Gli studenti e la tonnara degli affitti in nero
ORA c'è anche uno studio immobiliare a certificare lo scandalo abitativo. Su mezzo milione di universitari italiani fuori sede, solo il due per cento può essere ospitato in strutture pubbliche (in carico agli enti regionali per il diritto allo studio). Il resto si deve trovare una stanza, quasi sempre pagata in nero (niente ricevuta, niente tasse).
La stagione della tonnara degli studenti post-diplomati si apre nella seconda metà di agosto per concludersi a novembre inoltrato. E la casa, meglio, la stanza, andrà a influenzare subito la scelta dei corsi di laurea da parte degli studenti favorendo quelli attivi nelle sedi più vicine alla nuova residenza.
Casa.it, portale immobiliare diffuso, offre un dossier "canoni per universitari" e un listino quartiere per quartiere. La città-sede più cara, si legge, è Roma. Con tre università pubbliche (compresa l'enorme Sapienza) e diverse private, la capitale richiama un popolo di matricole dal Sud. Una stanza nella periferia romana costa almeno 300 euro al mese, in centro può arrivare a 1.500 euro. In "area universitaria" i prezzi sono questi: il canone minimo mensile a Tor Vergata, sulla Salaria e a Ostiense sta tra 360 a 520 euro per un monolocale, tra 540 e 780 euro per un bilocale.
Milano segue a ruota: da 250 euro per un monolocale in periferia (poco più grande di una stanza e distante dai poli universitari) a punte di 1.200 euro in pieno centro. La vicinanza agli atenei pubblici (e privati) gioca un ruolo determinante: in zona Città Studi, intorno alla Bocconi e al polo della Bicocca un monolocale va via tra i 300 e i 450 euro mensili, un bilocale tra i 450 e i 600 euro.
Firenze, Genova, Napoli e Bologna si segnalano per il divario tra le quotazioni più economiche delle periferie e il prezzo medio richiesto per le sistemazioni pregiate. A Firenze la forchetta va da 250 a 1.100 euro mensili, a Napoli si parte da 200 euro per arrivare a 750. La città universitaria meno cara è Ferrara: 220 euro in periferia, 450 in centro. Torino è in un range tra 200 a 550 euro mensili, Urbino tra 250 e 550.
Le trattative con gli universitari si chiudono in fretta, con il proprietario di monolocale che impone il prezzo a chi ha fretta di trovare un luogo dove preparare l'esame o radunare le sue cose. In tre mesi a Roma si stipula (spesso un contratto privato), in 1,4 mesi a Pavia. Il centro studi dell'immobiliare commenta: "Dagli anni Ottanta a oggi il segmento degli affitti agli universitari fuorisede si è evoluto quasi esclusivamente aggiornando le quotazioni ai valori delle locazioni tout court". Mai ci fu pietà, o una parvenza di welfare, per chi studia.
(09 ottobre 2013)
mercoledì 9 ottobre 2013
Lasciate stare i pensionati
Ci deve pur essere una tregua per chi, dopo anni di lavoro, aspira legittimamente al raggiungimento della pensione. Una tregua dal cambiamento che verrà: perché le riforme pensionistiche sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Ci deve pur essere una tregua dalle continue dichiarazioni dei ministri e dei parlamentari. Una tregua dall’incertezza sull’età alla quale si avrà il diritto di lasciare il posto di lavoro. Eppure questa tregua appare un miraggio. L’incertezza previdenziale sembra una condizione necessaria per l’Italia, sempre in bilico su un deficit e un debito pubblico cronicamente eccessivi. Ma è una situazione sempre più difficile da accettare.
Certo, il vincolo dei conti ha costretto i governi a intervenire più volte sul sistema pensionistico. La riforma Fornero consentirà di risparmiare qualcosa come 93 miliardi di euro. Prima c’erano stati Amato, Dini, Maroni, Prodi: le riforme previdenziali sono state probabilmente gli interventi che più hanno consentito di tenere l’Italia a galla. E in qualche modo i pensionandi, e i pensionati, hanno il merito di aver fatto i sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici. Ma è arrivato il momento di lasciarli, in qualche modo, stare. Di cercare altrove le risorse necessarie.
Prendiamo l’audizione tenuta ieri dal ministro del Welfare, Enrico Giovannini, alla Camera. Per le pensioni oltre sei volte l’assegno minimo, quindi pari a circa 3.000 euro lordi al mese (poco più di 2.000 netti), anche per l’anno prossimo scatterà il congelamento. Traduzione: non potranno essere indicizzate all’inflazione come invece accade per i redditi più bassi. Ricordiamo che le pensioni oltre i 1.800 euro sono già state congelate dal 2011 dal governo Monti e per ben due anni non sono state adeguate al caro vita. Il blocco di due anni, però, comporta una perdita che si ripercuote per decenni e sterilizza gli effetti moltiplicativi degli adeguamenti (non si prendono gli aumenti sugli aumenti). E bisogna anche tenere conto che dal 1992 tutte le rendite non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, come avveniva nella Prima Repubblica. Ma solo all’inflazione (e in modo parziale). In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto evaporare il loro potere d’acquisto.
E sul congelamento delle pensioni è iniziata una discussione simile a quella vista per la richiesta (poi ritirata) del Pd di reintrodurre il pagamento della prima rata Imu per gli appartamenti con rendita catastale superiore a 750 euro. Salvo poi scoprire che, in quella fascia, ci sono anche i monolocali.
Sono davvero questi i ricchi o i pensionati d’oro ai quali chiedere altri sacrifici di fronte a una spesa pubblica di 800 miliardi? Sembra proprio di no. Certo, il congelamento riguarda una parte dei pensionati, visto che circa il 50% delle rendite non supera la soglia dei mille euro mensili. Ma definirle pensioni d’oro è scorretto. E poco rispettoso per le persone che, legittimamente, con il loro lavoro, hanno versato i contributi per ricevere una pensione.
Certo, gli assegni previdenziali d’oro esistono, ma su quelli, finora, non si sono visti interventi così veloci come il percorso parlamentare che li ha introdotti. In beffa di ogni risparmio. E di ogni equità sociale. Toccarle, spiegano i tecnici, aprirebbe un contenzioso che coinvolgerebbe la Corte Costituzionale. Meglio prendersela allora con la soglia dei 3 mila euro. È più facile e i risparmi sono assicurati. E le forbici sulla spesa pubblica? Un’altra volta (forse).Lasciate stare i pensionati
Ci deve pur essere una tregua per chi, dopo anni di lavoro, aspira legittimamente al raggiungimento della pensione. Una tregua dal cambiamento che verrà: perché le riforme pensionistiche sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Ci deve pur essere una tregua dalle continue dichiarazioni dei ministri e dei parlamentari. Una tregua dall’incertezza sull’età alla quale si avrà il diritto di lasciare il posto di lavoro. Eppure questa tregua appare un miraggio. L’incertezza previdenziale sembra una condizione necessaria per l’Italia, sempre in bilico su un deficit e un debito pubblico cronicamente eccessivi. Ma è una situazione sempre più difficile da accettare.
Certo, il vincolo dei conti ha costretto i governi a intervenire più volte sul sistema pensionistico. La riforma Fornero consentirà di risparmiare qualcosa come 93 miliardi di euro. Prima c’erano stati Amato, Dini, Maroni, Prodi: le riforme previdenziali sono state probabilmente gli interventi che più hanno consentito di tenere l’Italia a galla. E in qualche modo i pensionandi, e i pensionati, hanno il merito di aver fatto i sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici. Ma è arrivato il momento di lasciarli, in qualche modo, stare. Di cercare altrove le risorse necessarie.
Prendiamo l’audizione tenuta ieri dal ministro del Welfare, Enrico Giovannini, alla Camera. Per le pensioni oltre sei volte l’assegno minimo, quindi pari a circa 3.000 euro lordi al mese (poco più di 2.000 netti), anche per l’anno prossimo scatterà il congelamento. Traduzione: non potranno essere indicizzate all’inflazione come invece accade per i redditi più bassi. Ricordiamo che le pensioni oltre i 1.800 euro sono già state congelate dal 2011 dal governo Monti e per ben due anni non sono state adeguate al caro vita. Il blocco di due anni, però, comporta una perdita che si ripercuote per decenni e sterilizza gli effetti moltiplicativi degli adeguamenti (non si prendono gli aumenti sugli aumenti). E bisogna anche tenere conto che dal 1992 tutte le rendite non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, come avveniva nella Prima Repubblica. Ma solo all’inflazione (e in modo parziale). In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto evaporare il loro potere d’acquisto.
E sul congelamento delle pensioni è iniziata una discussione simile a quella vista per la richiesta (poi ritirata) del Pd di reintrodurre il pagamento della prima rata Imu per gli appartamenti con rendita catastale superiore a 750 euro. Salvo poi scoprire che, in quella fascia, ci sono anche i monolocali.
Sono davvero questi i ricchi o i pensionati d’oro ai quali chiedere altri sacrifici di fronte a una spesa pubblica di 800 miliardi? Sembra proprio di no. Certo, il congelamento riguarda una parte dei pensionati, visto che circa il 50% delle rendite non supera la soglia dei mille euro mensili. Ma definirle pensioni d’oro è scorretto. E poco rispettoso per le persone che, legittimamente, con il loro lavoro, hanno versato i contributi per ricevere una pensione.
Certo, gli assegni previdenziali d’oro esistono, ma su quelli, finora, non si sono visti interventi così veloci come il percorso parlamentare che li ha introdotti. In beffa di ogni risparmio. E di ogni equità sociale. Toccarle, spiegano i tecnici, aprirebbe un contenzioso che coinvolgerebbe la Corte Costituzionale. Meglio prendersela allora con la soglia dei 3 mila euro. È più facile e i risparmi sono assicurati. E le forbici sulla spesa pubblica? Un’altra volta (forse).
Ci deve pur essere una tregua per chi, dopo anni di lavoro, aspira legittimamente al raggiungimento della pensione. Una tregua dal cambiamento che verrà: perché le riforme pensionistiche sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Ci deve pur essere una tregua dalle continue dichiarazioni dei ministri e dei parlamentari. Una tregua dall’incertezza sull’età alla quale si avrà il diritto di lasciare il posto di lavoro. Eppure questa tregua appare un miraggio. L’incertezza previdenziale sembra una condizione necessaria per l’Italia, sempre in bilico su un deficit e un debito pubblico cronicamente eccessivi. Ma è una situazione sempre più difficile da accettare.
Certo, il vincolo dei conti ha costretto i governi a intervenire più volte sul sistema pensionistico. La riforma Fornero consentirà di risparmiare qualcosa come 93 miliardi di euro. Prima c’erano stati Amato, Dini, Maroni, Prodi: le riforme previdenziali sono state probabilmente gli interventi che più hanno consentito di tenere l’Italia a galla. E in qualche modo i pensionandi, e i pensionati, hanno il merito di aver fatto i sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici. Ma è arrivato il momento di lasciarli, in qualche modo, stare. Di cercare altrove le risorse necessarie.
Prendiamo l’audizione tenuta ieri dal ministro del Welfare, Enrico Giovannini, alla Camera. Per le pensioni oltre sei volte l’assegno minimo, quindi pari a circa 3.000 euro lordi al mese (poco più di 2.000 netti), anche per l’anno prossimo scatterà il congelamento. Traduzione: non potranno essere indicizzate all’inflazione come invece accade per i redditi più bassi. Ricordiamo che le pensioni oltre i 1.800 euro sono già state congelate dal 2011 dal governo Monti e per ben due anni non sono state adeguate al caro vita. Il blocco di due anni, però, comporta una perdita che si ripercuote per decenni e sterilizza gli effetti moltiplicativi degli adeguamenti (non si prendono gli aumenti sugli aumenti). E bisogna anche tenere conto che dal 1992 tutte le rendite non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, come avveniva nella Prima Repubblica. Ma solo all’inflazione (e in modo parziale). In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto evaporare il loro potere d’acquisto.
E sul congelamento delle pensioni è iniziata una discussione simile a quella vista per la richiesta (poi ritirata) del Pd di reintrodurre il pagamento della prima rata Imu per gli appartamenti con rendita catastale superiore a 750 euro. Salvo poi scoprire che, in quella fascia, ci sono anche i monolocali.
Sono davvero questi i ricchi o i pensionati d’oro ai quali chiedere altri sacrifici di fronte a una spesa pubblica di 800 miliardi? Sembra proprio di no. Certo, il congelamento riguarda una parte dei pensionati, visto che circa il 50% delle rendite non supera la soglia dei mille euro mensili. Ma definirle pensioni d’oro è scorretto. E poco rispettoso per le persone che, legittimamente, con il loro lavoro, hanno versato i contributi per ricevere una pensione.
Certo, gli assegni previdenziali d’oro esistono, ma su quelli, finora, non si sono visti interventi così veloci come il percorso parlamentare che li ha introdotti. In beffa di ogni risparmio. E di ogni equità sociale. Toccarle, spiegano i tecnici, aprirebbe un contenzioso che coinvolgerebbe la Corte Costituzionale. Meglio prendersela allora con la soglia dei 3 mila euro. È più facile e i risparmi sono assicurati. E le forbici sulla spesa pubblica? Un’altra volta (forse).Lasciate stare i pensionati
Ci deve pur essere una tregua per chi, dopo anni di lavoro, aspira legittimamente al raggiungimento della pensione. Una tregua dal cambiamento che verrà: perché le riforme pensionistiche sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Ci deve pur essere una tregua dalle continue dichiarazioni dei ministri e dei parlamentari. Una tregua dall’incertezza sull’età alla quale si avrà il diritto di lasciare il posto di lavoro. Eppure questa tregua appare un miraggio. L’incertezza previdenziale sembra una condizione necessaria per l’Italia, sempre in bilico su un deficit e un debito pubblico cronicamente eccessivi. Ma è una situazione sempre più difficile da accettare.
Certo, il vincolo dei conti ha costretto i governi a intervenire più volte sul sistema pensionistico. La riforma Fornero consentirà di risparmiare qualcosa come 93 miliardi di euro. Prima c’erano stati Amato, Dini, Maroni, Prodi: le riforme previdenziali sono state probabilmente gli interventi che più hanno consentito di tenere l’Italia a galla. E in qualche modo i pensionandi, e i pensionati, hanno il merito di aver fatto i sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici. Ma è arrivato il momento di lasciarli, in qualche modo, stare. Di cercare altrove le risorse necessarie.
Prendiamo l’audizione tenuta ieri dal ministro del Welfare, Enrico Giovannini, alla Camera. Per le pensioni oltre sei volte l’assegno minimo, quindi pari a circa 3.000 euro lordi al mese (poco più di 2.000 netti), anche per l’anno prossimo scatterà il congelamento. Traduzione: non potranno essere indicizzate all’inflazione come invece accade per i redditi più bassi. Ricordiamo che le pensioni oltre i 1.800 euro sono già state congelate dal 2011 dal governo Monti e per ben due anni non sono state adeguate al caro vita. Il blocco di due anni, però, comporta una perdita che si ripercuote per decenni e sterilizza gli effetti moltiplicativi degli adeguamenti (non si prendono gli aumenti sugli aumenti). E bisogna anche tenere conto che dal 1992 tutte le rendite non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, come avveniva nella Prima Repubblica. Ma solo all’inflazione (e in modo parziale). In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto evaporare il loro potere d’acquisto.
E sul congelamento delle pensioni è iniziata una discussione simile a quella vista per la richiesta (poi ritirata) del Pd di reintrodurre il pagamento della prima rata Imu per gli appartamenti con rendita catastale superiore a 750 euro. Salvo poi scoprire che, in quella fascia, ci sono anche i monolocali.
Sono davvero questi i ricchi o i pensionati d’oro ai quali chiedere altri sacrifici di fronte a una spesa pubblica di 800 miliardi? Sembra proprio di no. Certo, il congelamento riguarda una parte dei pensionati, visto che circa il 50% delle rendite non supera la soglia dei mille euro mensili. Ma definirle pensioni d’oro è scorretto. E poco rispettoso per le persone che, legittimamente, con il loro lavoro, hanno versato i contributi per ricevere una pensione.
Certo, gli assegni previdenziali d’oro esistono, ma su quelli, finora, non si sono visti interventi così veloci come il percorso parlamentare che li ha introdotti. In beffa di ogni risparmio. E di ogni equità sociale. Toccarle, spiegano i tecnici, aprirebbe un contenzioso che coinvolgerebbe la Corte Costituzionale. Meglio prendersela allora con la soglia dei 3 mila euro. È più facile e i risparmi sono assicurati. E le forbici sulla spesa pubblica? Un’altra volta (forse).
Italiani bocciati dall'Ocse: non sanno contare ne' parlare
(AGI) - Bruxelles, 9 ott. - Oltre un italiano adulto su quattro non possiede le competenze alfabetiche e digitali di base.
Quasi uno su tre ha esigue conoscenze matematiche. Lo riporta la prima indagine internazionale sulla competenza degli adulti, condotta dall'Ocse e dalla Commissione europea sulle persone tra i 16-65 anni in 17 Stati membri dell'Ue piu' altri sette paesi non europei. In Italia, il 27% degli intervistati non ha adeguate competenze alfabetiche. Quasi il 32% non possiede quelle matematiche e un italiano adulto su quattro non e' in grado di utilizzare gli strumenti di base delle nuove tecnologie. In tutti questi campi, l'Italia si e' classificata all'ultimo posto, seguita in quasi tutti i settori dalla Spagna. In Italia, inoltre, la differenza tra chi ha genitori con titoli di studio migliori e chi invece proviene da famiglie che non hanno conseguito diplomi universitari o di scuola secondaria e' piu' marcata rispetto agli altri paesi. Il dato complessivo europeo mostra che a non possedere le competenze di base alfabetiche e matematiche e' un adulto su cinque. E che la laurea non basta per garantire lo stesso grado di competenze rispetto fra diversi stati. Le competenze sono piu' scarse tra i disoccupati. Aumentano nel campo digitale (25% contro il 20% di quelle alfabetiche e numeriche). Le differenze tra gli Stati membri sono enormi e i divari generazionali sono notevoli, soprattutto in alcuni paesi. Proprio in Italia questo ultimo dato emerge in maniera piu' decisa: insieme a Spagna, Francia, Belgio e Finlandia siamo il paese in cui c'e' piu' differenza tra le competenze della fascia 25-34 anni e quelli dei 55-65, in favore dei piu' giovani. Ultimo dato: i punteggi delle competenze alfabetiche degli italiani (insieme a spagnoli, irlandesi e britannici) che possiedono un diploma sono piu' bassi di quelli di cittadini di molti altri paesi che non lo hanno. In generale, in tutti e tre i settori, i punteggi migliori sono stati fatti registrare dal Giappone, dalla Finlandia e nel campo delle competenze digitali da Olanda, Norvegia e Svezia.
(AGI) - Bruxelles, 9 ott. - Oltre un italiano adulto su quattro non possiede le competenze alfabetiche e digitali di base.
Quasi uno su tre ha esigue conoscenze matematiche. Lo riporta la prima indagine internazionale sulla competenza degli adulti, condotta dall'Ocse e dalla Commissione europea sulle persone tra i 16-65 anni in 17 Stati membri dell'Ue piu' altri sette paesi non europei. In Italia, il 27% degli intervistati non ha adeguate competenze alfabetiche. Quasi il 32% non possiede quelle matematiche e un italiano adulto su quattro non e' in grado di utilizzare gli strumenti di base delle nuove tecnologie. In tutti questi campi, l'Italia si e' classificata all'ultimo posto, seguita in quasi tutti i settori dalla Spagna. In Italia, inoltre, la differenza tra chi ha genitori con titoli di studio migliori e chi invece proviene da famiglie che non hanno conseguito diplomi universitari o di scuola secondaria e' piu' marcata rispetto agli altri paesi. Il dato complessivo europeo mostra che a non possedere le competenze di base alfabetiche e matematiche e' un adulto su cinque. E che la laurea non basta per garantire lo stesso grado di competenze rispetto fra diversi stati. Le competenze sono piu' scarse tra i disoccupati. Aumentano nel campo digitale (25% contro il 20% di quelle alfabetiche e numeriche). Le differenze tra gli Stati membri sono enormi e i divari generazionali sono notevoli, soprattutto in alcuni paesi. Proprio in Italia questo ultimo dato emerge in maniera piu' decisa: insieme a Spagna, Francia, Belgio e Finlandia siamo il paese in cui c'e' piu' differenza tra le competenze della fascia 25-34 anni e quelli dei 55-65, in favore dei piu' giovani. Ultimo dato: i punteggi delle competenze alfabetiche degli italiani (insieme a spagnoli, irlandesi e britannici) che possiedono un diploma sono piu' bassi di quelli di cittadini di molti altri paesi che non lo hanno. In generale, in tutti e tre i settori, i punteggi migliori sono stati fatti registrare dal Giappone, dalla Finlandia e nel campo delle competenze digitali da Olanda, Norvegia e Svezia.
martedì 8 ottobre 2013
Mps, nel nuovo piano chiesto dalla Ue gli esuberi salgono a 8 mila unità
Aumento di capitale da 2,5 miliardi per rimborsare
3 miliardi di Monti Bond ..........
Un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro per rimborsare, già nel 2014, ben 3 miliardi di soldi pubblici ricevuti sotto forma di Monti bond sui 4,1 totali ottenuti, per avere il via libera definitivo della Commissione europea sugli aiuti di Stato, atteso entro il 14 novembre. È questo l’obiettivo principale del nuovo piano di ristrutturazione di Mps approvato lunedì 7 ottobre dal consiglio di amministrazione presieduto da Alessandro Profumo.
Il personale totale si ridurrà di 8.000 unità, compresi i 2.700 già usciti dall’istituto a cominciare dal 2011. Altre 150 filiali verranno chiuse entro il 2017 oltre alle 400 di cui è prevista la chiusura entro la fine dell’anno – e già contenute nel precedente piano del 2012 - per risparmiare circa 440 milioni di euro, «grazie anche alla ristrutturazione dell’obbligazione “Chianti Classico”» come è indicato senza altre spiegazioni, almeno per ora, nelle slide che il direttore generale Fabrizio Viola sta presentando lunedì nel tardo pomeriggio.
Previsto anche un calo dell’esposizione in titoli di Stato di circa 6 miliardi entro il 2017 dagli attuali 23 miliardi. Tra le grandi linee del piano, attesi un aumento dei ricavi dello 0,8%, costi operativi in calo del 4,8%, un rapporto tra raccolta e impieghi del 90% e un ritorno sul capitale tangibile (Rote) del 9%, con un utile di 900 milioni a fine piano. Mps si impegna inoltre «a rispettare il limite massimo di remunerazione - concordato con la Commissione Europea per un importo pari a 500.000 euro - fino al completamento dell’aumento di capitale o al rimborso integrale dei Nuovi Strumenti Finanziari». In attesa del piano, il titolo Mps è stato il migliore della seduta in Piazza Affari chiudendo in rialzo del 6,26% a 0,23 euro
07 ottobre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Aumento di capitale da 2,5 miliardi per rimborsare
3 miliardi di Monti Bond ..........
Un aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro per rimborsare, già nel 2014, ben 3 miliardi di soldi pubblici ricevuti sotto forma di Monti bond sui 4,1 totali ottenuti, per avere il via libera definitivo della Commissione europea sugli aiuti di Stato, atteso entro il 14 novembre. È questo l’obiettivo principale del nuovo piano di ristrutturazione di Mps approvato lunedì 7 ottobre dal consiglio di amministrazione presieduto da Alessandro Profumo.
Il personale totale si ridurrà di 8.000 unità, compresi i 2.700 già usciti dall’istituto a cominciare dal 2011. Altre 150 filiali verranno chiuse entro il 2017 oltre alle 400 di cui è prevista la chiusura entro la fine dell’anno – e già contenute nel precedente piano del 2012 - per risparmiare circa 440 milioni di euro, «grazie anche alla ristrutturazione dell’obbligazione “Chianti Classico”» come è indicato senza altre spiegazioni, almeno per ora, nelle slide che il direttore generale Fabrizio Viola sta presentando lunedì nel tardo pomeriggio.
Previsto anche un calo dell’esposizione in titoli di Stato di circa 6 miliardi entro il 2017 dagli attuali 23 miliardi. Tra le grandi linee del piano, attesi un aumento dei ricavi dello 0,8%, costi operativi in calo del 4,8%, un rapporto tra raccolta e impieghi del 90% e un ritorno sul capitale tangibile (Rote) del 9%, con un utile di 900 milioni a fine piano. Mps si impegna inoltre «a rispettare il limite massimo di remunerazione - concordato con la Commissione Europea per un importo pari a 500.000 euro - fino al completamento dell’aumento di capitale o al rimborso integrale dei Nuovi Strumenti Finanziari». In attesa del piano, il titolo Mps è stato il migliore della seduta in Piazza Affari chiudendo in rialzo del 6,26% a 0,23 euro
07 ottobre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Salvataggio Alitalia , fumata nera a Palazzo Chigi
Il governo cerca un nuovo partner pubblico
Lupi: «Mai proposto ingresso Fs». Scaroni : «Eni non può tenerla in vita col carburante». Cauto ottimismo nella compagnia Salvataggio Alitalia , fumata nera a Palazzo Chigi
Esplora il significato del termine: Il governo cerca un partner pubblico per Alitalia, mentre sfuma, tra le altre, l’ipotesi di un accordo con le Ferrovie. Gli incontri vanno avanti a oltranza dopo che il vertice di lunedì sera a Palazzo Chigi ha prodotto una fumata nera sul rifinanziamento da 300 milioni e un clima a dir poco concitato. A sera, qualcuno, tra i presenti alla riunione, resta convinto che l’unica soluzione percorribile resta la vendita ad Air France-Klm. I vertici della compagnia lasciano filtrare un cauto ottimismo. Le riunioni proseguono a oltranza da martedì.
Per il governo erano presenti il premier Enrico Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi, e i ministri Flavio Zanonato (Sviluppo) e Maurizio Lupi (Trasporti); per la compagnia hanno partecipato il presidente e l’amministratore delegato, Roberto Colaninno e Gabriele del Torchio, le banche erano rappresentate da Federico Ghizzoni (Unicredit), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo). Il vertice non si è privato di una rappresentanza di consulenti legali.
La situazione è «seria, grave, tesissima», hanno riferito alcune fonti alle agenzie di stampa confermando che non è stato trovato quell’accordo «di sistema» che doveva consentire ad Alitalia i 300 milioni di cui ha bisogno per sostenere il piano industriale al 2016. A dispetto delle indiscrezioni circolate in giornata, l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti avrebbe incontrato gli esponenti del governo separatamente, prima della riunione su Alitalia.
«Il governo non ha mai proposto un ingresso di Fs in Alitalia», ha sostenuto Lupi. «Si stanno verificando tutte le ipotesi a fronte di un progetto industriale per come salvaguardare un asset strategico. Continuiamo a lavorare» ha aggiunto il ministro.
In serata pesano come pietre le parole di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni: Alitalia avrà carburante «fino al 12 ottobre». «Non possiamo rinnovare il fido a una società che non da’ sicurezza - ha detto il numero uno dell’Eni da New York - . Abbiamo già un’esposizione importante ma se la società non riscuote nemmeno la fiducia dei suoi azionisti, non possiamo tenerla in vita noi con il carburante».
08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATAIl governo cerca un partner pubblico per Alitalia, mentre sfuma, tra le altre, l’ipotesi di un accordo con le Ferrovie. Gli incontri vanno avanti a oltranza dopo che il vertice di lunedì sera a Palazzo Chigi ha prodotto una fumata nera sul rifinanziamento da 300 milioni e un clima a dir poco concitato. A sera, qualcuno, tra i presenti alla riunione, resta convinto che l’unica soluzione percorribile resta la vendita ad Air France-Klm. I vertici della compagnia lasciano filtrare un cauto ottimismo. Le riunioni proseguono a oltranza da martedì.
Per il governo erano presenti il premier Enrico Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi, e i ministri Flavio Zanonato (Sviluppo) e Maurizio Lupi (Trasporti); per la compagnia hanno partecipato il presidente e l’amministratore delegato, Roberto Colaninno e Gabriele del Torchio, le banche erano rappresentate da Federico Ghizzoni (Unicredit), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo). Il vertice non si è privato di una rappresentanza di consulenti legali.
La situazione è «seria, grave, tesissima», hanno riferito alcune fonti alle agenzie di stampa confermando che non è stato trovato quell’accordo «di sistema» che doveva consentire ad Alitalia i 300 milioni di cui ha bisogno per sostenere il piano industriale al 2016. A dispetto delle indiscrezioni circolate in giornata, l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti avrebbe incontrato gli esponenti del governo separatamente, prima della riunione su Alitalia.
«Il governo non ha mai proposto un ingresso di Fs in Alitalia», ha sostenuto Lupi. «Si stanno verificando tutte le ipotesi a fronte di un progetto industriale per come salvaguardare un asset strategico. Continuiamo a lavorare» ha aggiunto il ministro.
In serata pesano come pietre le parole di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni: Alitalia avrà carburante «fino al 12 ottobre». «Non possiamo rinnovare il fido a una società che non da’ sicurezza - ha detto il numero uno dell’Eni da New York - . Abbiamo già un’esposizione importante ma se la società non riscuote nemmeno la fiducia dei suoi azionisti, non possiamo tenerla in vita noi con il carburante».
08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il governo cerca un nuovo partner pubblico
Lupi: «Mai proposto ingresso Fs». Scaroni : «Eni non può tenerla in vita col carburante». Cauto ottimismo nella compagnia Salvataggio Alitalia , fumata nera a Palazzo Chigi
Esplora il significato del termine: Il governo cerca un partner pubblico per Alitalia, mentre sfuma, tra le altre, l’ipotesi di un accordo con le Ferrovie. Gli incontri vanno avanti a oltranza dopo che il vertice di lunedì sera a Palazzo Chigi ha prodotto una fumata nera sul rifinanziamento da 300 milioni e un clima a dir poco concitato. A sera, qualcuno, tra i presenti alla riunione, resta convinto che l’unica soluzione percorribile resta la vendita ad Air France-Klm. I vertici della compagnia lasciano filtrare un cauto ottimismo. Le riunioni proseguono a oltranza da martedì.
Per il governo erano presenti il premier Enrico Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi, e i ministri Flavio Zanonato (Sviluppo) e Maurizio Lupi (Trasporti); per la compagnia hanno partecipato il presidente e l’amministratore delegato, Roberto Colaninno e Gabriele del Torchio, le banche erano rappresentate da Federico Ghizzoni (Unicredit), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo). Il vertice non si è privato di una rappresentanza di consulenti legali.
La situazione è «seria, grave, tesissima», hanno riferito alcune fonti alle agenzie di stampa confermando che non è stato trovato quell’accordo «di sistema» che doveva consentire ad Alitalia i 300 milioni di cui ha bisogno per sostenere il piano industriale al 2016. A dispetto delle indiscrezioni circolate in giornata, l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti avrebbe incontrato gli esponenti del governo separatamente, prima della riunione su Alitalia.
«Il governo non ha mai proposto un ingresso di Fs in Alitalia», ha sostenuto Lupi. «Si stanno verificando tutte le ipotesi a fronte di un progetto industriale per come salvaguardare un asset strategico. Continuiamo a lavorare» ha aggiunto il ministro.
In serata pesano come pietre le parole di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni: Alitalia avrà carburante «fino al 12 ottobre». «Non possiamo rinnovare il fido a una società che non da’ sicurezza - ha detto il numero uno dell’Eni da New York - . Abbiamo già un’esposizione importante ma se la società non riscuote nemmeno la fiducia dei suoi azionisti, non possiamo tenerla in vita noi con il carburante».
08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATAIl governo cerca un partner pubblico per Alitalia, mentre sfuma, tra le altre, l’ipotesi di un accordo con le Ferrovie. Gli incontri vanno avanti a oltranza dopo che il vertice di lunedì sera a Palazzo Chigi ha prodotto una fumata nera sul rifinanziamento da 300 milioni e un clima a dir poco concitato. A sera, qualcuno, tra i presenti alla riunione, resta convinto che l’unica soluzione percorribile resta la vendita ad Air France-Klm. I vertici della compagnia lasciano filtrare un cauto ottimismo. Le riunioni proseguono a oltranza da martedì.
Per il governo erano presenti il premier Enrico Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi, e i ministri Flavio Zanonato (Sviluppo) e Maurizio Lupi (Trasporti); per la compagnia hanno partecipato il presidente e l’amministratore delegato, Roberto Colaninno e Gabriele del Torchio, le banche erano rappresentate da Federico Ghizzoni (Unicredit), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Gerardo Braggiotti (Banca Leonardo). Il vertice non si è privato di una rappresentanza di consulenti legali.
La situazione è «seria, grave, tesissima», hanno riferito alcune fonti alle agenzie di stampa confermando che non è stato trovato quell’accordo «di sistema» che doveva consentire ad Alitalia i 300 milioni di cui ha bisogno per sostenere il piano industriale al 2016. A dispetto delle indiscrezioni circolate in giornata, l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti avrebbe incontrato gli esponenti del governo separatamente, prima della riunione su Alitalia.
«Il governo non ha mai proposto un ingresso di Fs in Alitalia», ha sostenuto Lupi. «Si stanno verificando tutte le ipotesi a fronte di un progetto industriale per come salvaguardare un asset strategico. Continuiamo a lavorare» ha aggiunto il ministro.
In serata pesano come pietre le parole di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni: Alitalia avrà carburante «fino al 12 ottobre». «Non possiamo rinnovare il fido a una società che non da’ sicurezza - ha detto il numero uno dell’Eni da New York - . Abbiamo già un’esposizione importante ma se la società non riscuote nemmeno la fiducia dei suoi azionisti, non possiamo tenerla in vita noi con il carburante».
08 ottobre 2013 (modifica il 08 ottobre 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
venerdì 4 ottobre 2013
Niente inglese, siamo italiani tutti a lezione di russo e cinese
Per lavoro o per passione, nel nostro Paese si registra un boom di richieste per imparare gli "idiomi del futuro". La lingua dei britannici invece è in calo e le scuole offrono corsi a prezzi stracciati per recuperare studenti
di IRENE MARIA SCALISE
Niente inglese, siamo italiani tutti a lezione di russo e cineseSiamo tutti russi, arabi e cinesi. C'è Francesco che ha una moglie russa e sogna di riuscire a dirle "ti amo" senza traduttore. E Marco, architetto, che andrà a vivere negli Emirati ma conosce soltanto una parola: shukran. Oppure Lucia, che deve gestire i rapporti con il mercato cinese. Sono solo alcuni dei tantissimi italiani che, negli ultimi mesi, hanno deciso d'investire il loro tempo nello studio di russo, cinese e arabo.
È già un boom quello degli idiomi di un futuro che, a quanto pare, è già presente. Difficile fare un calcolo esatto, tra corsi privati, lezioni casalinghe e università, ma si stima siano parecchie decine di migliaia. E continuano ad aumentare. I motivi? Il lavoro, per chi ce l'ha e per chi lo cerca. Ma ci si mette anche il cuore: sono sempre più, infatti, i matrimoni misti. E le scuole d'inglese, costrette a combattere la nuova concorrenza, propongono corsi low cost.
Dal Sant George Institute di Roma non hanno dubbi: "Negli ultimi anni abbiamo registrato un aumento del 40 per cento di iscritti ai corsi di arabo, cinese e russo. La Cina è sempre più forte economicamente ma molti manager arrivano da noi disperati perché i cinesi non parlano inglese e lavorare con loro è impossibile". Precisa Rossanna Fulchini, responsabile della scuola Alce di Bologna: "Quasi sempre è il business a spingere gli italiani verso queste lingue. Chi studia il mandarino o il russo lo fa perché è in qualche modo coinvolto in attività di import-export, ma ci sono anche molti medici che vanno a lavorare in ospedali all'estero".
Un target giovane è quello segnalato dall'Istituto di lingua russa di Roma: "Le iscrizioni sono salite del 20 per cento e se prima gli studenti si avvicinavano per interesse culturale, adesso lo fanno per completare la loro formazione universitaria con soggiorni studio all'estero". Diversa la fotografia dell'Associazione Italia-Russia di Milano: "L'età dello studente-tipo è tra i 25 e i 40 anni, il motivo è professionale e la crescita d'iscrizioni nell'ultimo anno è stata del 49 per cento".
Ma russo, cinese e arabo fanno concorrenza al "tradizionale" inglese anche nei piccoli centri. Spiega Monica Bossola di Hablando, in provincia di Verona: "Le richieste per i corsi d'inglese arrivano dagli studenti che hanno "debiti" mentre a mandarino, arabo e russo si iscrivono molti manager di aziende che operano nel settore del tabacco o dell'arredo". Target ampio anche quello della Wall Street di Genova: "Negli ultimi anni la richiesta per russo, arabo e cinese è salita del 15 per cento e la forbice si è allargata, dai giovanissimi sino ai manager cinquantenni. Ma gli allievi con i capelli grigi sono in aumento".
Cambiano le motivazioni all'Istituto per l'Oriente Carlo Alfonso Nallino di Roma. "La metà sono universitari che vogliono conoscere l'arabo per arricchire la propria formazione" - spiega il responsabile della scuola, Fabio Pietrobarbaro - "l'altra metà ne hanno bisogno per professione o perché sono nati in Italia ma non vogliono perdere contatti con i parenti nel Paese di origine". Se nel 2000 erano circa 2 milioni i "non cinesi" che studiavano la lingua oggi sono più di 50 milioni. E per gli appassionati del mandarino l'indirizzo più popolare è quello degli istituti Confucio. "La crescita degli studenti è vertiginosa" - dicono dalla sede di Roma - "aumentano i bimbi perché i genitori vogliono investire sul futuro dei figli e il cinese diventa la seconda lingua".
E l'inglese? Vista la concorrenza le scuole abbassano le tariffe. E l'offerta diventa low cost. Le più allettanti sono quelle dei gruppi di acquisto. Come Groupon, che offre un corso british a 79 euro invece di 790 (sconto del 90%). La New York School di Roma propone singole ore a 7,80 euro l'ora. C'è poi lo Shenker Low Cost a 10 euro l'ora, l'Istituto Scolastico Internazionale 48 ore per 270 euro e il British Centre a 8 euro l'ora.
(03 ottobre 2013)
Per lavoro o per passione, nel nostro Paese si registra un boom di richieste per imparare gli "idiomi del futuro". La lingua dei britannici invece è in calo e le scuole offrono corsi a prezzi stracciati per recuperare studenti
di IRENE MARIA SCALISE
Niente inglese, siamo italiani tutti a lezione di russo e cineseSiamo tutti russi, arabi e cinesi. C'è Francesco che ha una moglie russa e sogna di riuscire a dirle "ti amo" senza traduttore. E Marco, architetto, che andrà a vivere negli Emirati ma conosce soltanto una parola: shukran. Oppure Lucia, che deve gestire i rapporti con il mercato cinese. Sono solo alcuni dei tantissimi italiani che, negli ultimi mesi, hanno deciso d'investire il loro tempo nello studio di russo, cinese e arabo.
È già un boom quello degli idiomi di un futuro che, a quanto pare, è già presente. Difficile fare un calcolo esatto, tra corsi privati, lezioni casalinghe e università, ma si stima siano parecchie decine di migliaia. E continuano ad aumentare. I motivi? Il lavoro, per chi ce l'ha e per chi lo cerca. Ma ci si mette anche il cuore: sono sempre più, infatti, i matrimoni misti. E le scuole d'inglese, costrette a combattere la nuova concorrenza, propongono corsi low cost.
Dal Sant George Institute di Roma non hanno dubbi: "Negli ultimi anni abbiamo registrato un aumento del 40 per cento di iscritti ai corsi di arabo, cinese e russo. La Cina è sempre più forte economicamente ma molti manager arrivano da noi disperati perché i cinesi non parlano inglese e lavorare con loro è impossibile". Precisa Rossanna Fulchini, responsabile della scuola Alce di Bologna: "Quasi sempre è il business a spingere gli italiani verso queste lingue. Chi studia il mandarino o il russo lo fa perché è in qualche modo coinvolto in attività di import-export, ma ci sono anche molti medici che vanno a lavorare in ospedali all'estero".
Un target giovane è quello segnalato dall'Istituto di lingua russa di Roma: "Le iscrizioni sono salite del 20 per cento e se prima gli studenti si avvicinavano per interesse culturale, adesso lo fanno per completare la loro formazione universitaria con soggiorni studio all'estero". Diversa la fotografia dell'Associazione Italia-Russia di Milano: "L'età dello studente-tipo è tra i 25 e i 40 anni, il motivo è professionale e la crescita d'iscrizioni nell'ultimo anno è stata del 49 per cento".
Ma russo, cinese e arabo fanno concorrenza al "tradizionale" inglese anche nei piccoli centri. Spiega Monica Bossola di Hablando, in provincia di Verona: "Le richieste per i corsi d'inglese arrivano dagli studenti che hanno "debiti" mentre a mandarino, arabo e russo si iscrivono molti manager di aziende che operano nel settore del tabacco o dell'arredo". Target ampio anche quello della Wall Street di Genova: "Negli ultimi anni la richiesta per russo, arabo e cinese è salita del 15 per cento e la forbice si è allargata, dai giovanissimi sino ai manager cinquantenni. Ma gli allievi con i capelli grigi sono in aumento".
Cambiano le motivazioni all'Istituto per l'Oriente Carlo Alfonso Nallino di Roma. "La metà sono universitari che vogliono conoscere l'arabo per arricchire la propria formazione" - spiega il responsabile della scuola, Fabio Pietrobarbaro - "l'altra metà ne hanno bisogno per professione o perché sono nati in Italia ma non vogliono perdere contatti con i parenti nel Paese di origine". Se nel 2000 erano circa 2 milioni i "non cinesi" che studiavano la lingua oggi sono più di 50 milioni. E per gli appassionati del mandarino l'indirizzo più popolare è quello degli istituti Confucio. "La crescita degli studenti è vertiginosa" - dicono dalla sede di Roma - "aumentano i bimbi perché i genitori vogliono investire sul futuro dei figli e il cinese diventa la seconda lingua".
E l'inglese? Vista la concorrenza le scuole abbassano le tariffe. E l'offerta diventa low cost. Le più allettanti sono quelle dei gruppi di acquisto. Come Groupon, che offre un corso british a 79 euro invece di 790 (sconto del 90%). La New York School di Roma propone singole ore a 7,80 euro l'ora. C'è poi lo Shenker Low Cost a 10 euro l'ora, l'Istituto Scolastico Internazionale 48 ore per 270 euro e il British Centre a 8 euro l'ora.
(03 ottobre 2013)
Casa24Mercato
Oro contro mattone, la sfida dell'autunno
La crisi economica impone prudenza negli investimenti, ma anche una ricerca mirata verso rendimenti sicuri e protezione del capitale. Una cautela oggi necessaria anche nei confronti di due beni rifugio per eccellenza come l'oro e il mattone, sotto i riflettori più per l'andamento poco confortante che per la certezza della resa. L'oro da inizio anno ha perso oltre il 20%, il mattone è in crisi da sei anni ormai. E lo shutdown americano degli ultimi tre giorni potrebbe comprimere ulteriormente i valori del metallo giallo. Quale futuro dunque?
Anja Hochberg, Head Investment Strategy dell'Asset Management di Credit Suisse, ritiene che l'oro come il real estate siano entrambi utili e importanti elementi per diversificare il portafoglio. "Mentre non vediamo dei rialzi rilevanti per l'oro nei prossimi due mesi – dice -, di fatto nel lungo periodo l'oro è ben supportato ed è un ottimo hedge di lungo specie nei confronti dell'inflazione. Ed è percepito come un bene rifugio".
Quale sarà il trend per il real estate in Italia e in Europa? "Anche se di fatto al momento per i prossimi mesi preferiamo gli Usa e alcuni mercati asiatici, in Europa manteniamo un atteggiamento positivo specie verso la Germania – dice -. Con riferimento all'Europa periferica, se si guardano le valutazioni del real estate commerciale in primarie location (Milano) sembra che vi sia una ripresa dell'attrattività. Pensiamo infatti che questi mercati possano attirare l'attenzione degli investitori nel 2014, se si conferma una situazione di stabilità economica per l'Europa e per l'Italia in particolare".
Il costo/opportunità di detenere oro peggiora in un contesto di tassi che tendono al rialzo. Peraltro a oggi potrebbe continuare il rischio di sell off visto nei mesi precedenti. "L'oro è un asset che performa bene nei periodo di crisi -dice - ed è un ottimo hedge per l'inflazione e per gli imprevisti. Non dimentichiamoci che il mercato dell'oro è globale e quindi è un asset estremamente liquido". Molto meno liquido è il mercato immobiliare. Soprattutto in Italia in questa fase. Ed è legato a un singolo mercato di riferimento. Il real estate può dare rendimenti che in questa fase di post-correzione dei prezzi si sono fatti interessanti. "Fatte queste considerazioni riteniamo preferibile investire in real estate, viste le previsioni di una lenta uscita dalla crisi dell'Europa e di attese di tassi bassi ancora per un periodo, come indicato da Draghi".
Il trend
Il 2013 è stato l'anno della discesa per l'oro, dopo 12 anni di rally ininterrotto. Il metallo giallo da inizio anno fino a ieri ha ceduto il 21% circa, in mezzo un mini-rally in occasione della scelta della Fed di mantenere la strategia del quantitative easing. Oggi l'oro vale 1.309 dollari all'oncia e perde quindi il suo appeal di bene rifugio, almeno nei prossimi 18 mesi per SocGen, che ha appena pubblicato un report sull'incidenza delle scelte della Fed in materia di politica economica (la Fed ha scelto di mantenere invariata la strategia del quantitative easing - acquisto di 85 miliardi di dollari al mese di bond -, prigioniera delle sue stesse scelte passate). Il risultato? SocGen mantiene invariate le stime sul trend del metallo giallo: un prezzo medio di 1.225 dollari durante il quarto trimestre 2013 ma una discesa fino a 1.100 dollari durante il 2014.
Non tutti sono concordi. Dalle ultime previsioni lo scenario resta difficile nel breve periodo, ma nel medio-lungo la domanda da India e Cina potrebbe favorire la ripresa delle quotazioni, tanto che la London Bullion association prevede una ripresa dei prezzi che nel giro di un anno potrebbero tornare sopra 1.400 dollari l'oncia.
Casa24Mercato
Oro contro mattone, la sfida dell'autunno
Il mattone è l'oro delle famiglie italiane
Antagonista dell'oro potrebbe essere il mattone. Altro bene rifugio per eccellenza, meno liquido ma in alcuni casi più appetibile.
Il mattone è vero non dà cenni di ripresa a breve, anche se qualche operatore intravede timidi segnali di decelerazione nella discesa. Nomisma prevede una stabilizzazione delle compravendite, con un cambio di intonazione tra la prima e la seconda parte dell'anno. "Di fatto il 2013 è il punto più basso del mercato in termini di transazioni - dice Luca Dondi, direttore generale di Nomisma -. Sul fronte prezzi, invece, prevediamo ancora cali, anche per tutto il 2014, che complessivamente saranno dell'entità del 6-7% circa in termini nominali (per ottenere il calo in termini reali bisogna considerare anche l'inflazione, e si arriva al 10%)". Qualcuno avanza l'ipotesi di cali ben più consistenti per vedere domanda e offerta incontrarsi di nuovo.
Nessuna possibilità di inversione di tendenza quindi anche per il 2014, certo è che a questo punto siamo oltre la metà di un ciclo negativo per il real estate, nei prossimi mesi tenendo d'occhio le quotazioni si potrebbe iniziare a pensare a qualche acquisto per impegnare il capitale in un'ottica di lungo periodo.
Inoltre oggi la liquidità deve trovare altre vie di impiego visti i massimi raggiunti da bond e azioni. "L'oro degli italiani è il mattone, che passa da una generazione all'altra come gioiello di famiglia – spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari -. Il mercato vede anche pochi scambi perché i passaggi avvengono all'interno della famiglia. Oro e mattone non sono confrontabili direttamente. Il mattone perde sempre sul breve con l'oro e vince alla distanza".
Ci sono poi degli aspetti fiscali che penalizzano il mattone nel breve periodo. L'Imu sulla seconda casa, le tasse e la fiscalità penalizzante se si vende entro i 5 anni. Se si guarda a un arco di 10 anni almeno allora il mattone resta un mercato interessante.
"Chi ha comprato nel 1990 e venduto nel 2000 ha guadagnato il 30% - dice Breglia -. L'oro oscilla di più, visto proprio il trend nell'ultimo periodo. Il mattone ha una banda di oscillazione massima in termini reali del 20%".
È vero poi, sostiene Breglia, che il mattone è molto più lento nelle reazioni, ma nemmeno l'oro è così facilmente liquidabile, se si pensa che i gioielli si vendono a peso e se si considerano anche le truffe dovute alle bilance truccate.
Non si riprenderanno, invece, il segmento della seconda casa e quello dell'investimento.
Ci saranno più investimenti nel non residenziale, i grandi investitori si stanno spostando verso i Paesi più sicuri dell'occidente, Paesi definiti core. Purtroppo in questo contesto l'Italia deve fare uno scatto in avanti per non restare sempre la seconda scelta.
Oro contro mattone, la sfida dell'autunno
La crisi economica impone prudenza negli investimenti, ma anche una ricerca mirata verso rendimenti sicuri e protezione del capitale. Una cautela oggi necessaria anche nei confronti di due beni rifugio per eccellenza come l'oro e il mattone, sotto i riflettori più per l'andamento poco confortante che per la certezza della resa. L'oro da inizio anno ha perso oltre il 20%, il mattone è in crisi da sei anni ormai. E lo shutdown americano degli ultimi tre giorni potrebbe comprimere ulteriormente i valori del metallo giallo. Quale futuro dunque?
Anja Hochberg, Head Investment Strategy dell'Asset Management di Credit Suisse, ritiene che l'oro come il real estate siano entrambi utili e importanti elementi per diversificare il portafoglio. "Mentre non vediamo dei rialzi rilevanti per l'oro nei prossimi due mesi – dice -, di fatto nel lungo periodo l'oro è ben supportato ed è un ottimo hedge di lungo specie nei confronti dell'inflazione. Ed è percepito come un bene rifugio".
Quale sarà il trend per il real estate in Italia e in Europa? "Anche se di fatto al momento per i prossimi mesi preferiamo gli Usa e alcuni mercati asiatici, in Europa manteniamo un atteggiamento positivo specie verso la Germania – dice -. Con riferimento all'Europa periferica, se si guardano le valutazioni del real estate commerciale in primarie location (Milano) sembra che vi sia una ripresa dell'attrattività. Pensiamo infatti che questi mercati possano attirare l'attenzione degli investitori nel 2014, se si conferma una situazione di stabilità economica per l'Europa e per l'Italia in particolare".
Il costo/opportunità di detenere oro peggiora in un contesto di tassi che tendono al rialzo. Peraltro a oggi potrebbe continuare il rischio di sell off visto nei mesi precedenti. "L'oro è un asset che performa bene nei periodo di crisi -dice - ed è un ottimo hedge per l'inflazione e per gli imprevisti. Non dimentichiamoci che il mercato dell'oro è globale e quindi è un asset estremamente liquido". Molto meno liquido è il mercato immobiliare. Soprattutto in Italia in questa fase. Ed è legato a un singolo mercato di riferimento. Il real estate può dare rendimenti che in questa fase di post-correzione dei prezzi si sono fatti interessanti. "Fatte queste considerazioni riteniamo preferibile investire in real estate, viste le previsioni di una lenta uscita dalla crisi dell'Europa e di attese di tassi bassi ancora per un periodo, come indicato da Draghi".
Il trend
Il 2013 è stato l'anno della discesa per l'oro, dopo 12 anni di rally ininterrotto. Il metallo giallo da inizio anno fino a ieri ha ceduto il 21% circa, in mezzo un mini-rally in occasione della scelta della Fed di mantenere la strategia del quantitative easing. Oggi l'oro vale 1.309 dollari all'oncia e perde quindi il suo appeal di bene rifugio, almeno nei prossimi 18 mesi per SocGen, che ha appena pubblicato un report sull'incidenza delle scelte della Fed in materia di politica economica (la Fed ha scelto di mantenere invariata la strategia del quantitative easing - acquisto di 85 miliardi di dollari al mese di bond -, prigioniera delle sue stesse scelte passate). Il risultato? SocGen mantiene invariate le stime sul trend del metallo giallo: un prezzo medio di 1.225 dollari durante il quarto trimestre 2013 ma una discesa fino a 1.100 dollari durante il 2014.
Non tutti sono concordi. Dalle ultime previsioni lo scenario resta difficile nel breve periodo, ma nel medio-lungo la domanda da India e Cina potrebbe favorire la ripresa delle quotazioni, tanto che la London Bullion association prevede una ripresa dei prezzi che nel giro di un anno potrebbero tornare sopra 1.400 dollari l'oncia.
Casa24Mercato
Oro contro mattone, la sfida dell'autunno
Il mattone è l'oro delle famiglie italiane
Antagonista dell'oro potrebbe essere il mattone. Altro bene rifugio per eccellenza, meno liquido ma in alcuni casi più appetibile.
Il mattone è vero non dà cenni di ripresa a breve, anche se qualche operatore intravede timidi segnali di decelerazione nella discesa. Nomisma prevede una stabilizzazione delle compravendite, con un cambio di intonazione tra la prima e la seconda parte dell'anno. "Di fatto il 2013 è il punto più basso del mercato in termini di transazioni - dice Luca Dondi, direttore generale di Nomisma -. Sul fronte prezzi, invece, prevediamo ancora cali, anche per tutto il 2014, che complessivamente saranno dell'entità del 6-7% circa in termini nominali (per ottenere il calo in termini reali bisogna considerare anche l'inflazione, e si arriva al 10%)". Qualcuno avanza l'ipotesi di cali ben più consistenti per vedere domanda e offerta incontrarsi di nuovo.
Nessuna possibilità di inversione di tendenza quindi anche per il 2014, certo è che a questo punto siamo oltre la metà di un ciclo negativo per il real estate, nei prossimi mesi tenendo d'occhio le quotazioni si potrebbe iniziare a pensare a qualche acquisto per impegnare il capitale in un'ottica di lungo periodo.
Inoltre oggi la liquidità deve trovare altre vie di impiego visti i massimi raggiunti da bond e azioni. "L'oro degli italiani è il mattone, che passa da una generazione all'altra come gioiello di famiglia – spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari -. Il mercato vede anche pochi scambi perché i passaggi avvengono all'interno della famiglia. Oro e mattone non sono confrontabili direttamente. Il mattone perde sempre sul breve con l'oro e vince alla distanza".
Ci sono poi degli aspetti fiscali che penalizzano il mattone nel breve periodo. L'Imu sulla seconda casa, le tasse e la fiscalità penalizzante se si vende entro i 5 anni. Se si guarda a un arco di 10 anni almeno allora il mattone resta un mercato interessante.
"Chi ha comprato nel 1990 e venduto nel 2000 ha guadagnato il 30% - dice Breglia -. L'oro oscilla di più, visto proprio il trend nell'ultimo periodo. Il mattone ha una banda di oscillazione massima in termini reali del 20%".
È vero poi, sostiene Breglia, che il mattone è molto più lento nelle reazioni, ma nemmeno l'oro è così facilmente liquidabile, se si pensa che i gioielli si vendono a peso e se si considerano anche le truffe dovute alle bilance truccate.
Non si riprenderanno, invece, il segmento della seconda casa e quello dell'investimento.
Ci saranno più investimenti nel non residenziale, i grandi investitori si stanno spostando verso i Paesi più sicuri dell'occidente, Paesi definiti core. Purtroppo in questo contesto l'Italia deve fare uno scatto in avanti per non restare sempre la seconda scelta.
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