinis, "un'accoglienza dignitosa riduce significativamente insidie e minacce". Dunque è a fini utilitaristici - per il "nostro" bene - e non sulla base di un impulso di generica solidarietà, che va radicalmente capovolta la politica fin qui seguita in materia di immigrazione. Assumere come prima finalità dell'esecutivo il presidio delle frontiere, il respingimento o l'espulsione degli irregolari, è risultato miope oltre che velleitario. Ormai lo sappiamo. L'Italia, d'intesa con l'Unione Europea, deve pianificare con lungimiranza quegli ingressi che finora si è limitata a subire.
Da sei mesi Manconi è presidente della Commissione diritti umani del Senato, ma gli argomenti proposti sotto la voce Accogliamoli tutti sono di natura empirica, piuttosto che giuridica. Comunque mai ideologici. Qui si esprime il sociologo da vent'anni impegnato nella rilevazione dei comportamenti delle comunità locali costrette a fare i conti con l'immigrazione. Siamo un paese che già oggi non potrebbe fare a meno dei suoi quasi 5 milioni di stranieri residenti, l'8% della popolazione. Basti pensare che vengono dall'estero il 77,3% dei (delle) badanti. Più della metà degli addetti alle pulizie. Più di un quarto dei lavoratori edili. Quasi un terzo dei braccianti agricoli.
Se dunque possiamo considerare paradossali, retoriche, le domande poste da Manconi e Brinis - ci conviene espellerli? E se andassero via tutti? E se non venissero più? - ben più concreta appare l'incognita che pende sul nostro futuro: è proprio inevitabile che ha pagare il prezzo della faticosa integrazione degli stranieri debbano essere sempre e comunque i più poveri fra gli italiani?
Benché il libro sia disseminato di numerosi esempi di integrazione riuscita nelle comunità locali, avvenuta spontaneamente o più di rado guidata da amministratori capaci, non c'è dubbio che il non governo del flusso migratorio ha alimentato un contrasto fra svantaggiati. Risultato peraltro conveniente ai soliti ben noti attori politici. Né la legge Turco-Napolitano del 1998, né tanto meno la Bossi-Fini del 2002 hanno consentito la pianificazione armonica dei flussi d'ingresso, orientandoli nella ricerca di lavoro regolare e di soluzioni abitative razionali. Per questo Accogliamoli tutti si conclude proponendo non solo l'abrogazione del reato di clandestinità, ma anche l'introduzione del visto d'ingresso per ricerca di occupazione; in luogo dell'irrealistica pretesa della normativa vigente, secondo cui l'incontro fra domanda e offerta di lavoro dovrebbe realizzarsi (chissà come) nei paesi d'origine.
Nessuna faciloneria. Nessuna celebrazione delle virtù del multiculturalismo. Il libro prende in esame anche i nodi più difficili da sciogliere in materia giuridica, come la poligamia e la mutilazione genitale femminile. Fenomeni certo ultra minoritari che necessitano di una gestione coerente con il nostro diritto, ma al tempo stesso finalizzata alla riduzione del danno. Per esempio la Coop ha risolto il problema della macellazione rituale della carne halal dopo un confronto con la Lega italiana antivivisezione: d'intesa con le comunità islamiche, si procede allo stordimento elettrico preventivo dell'animale da macellare, garantendo così la "convivenza dei valori". Con la buona volontà, le mediazioni si trovano. Purché si riconosca che stiamo costruendo un nuovo modello sociale di cui l'immigrazione sarà componente vitale, non marginale.
Lo Stato moderno europeo costruì quattro secoli fa il suo apparato repressivo nella lotta al vagabondaggio e nel contenimento dei pericoli sociali della miseria. Ma la distinzione fondata allora fra i "nostri" poveri da segregare e/o proteggere, mentre i poveri "forestieri" erano semplicemente da cacciare, non regge più le dinamiche della geopolitica e della demografia. Ne consegue, come scrive la Kyenge, che l'immigrazione deve farsi "progetto"; perché senza di essa non c'è ripresa né "risorgimento".
Accogliamoli tutti è proposta che sgomenterà una classe politica sprovvista di visione storica, sballottata negli
anni scorsi nell'oscillazione fra la pietà e lo spavento delle emozioni popolari. Temo che non sia pronta a discutere queste ragionevoli proposte per salvare gli italiani e gli immigrati. Perfino dopo la tragedia di Lampedusa abbiamo sentito ministri riproporsi portavoce di una funzione di mero contenimento; fingendo di ignorare che, mentre loro facevano la faccia feroce, in Italia si estendevano aree di irregolarità e marginalità. Inutili sentinelle di guardia a un bidone.
martedì 22 ottobre 2013
NOTIZIARIO ASIA 21/10/2013 - 15:36
### Cina: la successione aziendale nell'era del figlio unico - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 21 ott - Se la demografia puo' essere una minaccia per la Cina, un suo effetto collaterale sara' la gestione degli affari secondo la linea generazionale. Il family business presenta in Cina novita' importanti, dimostrate da ricerche diverse che convergono su un aspetto inedito: non sempre i figli vogliono raccogliere il timone aziendale dei padri. La Cina rimane comunque una societa' conservatrice, per molti versi patriarcale, dove i vincoli di appartenenza svolgono un ruolo nettamente superiore a quello dei paesi industrializzati, soprattutto gli Stati Uniti. Il dinamismo sociale era ridotto e il destino dei figli era quasi sempre indirizzato dalle attivita' dei genitori. Pur confermando un tessuto sociale ancora peculiare, la Cina mostra pero' delle novita'. L'indipendenza dei figli e' imprevista, molto maggiore che in passato. E' uno degli effetti collaterali del cambio epocale del paese. La nuova classe imprenditoriale tra poco andra' in pensione. Nata con la riforma di Deng Xiao Ping negli anni '80 guarda al figlio - stavolta unico - per la successione. Glielo impongono la tradizione e la convenienza. Tuttavia i discendenti non appartengono allo stesso paese dei genitori. Spesso hanno studiato all'estero (proprio su obbligo familiare per rilevare l'azienda), ma li' hanno appreso o comunque sono venuti in contatto con altri stili di vita. Sono cresciuti nell'agiatezza e stanno sperimentando un diverso uso della liberta'. Conoscono la mobilita' in una societa' storicamente stanziale; non hanno in definitiva un destino segnato, seppure dal benessere. Questa novita' non colpisce solo la famiglia. Il valore economico delle aziende private e' infatti enorme, capace di generare il 60% del Pil cinese. Delle 762 aziende quotate nelle Borse di Shanghai e Shenzhen (le A shares) quasi il 40% sono a conduzione familiare. Appare chiaramente il rischio di una flessione economica generale se la transizione non avviene secondo criteri ragionati. Fino a qualche anno fa non esistevano dubbi sulla continuita'; ora la mancanza di una preparazione manageriale specifica - che affondi le radici nelle Universita' - acuisce le defezioni generazionali. Ovviamente la politica del figlio unico non aiuta la successione. E' uno dei numerosi effetti collaterali di questa legge draconiana che ha sconfitto il sottosviluppo ma ha posto serie ipoteche per il futuro. Ora le responsabilita' si addensano sul singolo discendente, sottoposto a pressioni familiare piu' forti in una societa' gia' altamente competitiva. Lo stesso problema non si e' posto per le aziende della diaspora cinese. La numerosita' della prole aveva lasciato libero il patriarca aziendale di scegliere il suo successore. Contemporaneamente il modello di business e' mantenuto tra costanti successi. Il controllo risiede sempre all'interno della famiglia e il Consiglio di Amministrazione e' incapace di prendere decisioni cruciali. La struttura organizzativa rimane semplice, con scarso accesso alle informazioni. Le decisioni importanti sono spesso prese informalmente, senza i crismi dei verbali delle riunioni. Prevale infine l'autofinanziamento, in una cornice di amministrazione che riporta direttamente al fondatore. Questo stile di conduzione degli affari si e' rivelato valido nel sud-est asiatico, dove minori erano le costrizioni e l'imprenditoria cinese poteva far valere le proprie qualita' in un terreno sostanzialmente libero. E' proprio la rimozione di alcuni vincoli che la Cina dovra' immaginare, per evitare che anche un problema generazionale possa diventare l'ennesimo bastone in una ruota che finora ha macinato crescita e sviluppo.
*presidente di Osservatorio Asia
### Cina: la successione aziendale nell'era del figlio unico - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 21 ott - Se la demografia puo' essere una minaccia per la Cina, un suo effetto collaterale sara' la gestione degli affari secondo la linea generazionale. Il family business presenta in Cina novita' importanti, dimostrate da ricerche diverse che convergono su un aspetto inedito: non sempre i figli vogliono raccogliere il timone aziendale dei padri. La Cina rimane comunque una societa' conservatrice, per molti versi patriarcale, dove i vincoli di appartenenza svolgono un ruolo nettamente superiore a quello dei paesi industrializzati, soprattutto gli Stati Uniti. Il dinamismo sociale era ridotto e il destino dei figli era quasi sempre indirizzato dalle attivita' dei genitori. Pur confermando un tessuto sociale ancora peculiare, la Cina mostra pero' delle novita'. L'indipendenza dei figli e' imprevista, molto maggiore che in passato. E' uno degli effetti collaterali del cambio epocale del paese. La nuova classe imprenditoriale tra poco andra' in pensione. Nata con la riforma di Deng Xiao Ping negli anni '80 guarda al figlio - stavolta unico - per la successione. Glielo impongono la tradizione e la convenienza. Tuttavia i discendenti non appartengono allo stesso paese dei genitori. Spesso hanno studiato all'estero (proprio su obbligo familiare per rilevare l'azienda), ma li' hanno appreso o comunque sono venuti in contatto con altri stili di vita. Sono cresciuti nell'agiatezza e stanno sperimentando un diverso uso della liberta'. Conoscono la mobilita' in una societa' storicamente stanziale; non hanno in definitiva un destino segnato, seppure dal benessere. Questa novita' non colpisce solo la famiglia. Il valore economico delle aziende private e' infatti enorme, capace di generare il 60% del Pil cinese. Delle 762 aziende quotate nelle Borse di Shanghai e Shenzhen (le A shares) quasi il 40% sono a conduzione familiare. Appare chiaramente il rischio di una flessione economica generale se la transizione non avviene secondo criteri ragionati. Fino a qualche anno fa non esistevano dubbi sulla continuita'; ora la mancanza di una preparazione manageriale specifica - che affondi le radici nelle Universita' - acuisce le defezioni generazionali. Ovviamente la politica del figlio unico non aiuta la successione. E' uno dei numerosi effetti collaterali di questa legge draconiana che ha sconfitto il sottosviluppo ma ha posto serie ipoteche per il futuro. Ora le responsabilita' si addensano sul singolo discendente, sottoposto a pressioni familiare piu' forti in una societa' gia' altamente competitiva. Lo stesso problema non si e' posto per le aziende della diaspora cinese. La numerosita' della prole aveva lasciato libero il patriarca aziendale di scegliere il suo successore. Contemporaneamente il modello di business e' mantenuto tra costanti successi. Il controllo risiede sempre all'interno della famiglia e il Consiglio di Amministrazione e' incapace di prendere decisioni cruciali. La struttura organizzativa rimane semplice, con scarso accesso alle informazioni. Le decisioni importanti sono spesso prese informalmente, senza i crismi dei verbali delle riunioni. Prevale infine l'autofinanziamento, in una cornice di amministrazione che riporta direttamente al fondatore. Questo stile di conduzione degli affari si e' rivelato valido nel sud-est asiatico, dove minori erano le costrizioni e l'imprenditoria cinese poteva far valere le proprie qualita' in un terreno sostanzialmente libero. E' proprio la rimozione di alcuni vincoli che la Cina dovra' immaginare, per evitare che anche un problema generazionale possa diventare l'ennesimo bastone in una ruota che finora ha macinato crescita e sviluppo.
*presidente di Osservatorio Asia
ROMA: SONO MILIONI I DATI SENSIBILI IN MANO AGLI USA
Email, sms, conversazioni: intercettata anche l’Italia. Il Copasir vuole chiarezza
Domani il Comitato parlamentare sui servizi incontrerà il sottosegretario con delega ai servizi Minniti
ROMA - I controlli su telefonate e comunicazioni telematiche riguardano anche l’Italia. Chiamate, email, sms: dietro il paravento della sicurezza nazionale gli Stati Uniti hanno acquisito milioni di dati che riguardano nostri concittadini. La conferma è arrivata circa tre settimane fa, quando una delegazione di parlamentari del comitato di controllo sui servizi segreti è stata in missione negli Usa. In quei giorni, durante gli incontri con i direttore delle agenzie di intelligence e i presidenti delle commissioni del Congresso, si è avuta la certezza di un monitoraggio ad ampio spettro. E adesso il vertice del Copasir chiede chiarimenti al governo. L’occasione è già fissata per mercoledì pomeriggio quando a Palazzo San Macuto arriverà il sottosegretario delegato Marco Minniti.
Le informazioni acquisite dal Comitato si riferiscono al funzionamento del sistema di sorveglianza Prism, ma più in generale attengono ad un vero e proprio monitoraggio cominciato da anni e tuttora attivo. Una raccolta di dati sensibili che a questo punto anche i nostri Servizi segreti non possono più negare, sia pur ribadendo come si sia di fronte ad acquisizioni che «hanno come unico obiettivo l’attività dell’antiterrorismo». Tanto che una fonte dell’intelligence ribadisce: «Non abbiamo mai avuto alcuna evidenza che questo tipo di controllo abbia potuto riguardare lo spionaggio politico nei confronti di autorità o personalità italiane. Tutte le nostre verifiche su una simile eventualità hanno dato esito negativo».
È una posizione che lascia perplessi i parlamentari del Copasir. Lo dice senza mezzi termini Claudio Fava, di Sel, inserito nella «missione» statunitense, quando ricorda le parole del vicedirettore della National Secutiyi Agency (Nsa) sulla necessità di avere «un quadro completo delle comunicazioni da e per gli Stati Uniti». E aggiunge: «È un sistema di raccolta a strascico in base ad alcuni sensori. I vertici dei Servizi Usa ci hanno spiegato che il loro scrupolo principale è stato quello di rispettare le leggi americane sulla privacy e intervenire a tutela della sicurezza del Paese. Che tutto questo confligga con le leggi nazionali di Paesi alleati è un punto di vista che loro non hanno, ma che noi dovremmo avere».
Nei mesi scorsi si era parlato anche di spionaggio dell’ambasciata italiana a Washington e, sia pur in via ancora informale, gli 007 italiani smentiscono che questo sia mai avvenuto. Ma non basta, perché - come puntualizza il componente del Pd del Copasir, Felice Casson - «le risposte che abbiamo avuto dai vertici delle nostre strutture non sono affatto tranquillizzanti e l’audizione del sottosegretario Minniti dovrà servire proprio a pretendere maggiore chiarezza sulla posizione del nostro governo. Appare evidente che gli Stati Uniti abbiano acquisito informazioni su persone e autorità in tutta Europa. Quali elementi concreti esistono per escludere che questo non sia accaduto anche nei confronti dei politici e delle autorità del nostro Paese?».
Dalla direzione del Partito democratico è Ettore Rosato a chiedere chiarimenti al governo, «visto che nei mesi scorsi, quando arrivarono le prime rivelazioni sul “Datagate” sia il presidente Enrico Letta, sia il ministro degli Esteri Emma Bonino, mostrarono stupore per quanto era trapelato». La sensazione è che in realtà, sopratutto negli anni di massima collaborazione tra 007 italiani e statunitensi in materia di terrorismo, con la ricerca comune degli ostaggi occidentali nelle zone di guerra come l’Iraq e l’Afghanistan, e la condivisione delle comunicazioni attraverso il sistema di intercettazione Sigint, l’Italia sia stata informata di questa raccolta di dati. E poi sia stato dato per scontato il proseguimento di questa attività, senza sollevare questioni particolari sulla natura dei dati acquisiti.
Una prassi che,Una prassi che, dopo quanto sta accadendo in Francia, appare difficile da sostenere ulteriormente. Infatti, sarebbero già stati presi contatti informali tra le varie agenzie spionistiche proprio per verificare l’esistenza di casi particolarmente sensibili e quindi su possibili ulteriori ripercussioni della vicenda in tutta Europa.
22 ottobre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATAROMA - I controlli su telefonate e comunicazioni telematiche riguardano anche l’Italia. Chiamate, email, sms: dietro il paravento della sicurezza nazionale gli Stati Uniti hanno acquisito milioni di dati che riguardano nostri concittadini. La conferma è arrivata circa tre settimane fa, quando una delegazione di parlamentari del comitato di controllo sui servizi segreti è stata in missione negli Usa. In quei giorni, durante gli incontri con i direttore delle agenzie di intelligence e i presidenti delle commissioni del Congresso, si è avuta la certezza di un monitoraggio ad ampio spettro. E adesso il vertice del Copasir chiede chiarimenti al governo. L’occasione è già fissata per mercoledì pomeriggio quando a Palazzo San Macuto arriverà il sottosegretario delegato Marco Minniti.
Le informazioni acquisite dal Comitato si riferiscono al funzionamento del sistema di sorveglianza Prism, ma più in generale attengono ad un vero e proprio monitoraggio cominciato da anni e tuttora attivo. Una raccolta di dati sensibili che a questo punto anche i nostri Servizi segreti non possono più negare, sia pur ribadendo come si sia di fronte ad acquisizioni che «hanno come unico obiettivo l’attività dell’antiterrorismo». Tanto che una fonte dell’intelligence ribadisce: «Non abbiamo mai avuto alcuna evidenza che questo tipo di controllo abbia potuto riguardare lo spionaggio politico nei confronti di autorità o personalità italiane. Tutte le nostre verifiche su una simile eventualità hanno dato esito negativo».
È una posizione che lascia perplessi i parlamentari del Copasir. Lo dice senza mezzi termini Claudio Fava, di Sel, inserito nella «missione» statunitense, quando ricorda le parole del vicedirettore della National Secutiyi Agency (Nsa) sulla necessità di avere «un quadro completo delle comunicazioni da e per gli Stati Uniti». E aggiunge: «È un sistema di raccolta a strascico in base ad alcuni sensori. I vertici dei Servizi Usa ci hanno spiegato che il loro scrupolo principale è stato quello di rispettare le leggi americane sulla privacy e intervenire a tutela della sicurezza del Paese. Che tutto questo confligga con le leggi nazionali di Paesi alleati è un punto di vista che loro non hanno, ma che noi dovremmo avere».
Nei mesi scorsi si era parlato anche di spionaggio dell’ambasciata italiana a Washington e, sia pur in via ancora informale, gli 007 italiani smentiscono che questo sia mai avvenuto. Ma non basta, perché - come puntualizza il componente del Pd del Copasir, Felice Casson - «le risposte che abbiamo avuto dai vertici delle nostre strutture non sono affatto tranquillizzanti e l’audizione del sottosegretario Minniti dovrà servire proprio a pretendere maggiore chiarezza sulla posizione del nostro governo. Appare evidente che gli Stati Uniti abbiano acquisito informazioni su persone e autorità in tutta Europa. Quali elementi concreti esistono per escludere che questo non sia accaduto anche nei confronti dei politici e delle autorità del nostro Paese?».
Dalla direzione del Partito democratico è Ettore Rosato a chiedere chiarimenti al governo, «visto che nei mesi scorsi, quando arrivarono le prime rivelazioni sul “Datagate” sia il presidente Enrico Letta, sia il ministro degli Esteri Emma Bonino, mostrarono stupore per quanto era trapelato». La sensazione è che in realtà, sopratutto negli anni di massima collaborazione tra 007 italiani e statunitensi in materia di terrorismo, con la ricerca comune degli ostaggi occidentali nelle zone di guerra come l’Iraq e l’Afghanistan, e la condivisione delle comunicazioni attraverso il sistema di intercettazione Sigint, l’Italia sia stata informata di questa raccolta di dati. E poi sia stato dato per scontato il proseguimento di questa attività, senza sollevare questioni particolari sulla natura dei dati acquisiti.
Una prassi che,Una prassi che, dopo quanto sta accadendo in Francia, appare difficile da sostenere ulteriormente. Infatti, sarebbero già stati presi contatti informali tra le varie agenzie spionistiche proprio per verificare l’esistenza di casi particolarmente sensibili e quindi su possibili ulteriori ripercussioni della vicenda in tutta Europa.
22 ottobre 2013
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Email, sms, conversazioni: intercettata anche l’Italia. Il Copasir vuole chiarezza
Domani il Comitato parlamentare sui servizi incontrerà il sottosegretario con delega ai servizi Minniti
ROMA - I controlli su telefonate e comunicazioni telematiche riguardano anche l’Italia. Chiamate, email, sms: dietro il paravento della sicurezza nazionale gli Stati Uniti hanno acquisito milioni di dati che riguardano nostri concittadini. La conferma è arrivata circa tre settimane fa, quando una delegazione di parlamentari del comitato di controllo sui servizi segreti è stata in missione negli Usa. In quei giorni, durante gli incontri con i direttore delle agenzie di intelligence e i presidenti delle commissioni del Congresso, si è avuta la certezza di un monitoraggio ad ampio spettro. E adesso il vertice del Copasir chiede chiarimenti al governo. L’occasione è già fissata per mercoledì pomeriggio quando a Palazzo San Macuto arriverà il sottosegretario delegato Marco Minniti.
Le informazioni acquisite dal Comitato si riferiscono al funzionamento del sistema di sorveglianza Prism, ma più in generale attengono ad un vero e proprio monitoraggio cominciato da anni e tuttora attivo. Una raccolta di dati sensibili che a questo punto anche i nostri Servizi segreti non possono più negare, sia pur ribadendo come si sia di fronte ad acquisizioni che «hanno come unico obiettivo l’attività dell’antiterrorismo». Tanto che una fonte dell’intelligence ribadisce: «Non abbiamo mai avuto alcuna evidenza che questo tipo di controllo abbia potuto riguardare lo spionaggio politico nei confronti di autorità o personalità italiane. Tutte le nostre verifiche su una simile eventualità hanno dato esito negativo».
È una posizione che lascia perplessi i parlamentari del Copasir. Lo dice senza mezzi termini Claudio Fava, di Sel, inserito nella «missione» statunitense, quando ricorda le parole del vicedirettore della National Secutiyi Agency (Nsa) sulla necessità di avere «un quadro completo delle comunicazioni da e per gli Stati Uniti». E aggiunge: «È un sistema di raccolta a strascico in base ad alcuni sensori. I vertici dei Servizi Usa ci hanno spiegato che il loro scrupolo principale è stato quello di rispettare le leggi americane sulla privacy e intervenire a tutela della sicurezza del Paese. Che tutto questo confligga con le leggi nazionali di Paesi alleati è un punto di vista che loro non hanno, ma che noi dovremmo avere».
Nei mesi scorsi si era parlato anche di spionaggio dell’ambasciata italiana a Washington e, sia pur in via ancora informale, gli 007 italiani smentiscono che questo sia mai avvenuto. Ma non basta, perché - come puntualizza il componente del Pd del Copasir, Felice Casson - «le risposte che abbiamo avuto dai vertici delle nostre strutture non sono affatto tranquillizzanti e l’audizione del sottosegretario Minniti dovrà servire proprio a pretendere maggiore chiarezza sulla posizione del nostro governo. Appare evidente che gli Stati Uniti abbiano acquisito informazioni su persone e autorità in tutta Europa. Quali elementi concreti esistono per escludere che questo non sia accaduto anche nei confronti dei politici e delle autorità del nostro Paese?».
Dalla direzione del Partito democratico è Ettore Rosato a chiedere chiarimenti al governo, «visto che nei mesi scorsi, quando arrivarono le prime rivelazioni sul “Datagate” sia il presidente Enrico Letta, sia il ministro degli Esteri Emma Bonino, mostrarono stupore per quanto era trapelato». La sensazione è che in realtà, sopratutto negli anni di massima collaborazione tra 007 italiani e statunitensi in materia di terrorismo, con la ricerca comune degli ostaggi occidentali nelle zone di guerra come l’Iraq e l’Afghanistan, e la condivisione delle comunicazioni attraverso il sistema di intercettazione Sigint, l’Italia sia stata informata di questa raccolta di dati. E poi sia stato dato per scontato il proseguimento di questa attività, senza sollevare questioni particolari sulla natura dei dati acquisiti.
Una prassi che,Una prassi che, dopo quanto sta accadendo in Francia, appare difficile da sostenere ulteriormente. Infatti, sarebbero già stati presi contatti informali tra le varie agenzie spionistiche proprio per verificare l’esistenza di casi particolarmente sensibili e quindi su possibili ulteriori ripercussioni della vicenda in tutta Europa.
22 ottobre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATAROMA - I controlli su telefonate e comunicazioni telematiche riguardano anche l’Italia. Chiamate, email, sms: dietro il paravento della sicurezza nazionale gli Stati Uniti hanno acquisito milioni di dati che riguardano nostri concittadini. La conferma è arrivata circa tre settimane fa, quando una delegazione di parlamentari del comitato di controllo sui servizi segreti è stata in missione negli Usa. In quei giorni, durante gli incontri con i direttore delle agenzie di intelligence e i presidenti delle commissioni del Congresso, si è avuta la certezza di un monitoraggio ad ampio spettro. E adesso il vertice del Copasir chiede chiarimenti al governo. L’occasione è già fissata per mercoledì pomeriggio quando a Palazzo San Macuto arriverà il sottosegretario delegato Marco Minniti.
Le informazioni acquisite dal Comitato si riferiscono al funzionamento del sistema di sorveglianza Prism, ma più in generale attengono ad un vero e proprio monitoraggio cominciato da anni e tuttora attivo. Una raccolta di dati sensibili che a questo punto anche i nostri Servizi segreti non possono più negare, sia pur ribadendo come si sia di fronte ad acquisizioni che «hanno come unico obiettivo l’attività dell’antiterrorismo». Tanto che una fonte dell’intelligence ribadisce: «Non abbiamo mai avuto alcuna evidenza che questo tipo di controllo abbia potuto riguardare lo spionaggio politico nei confronti di autorità o personalità italiane. Tutte le nostre verifiche su una simile eventualità hanno dato esito negativo».
È una posizione che lascia perplessi i parlamentari del Copasir. Lo dice senza mezzi termini Claudio Fava, di Sel, inserito nella «missione» statunitense, quando ricorda le parole del vicedirettore della National Secutiyi Agency (Nsa) sulla necessità di avere «un quadro completo delle comunicazioni da e per gli Stati Uniti». E aggiunge: «È un sistema di raccolta a strascico in base ad alcuni sensori. I vertici dei Servizi Usa ci hanno spiegato che il loro scrupolo principale è stato quello di rispettare le leggi americane sulla privacy e intervenire a tutela della sicurezza del Paese. Che tutto questo confligga con le leggi nazionali di Paesi alleati è un punto di vista che loro non hanno, ma che noi dovremmo avere».
Nei mesi scorsi si era parlato anche di spionaggio dell’ambasciata italiana a Washington e, sia pur in via ancora informale, gli 007 italiani smentiscono che questo sia mai avvenuto. Ma non basta, perché - come puntualizza il componente del Pd del Copasir, Felice Casson - «le risposte che abbiamo avuto dai vertici delle nostre strutture non sono affatto tranquillizzanti e l’audizione del sottosegretario Minniti dovrà servire proprio a pretendere maggiore chiarezza sulla posizione del nostro governo. Appare evidente che gli Stati Uniti abbiano acquisito informazioni su persone e autorità in tutta Europa. Quali elementi concreti esistono per escludere che questo non sia accaduto anche nei confronti dei politici e delle autorità del nostro Paese?».
Dalla direzione del Partito democratico è Ettore Rosato a chiedere chiarimenti al governo, «visto che nei mesi scorsi, quando arrivarono le prime rivelazioni sul “Datagate” sia il presidente Enrico Letta, sia il ministro degli Esteri Emma Bonino, mostrarono stupore per quanto era trapelato». La sensazione è che in realtà, sopratutto negli anni di massima collaborazione tra 007 italiani e statunitensi in materia di terrorismo, con la ricerca comune degli ostaggi occidentali nelle zone di guerra come l’Iraq e l’Afghanistan, e la condivisione delle comunicazioni attraverso il sistema di intercettazione Sigint, l’Italia sia stata informata di questa raccolta di dati. E poi sia stato dato per scontato il proseguimento di questa attività, senza sollevare questioni particolari sulla natura dei dati acquisiti.
Una prassi che,Una prassi che, dopo quanto sta accadendo in Francia, appare difficile da sostenere ulteriormente. Infatti, sarebbero già stati presi contatti informali tra le varie agenzie spionistiche proprio per verificare l’esistenza di casi particolarmente sensibili e quindi su possibili ulteriori ripercussioni della vicenda in tutta Europa.
22 ottobre 2013
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Sulcis, saldi industriali e sciacalli
Nel Sulcis sono iniziati i saldi di fine stagione, ma non delle scarpe o dei vestiti: dei macchinari e dei materiali delle fabbriche. Una volta erano gli strumenti del lavoro e quindi del sostentamento di centinaia di famiglie, oggi vengono smembrati e venduti a prezzi da fallimento.
L’ultima svendita in ordine di tempo riguarda la ex Sardal di Iglesias, piccola fabbrica gioiello di estrusi in alluminio per l’edilizia, già del patrimonio del gruppo Alumix, che dava lavoro a circa cento dipendenti . “L’azienda – ricorda Sandro Contini, ex membro della rappresentanza sindacale unitaria – nel 1996 passè all’Alcoa che la mantenne fino al 2001 quando decise di venderla sotto forma di cessione di ramo d’azienda. Subentrò la società Ali – Alluminio Italia facente capo al gruppo Aliseo Sud di Michael Bruschi che nel 2004 affondò affogato da dieci milioni. Nel 2005 la piccola fabbrica fu presa in affitto dalla Sms (Società Metallurgica Sarda) che richiamò dalla mobilità solo 20 dipendenti. Nel febbraio del 2010, oberata di debiti e senza coperture finanziarie, cessò definitivamente la produzione. L’anno dopo fu dichiarato il fallimento anche della Sms”.
Una lunga storia. “La novità di questi giorni – dice un altro ex della Rus, Bruno Bozzato – è che i Tir stanno facendo la spola per portare via tutto l’alluminio ancora presente nella fabbrica. Ufficialmente per metterlo al sicuro dal momento che non c’è più neppure la guardiania. Ma il sospetto è che siano iniziate le vendite al miglior offerente”.
Ma non solo l’alluminio, anche i macchinari sono in vendita a prezzi di realizzo. E i 18 operai, ormai in mobilità in deroga, vedono pezzo dopo pezzo andare via tutte le speranze di tornare al lavoro. La pressa, cioè il cuore della fabbrica, pare sia in procinto di essere acquistata dal fallimento Sms da un industriale di Brescia con una base d’asta pari a zero, ossia al miglior offerente. In pratica verrà acquistata per un pugno di denari. “Se questa notizia che circola con insistenza è vera, come purtroppo pare – commenta Contini – si può dire che la fabbrica è definitivamente defunta”.
Capannoni una volta frequentati da decine di donne e uomini operosi, che producevano, trasformavano e creavano ricchezza per tutta la zona, oggi sono diventati fantasmi, il silenzio è ovunque. Le zone industriali di Iglesias e Carbonia, le principali della provincia, sono diventati luoghi spettrali, vuoti, senza vita. Qualche cane randagio si aggira senza meta, indisturbato, nelle larghe strade ormai cosparse di erbacce, una volta percorse dai camion carichi di merci.
Quello della ex Sardal non è che l’ultimo caso. Le cronache nelle settimane scorse si sono occupate della svendita di macchinari e materiali in ambito Igea: mezzi meccanici, camion carichi di reti per recinzioni, pezzi di ricambio, il tutto a prezzi da ferro vecchio.
Lo smantellamento è in corso da tempo. Nell’ultimo periodo ha avuto un’accelerazione, ma i primi episodi risalgano a qualche anno fa. Clamoroso quello della Rockwool di Iglesias, la fabbrica di lana di roccia di Iglesias che fu smontata per intero nel giro di pochi mesi e trasferita nei paesi dell’Est. La reazione dei lavoratori fu durissima. “Inventarono” il Rockbus , un vecchio autobus in disuso che diventò la loro casa e il loro quartier generale per quasi un anno. Fu parcheggiato davanti all’ingresso della miniera di Campo Pisano, sede dell’Igea, la società in house della Regione nella quale gli operai chiedevano di essere riassunti e occuparono lo svincolo della statale che porta alla miniera in cui vi è un ponte. Per questo fu chiamata “l’occupazione del ponte”.
Il Sulcis assiste al degrado del suo territorio, alla perdita di centinaia di posti di lavoro, di tutto ciò che si è costruito in un intera vita di sacrifici. I sindacati sono concordi sull’analisi delle cause: la politica assente, una burocrazia contro il cittadino, inadeguatezza delle infrastrutture. Ma c’è anche chi, dall’altra parte, trae vantaggio dal degrado e dalla disperazione. Sono coloro che acquistano dalle vendite fallimentari, a prezzi irrisori, i frutti della disperazione. In genere personaggi che si celano dietro società anonime venute da lontano, a volte anche dall’estero. Ma talvolta sono imprenditori locali che acquistano per due soldi per fare affari nei paesi emergenti, Africa compresa.
E l’industria non è la sola vittima di questo ‘sciacallaggio. Sono anche in atto le svendite alle aste di tante aziende agricole, costruite col sudore di una vita, perché non si riesce più ad onorare i debiti. Emblematico il caso della famiglia Sairu, nella frazione di Terra Segada, a pochi chilometri da Carbonia, che si è vista pignorare dall’ufficiale giudiziario l’intera proprietà agricola, perché venduta all’asta, per un debito di banca non onorato. Un debito, va detto, generato da quel gran pasticcio della legge 44/88 che la comunità europea rimise in discussione cancellando i benefici previsti, creando situazioni da incubo. Risultato: un’intera famiglia spazzata via con tutto ciò che avevano creato dal nulla. La domanda è: a chi toccherà la prossima volta?
Anche nel caso delle aziende agricole, come per quelle industriali, il vero valore degli immobili, delle attrezzature, delle merci battute all’asta è infinitamente maggiore di quello pagato da chi frequenta i tribunali fallimentari. I nuovi affaristi, i profittatori dei saldi di fine stagione.
Carlo Martinelli
Nel Sulcis sono iniziati i saldi di fine stagione, ma non delle scarpe o dei vestiti: dei macchinari e dei materiali delle fabbriche. Una volta erano gli strumenti del lavoro e quindi del sostentamento di centinaia di famiglie, oggi vengono smembrati e venduti a prezzi da fallimento.
L’ultima svendita in ordine di tempo riguarda la ex Sardal di Iglesias, piccola fabbrica gioiello di estrusi in alluminio per l’edilizia, già del patrimonio del gruppo Alumix, che dava lavoro a circa cento dipendenti . “L’azienda – ricorda Sandro Contini, ex membro della rappresentanza sindacale unitaria – nel 1996 passè all’Alcoa che la mantenne fino al 2001 quando decise di venderla sotto forma di cessione di ramo d’azienda. Subentrò la società Ali – Alluminio Italia facente capo al gruppo Aliseo Sud di Michael Bruschi che nel 2004 affondò affogato da dieci milioni. Nel 2005 la piccola fabbrica fu presa in affitto dalla Sms (Società Metallurgica Sarda) che richiamò dalla mobilità solo 20 dipendenti. Nel febbraio del 2010, oberata di debiti e senza coperture finanziarie, cessò definitivamente la produzione. L’anno dopo fu dichiarato il fallimento anche della Sms”.
Una lunga storia. “La novità di questi giorni – dice un altro ex della Rus, Bruno Bozzato – è che i Tir stanno facendo la spola per portare via tutto l’alluminio ancora presente nella fabbrica. Ufficialmente per metterlo al sicuro dal momento che non c’è più neppure la guardiania. Ma il sospetto è che siano iniziate le vendite al miglior offerente”.
Ma non solo l’alluminio, anche i macchinari sono in vendita a prezzi di realizzo. E i 18 operai, ormai in mobilità in deroga, vedono pezzo dopo pezzo andare via tutte le speranze di tornare al lavoro. La pressa, cioè il cuore della fabbrica, pare sia in procinto di essere acquistata dal fallimento Sms da un industriale di Brescia con una base d’asta pari a zero, ossia al miglior offerente. In pratica verrà acquistata per un pugno di denari. “Se questa notizia che circola con insistenza è vera, come purtroppo pare – commenta Contini – si può dire che la fabbrica è definitivamente defunta”.
Capannoni una volta frequentati da decine di donne e uomini operosi, che producevano, trasformavano e creavano ricchezza per tutta la zona, oggi sono diventati fantasmi, il silenzio è ovunque. Le zone industriali di Iglesias e Carbonia, le principali della provincia, sono diventati luoghi spettrali, vuoti, senza vita. Qualche cane randagio si aggira senza meta, indisturbato, nelle larghe strade ormai cosparse di erbacce, una volta percorse dai camion carichi di merci.
Quello della ex Sardal non è che l’ultimo caso. Le cronache nelle settimane scorse si sono occupate della svendita di macchinari e materiali in ambito Igea: mezzi meccanici, camion carichi di reti per recinzioni, pezzi di ricambio, il tutto a prezzi da ferro vecchio.
Lo smantellamento è in corso da tempo. Nell’ultimo periodo ha avuto un’accelerazione, ma i primi episodi risalgano a qualche anno fa. Clamoroso quello della Rockwool di Iglesias, la fabbrica di lana di roccia di Iglesias che fu smontata per intero nel giro di pochi mesi e trasferita nei paesi dell’Est. La reazione dei lavoratori fu durissima. “Inventarono” il Rockbus , un vecchio autobus in disuso che diventò la loro casa e il loro quartier generale per quasi un anno. Fu parcheggiato davanti all’ingresso della miniera di Campo Pisano, sede dell’Igea, la società in house della Regione nella quale gli operai chiedevano di essere riassunti e occuparono lo svincolo della statale che porta alla miniera in cui vi è un ponte. Per questo fu chiamata “l’occupazione del ponte”.
Il Sulcis assiste al degrado del suo territorio, alla perdita di centinaia di posti di lavoro, di tutto ciò che si è costruito in un intera vita di sacrifici. I sindacati sono concordi sull’analisi delle cause: la politica assente, una burocrazia contro il cittadino, inadeguatezza delle infrastrutture. Ma c’è anche chi, dall’altra parte, trae vantaggio dal degrado e dalla disperazione. Sono coloro che acquistano dalle vendite fallimentari, a prezzi irrisori, i frutti della disperazione. In genere personaggi che si celano dietro società anonime venute da lontano, a volte anche dall’estero. Ma talvolta sono imprenditori locali che acquistano per due soldi per fare affari nei paesi emergenti, Africa compresa.
E l’industria non è la sola vittima di questo ‘sciacallaggio. Sono anche in atto le svendite alle aste di tante aziende agricole, costruite col sudore di una vita, perché non si riesce più ad onorare i debiti. Emblematico il caso della famiglia Sairu, nella frazione di Terra Segada, a pochi chilometri da Carbonia, che si è vista pignorare dall’ufficiale giudiziario l’intera proprietà agricola, perché venduta all’asta, per un debito di banca non onorato. Un debito, va detto, generato da quel gran pasticcio della legge 44/88 che la comunità europea rimise in discussione cancellando i benefici previsti, creando situazioni da incubo. Risultato: un’intera famiglia spazzata via con tutto ciò che avevano creato dal nulla. La domanda è: a chi toccherà la prossima volta?
Anche nel caso delle aziende agricole, come per quelle industriali, il vero valore degli immobili, delle attrezzature, delle merci battute all’asta è infinitamente maggiore di quello pagato da chi frequenta i tribunali fallimentari. I nuovi affaristi, i profittatori dei saldi di fine stagione.
Carlo Martinelli
sabato 19 ottobre 2013
SANSONE E I FILISTEI
Una favola per adulti
Premessa
Più di tremila anni fa, in Palestina, prima ancora che si formasse tra gli ebrei l'istituzione della monarchia, durante quindi il regime dei Giudici (1200-1000 a.C.), le tribù conducevano un'esistenza sempre meno nomadica e pastorale e sempre più stanziale e agricola.
Pur avendo una comune stirpe, esse erano relativamente indipendenti tra loro e stavano molto a contatto con le popolazioni non ebraiche confinanti: p. es. i filistei a nord, i cananei al centro, i gebusei a sud.
Queste popolazioni, approfittando della debolezza politica ed economica delle tribù d'Israele, spesso riuscivano ad avere la meglio sul piano militare.
Una di queste tribù era quella di Dan, che dovette emigrare dalla regione della Giudea a causa delle pressioni da parte dei gebusei.
Ebbene la storia di Sansone nasce proprio dentro la tribù di Dan. A contatto con popolazioni straniere più evolute, gli ebrei rischiavano di perdere la loro identità. Sansone rappresenta appunto la gravità del pericolo che incombeva sui destini del popolo ebraico.
Nel libro dei Giudici la sua storia è narrata con particolare ampiezza. Il libro è stato scritto e riscritto più volte nel corso dei secoli: in origine le storie che racconta si tramandavano solo oralmente. La fusione di tutti i racconti fu fatta per la prima volta dopo la caduta del regno del nord (722 a.C.), all'epoca del re Ezechia, mentre l'ultima venne fatta all'epoca di Esdra (450 a.C.).
Un giorno un uomo dall'aspetto molto maestoso, ebbe una relazione con una donna ebrea sposata, che non aveva mai avuto figli dal proprio marito, e la mise incinta.
Quest'uomo impose alla donna di consacrare a dio con un voto di nazireato (Num 6,1-8) il bambino che avrebbe avuto: in tal modo non ci sarebbe stato bisogno di riconoscere il vero padre. Il suo unico vero padre sarebbe stato dio stesso. Insomma Sansone, il nome del bambino, era destinato a diventare una sorta di profeta.
L'uomo volle mantenere ufficialmente l'anonimato e nello stesso tempo aveva promesso che si sarebbe preso cura di Sansone. Chiese ovviamente ai due coniugi di non rivelare a nessuno la propria identità, altrimenti sarebbe stato costretto a ucciderli, ed essi mantennero la parola.
Divenuto adulto, Sansone s'innamorò di una ragazza filistea, contro il parere dei propri genitori, che non vedevano di buon occhio una relazione con una donna del popolo nemico, che aveva preso a estendersi oltre il proprio territorio, minacciando seriamente l'indipendenza di Israele. Ma Sansone la voleva addirittura sposare.
Per averla fece a pezzi un leone dimostrando la propria forza fisica e sottopose a un indovinello i parenti di lei, dimostrando così anche la propria intelligenza, ma la donna, che riuscì dopo molte insistenze a conoscere la risposta (Sansone aveva un debole per le donne), lo tradì, rivelandola ai parenti, che comunque avevano minacciato di morte sia lei che suo padre, se non avesse detto loro la soluzione. I filistei infatti non volevano assolutamente questo matrimonio.
Siccome era sicuro di vincere, poiché l'indovinello era davvero molto difficile, fu costretto a uccidere 30 persone pur di onorare l'impegno della promessa fatta se avesse perso (trenta tuniche e trenta mute di vesti). Dopodiché se ne ritornò dai suoi genitori, lasciando la donna da sola: il matrimonio era stato fatto, ma, avendo perso la scommessa e diffidando dei filistei, Sansone se ne andò mostrando d'essere molto adirato.
Dopo un po' di tempo andò di nuovo a trovare la sua donna, ma scoprì che il padre di lei, convinto che lui l'avesse ripudiata, l'aveva ceduta al compagno che gli aveva fatto da testimone alle nozze, sicché il padre gli propose di accettare la sorella minore.
Con fare provocatorio Sansone reagì a questo affronto procurando un grave danno materiale ai filistei: sentendosi offeso nella propria onorabilità, bruciò molti campi di grano, di vigne e di oliveti.
I filistei reagirono alla devastazione dei raccolti uccidendo sia la moglie di Sansone che il padre di lei. Sansone se la prese tantissimo e fece strage di molti filistei, dopodiché si nascose in una grotta.
Per tutta risposta i filistei attaccarono una città qualunque dei giudei, i quali, vista la sproporzione delle forze in campo, decisero non di uccidere Sansone ma di consegnarlo legato ai filistei, che ovviamente, in cambio della pace, accettarono ben volentieri l'offerta.
Senonché all'ultimo momento Sansone si liberò delle corde e, consapevole della propria forza, fece strage di altri filistei e pretese anche che i giudei lo riconoscessero come supremo capo (cosa che fecero per ben 20 anni).
Ma Sansone aveva un debole per le donne filistee e a Gaza giacque con una prostituta. Cercarono di catturarlo, ma invano.
Poi s'innamorò di un'altra filistea, Dalila, che accettò di essere ben pagata dai suoi compatrioti se fosse riuscita a farlo catturare.
Dopo vari tentativi (Sansone era molto furbo), finalmente vi riuscì. Aveva capito che Sansone non era solo un debole sessualmente, ma anche un po' spaccone, non avendo praticamente nemici in grado di sconfiggerlo.
Subito dopo averlo catturato, i filistei lo accecarono e, per burlarsi di lui, lo misero a far girare la macina del grano, come uno schiavo.
Sansone si pentì delle proprie debolezze e stette al gioco. Lui ch'era astuto con gli uomini e stupido con le donne, accettò di farsi sbeffeggiare nella festa del dio Dagon e facendo finta di nulla si vendicò.
Con la forza notevolissima che non l'aveva mai abbandonato, demolì le colonne portanti dell'edificio in cui, giocando come un buffone, avrebbe dovuto far divertire i filistei. Ne morirono tantissimi, compreso lui.
La favola c'insegna quattro cose: non solo quella più evidente, che una donna può circuire anche l'uomo fisicamente più forte del mondo; ma anche quella più nascosta, che riguarda i rapporti tra genitori e figli.
Sansone è la dimostrazione che una vocazione (in questo caso il "nazireato") non può essere imposta dai genitori ai figli, o comunque che una vocazione non può essere vissuta, da adulti, come una scelta scontata, solo perché essa è stata il frutto della volontà dei genitori. Un figlio ha il diritto e il dovere di chiedersi se il progetto che i genitori hanno su di lui sia proprio quello giusto. Non ci si può sentire in obbligo quando è in gioco la propria libertà personale, le proprie scelte di vita.
La povertà materiale dei propri genitori non è un motivo sufficiente per sentirsi obbligati nei loro confronti, soprattutto quando vanno prese decisioni per lo sviluppo della propria identità.
Sansone buttò via una vita di rinunce e di sacrifici proprio perché non aveva riflettuto adeguatamente sul significato del progetto che i genitori avevano su di lui, un progetto condizionato molto dalle circostanze della povertà materiale e che non poteva certo supplire alla colpa di un rapporto extraconiugale da parte della madre.
La terza cosa è l'aspetto politico del racconto: Sansone è un individualista, combatte da solo, fidando solo nella propria astuzia e nella propria forza, non cerca alleati, non riesce a organizzare una resistenza popolare, è costretto a sotterfugi di bassa lega per cercare di avere la meglio sui propri nemici. Non poteva che uscire sconfitto, anche se nel racconto viene detto il contrario, e la sua morte eroica non rende più convincente il suo operato, complessivamente inteso.
L'ultima cosa riguarda l'aspetto umano: Sansone è capace di ravvedimento, seppur alla fine della sua vita.
Una favola per adulti
Premessa
Più di tremila anni fa, in Palestina, prima ancora che si formasse tra gli ebrei l'istituzione della monarchia, durante quindi il regime dei Giudici (1200-1000 a.C.), le tribù conducevano un'esistenza sempre meno nomadica e pastorale e sempre più stanziale e agricola.
Pur avendo una comune stirpe, esse erano relativamente indipendenti tra loro e stavano molto a contatto con le popolazioni non ebraiche confinanti: p. es. i filistei a nord, i cananei al centro, i gebusei a sud.
Queste popolazioni, approfittando della debolezza politica ed economica delle tribù d'Israele, spesso riuscivano ad avere la meglio sul piano militare.
Una di queste tribù era quella di Dan, che dovette emigrare dalla regione della Giudea a causa delle pressioni da parte dei gebusei.
Ebbene la storia di Sansone nasce proprio dentro la tribù di Dan. A contatto con popolazioni straniere più evolute, gli ebrei rischiavano di perdere la loro identità. Sansone rappresenta appunto la gravità del pericolo che incombeva sui destini del popolo ebraico.
Nel libro dei Giudici la sua storia è narrata con particolare ampiezza. Il libro è stato scritto e riscritto più volte nel corso dei secoli: in origine le storie che racconta si tramandavano solo oralmente. La fusione di tutti i racconti fu fatta per la prima volta dopo la caduta del regno del nord (722 a.C.), all'epoca del re Ezechia, mentre l'ultima venne fatta all'epoca di Esdra (450 a.C.).
Un giorno un uomo dall'aspetto molto maestoso, ebbe una relazione con una donna ebrea sposata, che non aveva mai avuto figli dal proprio marito, e la mise incinta.
Quest'uomo impose alla donna di consacrare a dio con un voto di nazireato (Num 6,1-8) il bambino che avrebbe avuto: in tal modo non ci sarebbe stato bisogno di riconoscere il vero padre. Il suo unico vero padre sarebbe stato dio stesso. Insomma Sansone, il nome del bambino, era destinato a diventare una sorta di profeta.
L'uomo volle mantenere ufficialmente l'anonimato e nello stesso tempo aveva promesso che si sarebbe preso cura di Sansone. Chiese ovviamente ai due coniugi di non rivelare a nessuno la propria identità, altrimenti sarebbe stato costretto a ucciderli, ed essi mantennero la parola.
Divenuto adulto, Sansone s'innamorò di una ragazza filistea, contro il parere dei propri genitori, che non vedevano di buon occhio una relazione con una donna del popolo nemico, che aveva preso a estendersi oltre il proprio territorio, minacciando seriamente l'indipendenza di Israele. Ma Sansone la voleva addirittura sposare.
Per averla fece a pezzi un leone dimostrando la propria forza fisica e sottopose a un indovinello i parenti di lei, dimostrando così anche la propria intelligenza, ma la donna, che riuscì dopo molte insistenze a conoscere la risposta (Sansone aveva un debole per le donne), lo tradì, rivelandola ai parenti, che comunque avevano minacciato di morte sia lei che suo padre, se non avesse detto loro la soluzione. I filistei infatti non volevano assolutamente questo matrimonio.
Siccome era sicuro di vincere, poiché l'indovinello era davvero molto difficile, fu costretto a uccidere 30 persone pur di onorare l'impegno della promessa fatta se avesse perso (trenta tuniche e trenta mute di vesti). Dopodiché se ne ritornò dai suoi genitori, lasciando la donna da sola: il matrimonio era stato fatto, ma, avendo perso la scommessa e diffidando dei filistei, Sansone se ne andò mostrando d'essere molto adirato.
Dopo un po' di tempo andò di nuovo a trovare la sua donna, ma scoprì che il padre di lei, convinto che lui l'avesse ripudiata, l'aveva ceduta al compagno che gli aveva fatto da testimone alle nozze, sicché il padre gli propose di accettare la sorella minore.
Con fare provocatorio Sansone reagì a questo affronto procurando un grave danno materiale ai filistei: sentendosi offeso nella propria onorabilità, bruciò molti campi di grano, di vigne e di oliveti.
I filistei reagirono alla devastazione dei raccolti uccidendo sia la moglie di Sansone che il padre di lei. Sansone se la prese tantissimo e fece strage di molti filistei, dopodiché si nascose in una grotta.
Per tutta risposta i filistei attaccarono una città qualunque dei giudei, i quali, vista la sproporzione delle forze in campo, decisero non di uccidere Sansone ma di consegnarlo legato ai filistei, che ovviamente, in cambio della pace, accettarono ben volentieri l'offerta.
Senonché all'ultimo momento Sansone si liberò delle corde e, consapevole della propria forza, fece strage di altri filistei e pretese anche che i giudei lo riconoscessero come supremo capo (cosa che fecero per ben 20 anni).
Ma Sansone aveva un debole per le donne filistee e a Gaza giacque con una prostituta. Cercarono di catturarlo, ma invano.
Poi s'innamorò di un'altra filistea, Dalila, che accettò di essere ben pagata dai suoi compatrioti se fosse riuscita a farlo catturare.
Dopo vari tentativi (Sansone era molto furbo), finalmente vi riuscì. Aveva capito che Sansone non era solo un debole sessualmente, ma anche un po' spaccone, non avendo praticamente nemici in grado di sconfiggerlo.
Subito dopo averlo catturato, i filistei lo accecarono e, per burlarsi di lui, lo misero a far girare la macina del grano, come uno schiavo.
Sansone si pentì delle proprie debolezze e stette al gioco. Lui ch'era astuto con gli uomini e stupido con le donne, accettò di farsi sbeffeggiare nella festa del dio Dagon e facendo finta di nulla si vendicò.
Con la forza notevolissima che non l'aveva mai abbandonato, demolì le colonne portanti dell'edificio in cui, giocando come un buffone, avrebbe dovuto far divertire i filistei. Ne morirono tantissimi, compreso lui.
La favola c'insegna quattro cose: non solo quella più evidente, che una donna può circuire anche l'uomo fisicamente più forte del mondo; ma anche quella più nascosta, che riguarda i rapporti tra genitori e figli.
Sansone è la dimostrazione che una vocazione (in questo caso il "nazireato") non può essere imposta dai genitori ai figli, o comunque che una vocazione non può essere vissuta, da adulti, come una scelta scontata, solo perché essa è stata il frutto della volontà dei genitori. Un figlio ha il diritto e il dovere di chiedersi se il progetto che i genitori hanno su di lui sia proprio quello giusto. Non ci si può sentire in obbligo quando è in gioco la propria libertà personale, le proprie scelte di vita.
La povertà materiale dei propri genitori non è un motivo sufficiente per sentirsi obbligati nei loro confronti, soprattutto quando vanno prese decisioni per lo sviluppo della propria identità.
Sansone buttò via una vita di rinunce e di sacrifici proprio perché non aveva riflettuto adeguatamente sul significato del progetto che i genitori avevano su di lui, un progetto condizionato molto dalle circostanze della povertà materiale e che non poteva certo supplire alla colpa di un rapporto extraconiugale da parte della madre.
La terza cosa è l'aspetto politico del racconto: Sansone è un individualista, combatte da solo, fidando solo nella propria astuzia e nella propria forza, non cerca alleati, non riesce a organizzare una resistenza popolare, è costretto a sotterfugi di bassa lega per cercare di avere la meglio sui propri nemici. Non poteva che uscire sconfitto, anche se nel racconto viene detto il contrario, e la sua morte eroica non rende più convincente il suo operato, complessivamente inteso.
L'ultima cosa riguarda l'aspetto umano: Sansone è capace di ravvedimento, seppur alla fine della sua vita.
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