martedì 16 luglio 2013

Da Professioni & Imprese

INTERVISTA. A colloquio con Antonio Polito, editorialista e saggista
Il tempo è scaduto
Siamo una grande realtà e un paese patrimonializzato. Abbiamo dunque le risorse e la storia industriale per ripartire, ma continuiamo ad avere una qualità pessima delle politiche pubbliche
A cura della Redazione  |  15 luglio 2013
di Massimiliano Cannata. "Da Milano deve partire una nuova rivoluzione industriale. Il Governo Letta ha intrapreso la strada giusta per ridare centralità ai temi del lavoro, dell'occupazione giovanile, ma occorre maggiore incisività per creare un contesto veramente favorevole allo sviluppo delle imprese". Romano Ambrogi, presidente di Aldai ha aperto i lavori dell'Assemblea Annuale che si è tenuta a Milano lo scorso 18 giugno (v. articolo a pagina 89), lanciando una provocazione molto forte alla classe politica, sottolineando che imprese e manager non sono disposte ad ammettere indugi: il tempo è
scaduto. Ne parliamo con Antonio Polito giornalista e saggista, che da molti anni segue con attenzione lo sviluppo dell'universo manageriale in rapporto ai grandi temi della politica e del dibattito pubblico. Nel recente saggio Contro i papà, dietro l'analisi del difficile rapporto generazionale tra i padri e i figli, Polito fa intravedere tutti i guasti di un ricambio che continua a mancare nell'ambito dell'intera classe dirigente italiana, mentre nell'ultimo lavoro In fondo a destra emerge il fallimento politico della cosiddetta "seconda repubblica", che ha di fatto lasciato il paese "bloccato" nelle secche di una crisi più grave e più lunga del previsto.

Polito, come giudica questa presa di posizione del mondo imprenditoriale della Lombardia, in cui opera circa un terzo dei dirigenti industriali italiani rappresentati da Federmanager?
Bisogna guardare con apprezzamento, oltre che con interesse, alle iniziative che il mondo di Federamanger sta intraprendendo per riportare al centro dell'agenda l'emergenza lavoro a tutti i livelli. Basti ricordare, per esempio, quello che sta accadendo riguardo alla necessità della ripresa industriale da più parti invocata. Dirigenti, manager, imprenditori che operano nelle grandi industrie, ma anche nelle Pmi danno giustamente voce a delle richieste che poi coincidono con quelle che il mondo produttivo in generale rivolge al potere politico. Trovo dunque che sia un metodo efficace quello di occuparsi del bene comune da parte di una categoria che ha il know how per articolare un discorso pubblico, se non altro perché conosce l'andamento delle aziende italiane e dunque nella nostra economia. La recente nascita di Prioritalia (lo scorso 10 giugno è stato redatto l'atto formale di costituzione, ndr) – il think tank che di fatto si presenta come un punto di convergenza tra le realtà di Federmanager, Manager Italia e la Nuova Cida, che ha l'ambizione di sottoporre all'attenzione delle istituzioni un "Progetto-Paese" − conferma un orientamento che si è visto anche a Milano e che va nella direzione giusta.

Aldai ha suggerito la costituzione di un Tavolo di confronto con la Regione Lombardia che poggia su cinque proposte concrete, ma anche molto impegnative. Dove trovare le risorse per un progetto tanto ambizioso?
Difficile rispondere. Una cosa è certa: il nostro sistema industriale è messo alla prova. Particolarmente duri sono stati questi anni di recessione, che sono arrivati, peraltro, a seguito di un lungo declino. Non va dimenticato che ancor prima che la recessione facesse sentire i suoi effetti, abbiamo avuto un periodo di stagnazione, che perdura dalla metà degli anni Novanta. Quest'ultima è una delle ragioni per cui il nostro paese è rimasto più indietro rispetto ad altri contesti europei. Non dimentichiamo che il nostro reddito pro capite è tornato ai livelli della seconda metà degli anni Novanta, solo la Grecia ha fatto peggio di noi. In questo contesto, non certo roseo, la ripresa è una necessità, non una scelta astratta, perché di questo passo perdiamo il nostro posto nel mondo. Siamo pur sempre il secondo paese manifatturiero d'Europa e l'ottavo del mondo, siamo infatti capaci di esprimere il 3,3% del Pil mondiale nel settore. Siamo una grande realtà e un paese patrimonializzato con ancora grandi capacità di risparmio, che in Italia si calcola in circa quattro volte il livello del debito pubblico. Abbiamo dunque le risorse e la storia industriale per ripartire. Purtroppo continuiamo a registrare una qualità pessima delle politiche pubbliche. La giustizia, l'istruzione, il mercato del lavoro, la ricerca, sono ambiti che dobbiamo rilanciare. Capisco i manager che hanno deciso di rivolgere una pressione ai poteri pubblici perché venga dato effetto concreto alle tante promesse di riforma non mantenute.

Quali conseguenze ha la sfiducia delle Pmi lombarde, delle partite Iva e dell'artigianato locale nei confronti della leadership regionale?
Molte sono le leadership indebolite in questa fase. Alcune addirittura non esistono più. Il Pd è ancora alla ricerca di una guida, il Pdl sappiamo in quali difficoltà naviga a seguito dei guai giudiziari di Berlusconi. Se non altro Roberto Maroni esercita una leadership, anche se indebolita dal conflitto interno, conflitto che esiste anche all'interno dei 5stelle e del Pdl. È dunque l'intero sistema Italia in difficoltà. Quello che piuttosto va notato, relativamente alla Lombardia, è semmai che ha rappresentato l'immagine ideale del modello di sviluppo economico e sociale incarnato dal centro destra. Questa regione è stata, nell'ultimo ventennio, retta sempre dal centro destra, dando corpo politico a un'alleanza speciale tra Lega e Forza Italia. Ha dunque espresso una sintesi tra due aspetti del nordismo, soprattutto è stata presentata al paese come il paradigma che ci avrebbe portato fuori dalla crisi. L'idea era chiara: lasciamo correre il Nord, diminuiamo le tasse (cosa che non è mai avvenuta con nessuno dei governi che si sono alternati) e tutto il paese ripartirà. Questo modello è chiaramente in crisi. Per tornare alla sua domanda, il punto debole dell'esperienza Maroni sta proprio in questa crisi del modello lombardo, che non può essere neanche lontanamente pareggiato dall'ipotesi della macro regione, realtà di difficilissima realizzazione costituzionale e forse di dubbia utilità pratica.

Rimanendo sui temi politici. Il "decreto del fare" va interpretato come un "primo passo" positivo da parte del governo?
È divertente che in Italia si facciano decreti del fare, è un modo per dire che gli altri sono solo decreti del "chiacchierare". Dario Di Vico ha parlato sul "Corsera" della "politica del cacciavite". L'esecutivo sta intervenendo a raddrizzare le criticità più gravi, si potrebbe dire che è stata messa in campo una politica della microchirurgia, che riguarda aspetti molto specifici e particolari dell'intera attività economica e industriale. Certo alcune cose vanno nel segno giusto, ed erano lungamente attese, penso a certi limiti che andavano imposti a Equitalia, che ha assunto atteggiamenti sovente vessatori nei confronti del contribuente; allo stesso modo la possibilità di rateizzare più a lungo i debiti contratti con lo stato per le Pmi è un provvedimento necessario. Non credo, e lo sappiamo tutti, che basti per rilanciare l'economia. Paradossalmente sarebbe più efficace per la ripresa scongiurare l'aumento dell'Iva e l'abolizione dell'Imu. Servirebbero, almeno a livello macro-economico, il taglio della spesa pubblica attraverso la riduzione degli sprechi che ancora ci sono e, a livello europeo, una politica meno austera, in una parola, più proiettata alla crescita. Da questo punto di vista, le elezioni di settembre in Germania saranno decisive.

Proviamo a guardare oltreoceano, alla possibile intesa tra il nostro premier e Obama, che si è intravista nel corso dell'ultimo G8, su una nuova possibile stagione di grandi liberalizzazioni. Cosa c'è da aspettarsi?
Tenderei a non aspettarmi molto da quello che avviene all'estero. Letta si sta muovendo bene. Ha detto il giorno del suo insediamento: manteniamo gli impegni, non torniamo indietro. Abbiamo affrontato quattro anni di lacrime e sangue per rientrare dalla procedura di deficit eccessivo, adesso che finalmente siamo tornati tra i paesi virtuosi non buttiamo al vento quanto abbiamo fatto. Il risultato raggiunto ci darà una maggiore agibilità sul fronte della spesa, consentendoci di non sottostare ai diktat europei. Parallelamente il premier ha creato le condizioni per impegnare delle risorse cofinanziate dai progetti europei. Abbiamo 30 miliardi della Bei da impegnare per progetti di sviluppo, ognuno dei quali gode della metà del sostegno della Bei e in pari misura del finanziamento nazionale. L'idea su cui si sta lavorando è semplice: considerare queste risorse fuori dal patto di stabilità, in modo da poterne disporre senza limitazioni. Ho richiamato questo esempio per sostenere che si tratta di interventi utili, a patto di non dimenticare che la sostanza dei nostri problemi è indigena, e va ricercata nelle mancate riforme, che la politica non è stata in grado di fare nel momento giusto. Siamo
così fatalmente giunti al momento dell'auspicata ripresa appesantiti, stanchi, invecchiati, e con un sistema industriale sotto pressione.

lunedì 15 luglio 2013

Da Rischio calcolato
11 Segni Che l’Italia Sta Finendo in una Depressione Economica
da Zerohedge

Quando si ha troppo debito, iniziano ad accadere cose davvero brutte. Purtroppo questo è esattamente ciò che sta accadendo in Italia in questo momento. Le dure misure di austerità stanno facendo rallentare l’economia italiana ancora più di prmia. Eppure, anche con tutte le misure di austerità, il governo italiano continua solo ad accumulare più debito. Questo è esattamente lo stesso percorso che ha intrapreso la Grecia.

L’austerità provoca un calo nelle entrate pubbliche, cosa che impedisce il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del deficit, cosa che provoca ancora più misure di austerità. Ma se l’Italia crolla economicamente, sarà un affare molto più grande di quello che è stato in Grecia. L’Italia è la nona economia su tutto il pianeta. In realtà l’Italia era ottava, ma ora la Russia l’ha sorpassata.

Se l’Italia continuerà ad arrancare, anche India e Canada la sorpasseranno. E’ davvero una tragedia guardare ciò che sta accadendo in Italia, perché è davvero un posto meraviglioso. Quando ero bambino, mio ​​padre era in marina e ho avuto l’opportunità di vivere lì per un po’. E’ una terra con un clima meraviglioso, ottimo cibo e ottimo calcio. La gente è cordiale e la cultura è assolutamente affascinante. Ma ora il paese sta cadendo a pezzi.

I seguenti sono gli 11 segni che l’Italia sta scendendo in una depressione economica in piena regola…

Il tasso di disoccupazione in Italia è salito al 12.2%. Questa è la cifra più alta da 35 anni a questa parte.
Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è salito al 38.5%, e nel sud Italia ha recentemente raggiunto la soglia del 50%.
Una media di 134 punti vendita stanno chiudendo in Italia ogni singolo giorno. Nel complesso, circa 224,000 esercizi al dettaglio hanno chiuso dal 2008.
L’economia italiana è in contrazione da sette trimestri consecutivi.
E’ stato proiettato che il PIL in Italia si ridurrà dell’1.8% quest’anno.
La produzione industriale in Italia è diminuita per 15 mesi di fila. Ora è scesa al livello più basso sin da 25 anni.
Nel complesso, la produzione industriale in Italia è diminuita di circa un quarto sin dal 2008.
A Maggio le vendite di automobili in Italia sono diminuite dell’8% rispetto all’anno precedente.
Il numero di persone che sono considerate “gravemente povere” in Italia è raddoppiato negli ultimi due anni.
L’Italia ora ha un rapporto tra debito/PIL del 130%.
E’ stato proiettato che l’Italia avrà bisogno di un grande piano di salvataggio dell’UE entro sei mesi.
A questo punto, l’Italia è al verde.

E a differenza degli Stati Uniti o del Giappone, l’Italia non può più controllare una banca centrale e fargli stampare una gran quantità di nuovo denaro con cui comprare titoli di stato. L’Italia è sposata con l’euro, e questo limita fortemente le sue opzioni. Purtroppo il denaro sta finendo rapidamente. Quello che segue è un estratto da un recente articolo di Wolf Richter…

Nella maggior parte dei paesi significherebbe avere una bella faccia tosta, o forse un’ostentazione di follia politica, ma in Italia lascia il tempo che trova: un funzionario del governo, nondimeno un ministro, può dichiarare tranquillamente che il paese non può saldare i suoi conti di lunga data, e non per un mese o due ma per il resto di quest’anno! A causa di problemi “tecnici.”

Il governo italiano è senza soldi. Non che il governo degli Stati Uniti o quello giapponese stiano meglio, ma hanno le banche centrali che stampano denaro a tavoletta. L’Italia no. Ha la BCE che è gestita da un italiano il quale l’anno scorso ha promesso che stamperà soldi per tenere l’Italia a galla. Ma questa promessa non è la stessa cosa dell’avere una banca centrale propria.

Il 4 Luglio in Italia è venuto alla luce l’ennesimo fiasco per quanto riguarda il bilancio. Devastata dalla falsa austerità, le spese sono aumentate dell’1.3% nel primo trimestre, mentre le entrate sono rimasti invariate. Quindi il deficit è salito al 7.3% del PIL, rispetto al 6.6% dello scorso anno, portando il debito pubblico al 130% del PIL. Debito e deficit da capogiro in un’economia in avvizzimento — l’Italia è in recessione sin dal quarto trimestre del 2011 — è una combinazione tossica nell’Eurozona.
Anche se questi numeri possono sembrare davvero brutti, la realtà è che le persone che soffrono di più sono i cittadini medi. Molti italiani sono stati completamente devastati da questa depressione economica ed i suicidi sono alle stelle…

In Italia le tragiche storie di suicidi legati alla profonda recessione stanno diventando troppo frequenti. Il mese scorso vicino a Torino si è impiccato un ex-operaio perché non riusciva a trovare lavoro. A Maggio un giovane di Roma si è suicidato poco dopo aver perso il lavoro. Il giorno successivo il presidente Giorgio Napolitano ha pregato il governo affinché presti “la massima attenzione per le situazioni di maggior disagio e necessità” in modo da aiutare a fermare l’ondata di suicidi.
E’ assolutamente tragico.

Ma sapete una cosa?

Gli Stati Uniti sono diretti lungo lo stesso percorso dell’Italia.

Nei prossimi anni anche qui la disoccupazione ed i suicidi saliranno alle stelle.

Quelli che stanno mettendo la testa sotto la sabbia in questo momento saranno colti di sorpresa da quello che sta arrivando. Ma quelli che capiscono ciò che si staglia all’orizzonte, e si preparano, avranno migliori possibilità per uscirne con meno danni possibili.

L’Italia è un po’ come la Torre di Pisa. Tutti sanno che cadrà alla fine, e quando accadrà sarà una vera catastrofe.

Quando il sistema finanziario dell’Italia imploderà, questo sarà il segno che la situazione inizierà a deteriorarsi più rapidamente. Aspettatevi che i vari pezzi del domino inizino a cadere molto più rapidamente in seguito.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli
Una rivoluzione democratica a guida massonica?
postato alle ore: 15:41

di Francesco Salistrari.

Leggendo l'ultimo articolo di Gioele Magaldi (qui), interessante dall'inizio alla fine, apprendiamo tante notizie “succose” dalle quali estrapolare un quadro molto più netto dell'attuale situazione politica ed economica italiana e non solo dell'Italia.

Inoltre leggendo l'articolo fino in fondo, con attenzione certosina, riusciamo a farci un'idea più chiara della massoneria e di come funzionano i circoli elitari (come il Bilderberg ad esempio) e del ruolo che al loro interno svolgono i personaggi della nostra politica, del mondo imprenditoriale e dei media.

Un articolo che consiglio di leggere, non fosse altro perchè il Magaldi, leader dell'ala democratica e progressista (Grande Oriente Democratico, GOD) del Grande Oriente d'Italia (GOI), ribadisce alcuni concetti sui quali molti stanno già discutendo da tempo, nell'assoluto silenzio e isolamento mediatico e politico.

Un passo molto interessante a questo riguardo è senz'altro questo:

“Tutto ciò giova a chi ha speculato per mesi e mesi sulle differenze tra i rendimenti dei vari titoli di stato delle nazioni europee (sarebbe bastato creare degli eurobond, cioè dei titoli di stato europei unificati, per far cessare all’istante qualsivoglia speculazione sul famigerato SPREAD); giova a chi ha i mezzi per acquisire aziende dei vari Paesi in crisi a prezzi di saldo; giova a chi si accinge ad acquistare a prezzi vantaggiosi e stracciati beni e aziende di Stato messi in vendita a quattro soldi per fare cassa e favorire amici e amici degli amici di amministratori pubblici corrotti e infingardi; giova a chi si accinge a speculare sulla privatizzazione di servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana (privatizzazione motivata con le stesse pseudo-ragioni con cui si vorrebbe svendere il patrimonio immobiliare e aziendale statale e para-statale: bisogna fare cassa per diminuire il debito pubblico e poi lo Stato deve essere “minimo”, in omaggio ai principi della teologia dogmatica neoliberista); giova a chi desidera avere, nel cuore dell’Europa e dell’Occidente, una massa enorme di disoccupati disperati, rassegnati a costituire una manodopera a buon mercato per i nuovi padroni sovra-nazionali dei mezzi di produzione locali, acquisiti a prezzo di favore proprio grazie alla CRISI; giova a chi ha progettato una de-strutturazione sociale e politica delle lande europee, ri-trasformando i cittadini in sudditi con gli occhi rivolti al basso e solleciti soprattutto della propria sopravvivenza materiale, in modo tale che la sovranità, dal popolo, venga dirottata de facto (salvando le forme esteriori della democrazia, ma svuotandole di senso e contenuti) verso nuovi aristoi, padroni e sorveglianti elitari di un nuovo perimetro concreto del Potere, in cui la stessa politica rappresentativa dei partiti-movimenti sia decisamente subalterna ad ambienti altri, esterni e sopra-elevati rispetto ad essa”.

In queste poche righe, credo sia condensato tutto il senso delle politiche, altrimenti incomprensibili, che vengono portate avanti in Europa fin dall'inizio della crisi (per non considerare il lasso temporale precedente) e quali siano i reali obiettivi di chi queste politiche le vuole, le avalla e le implementa nei vari contesti nazionali.

Senza queste considerazioni, sarebbe impossibile comprendere, ad esempio, il senso del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio imposto costituzionalmente, del MES, della politica della BCE, dei sacrifici immani imposti ai popoli europei (soprattutto mediterranei) in nome di questa “benedetta” austerità che a detta di tutti, premi nobel dell'economia compresi, è assolutamente controproducente per la ripresa economica del continente.
Sentir dire, da parte mia, ad un personaggio tanto informato, tanto addentro alle dinamiche politiche del nostro paese, profondo conoscitore dei meandri della massoneria italiana e internazionale, cose che da anni vado vaticinando nei miei articoli, nei miei scritti, nelle discussioni che intrattengo quotidianamente, non è certo consolante, ma, non nascondo, mi permette di restare più sereno. Perchè, in fondo, mi dico, “forse non sono pazzo”. Perché nell'assoluto silenzio politico e mediatico, nell'inconcludenza delle discussioni di partiti e movimenti, nella distrazione di massa che viviamo riguardo a questi temi, pensare determinate cose, non è facile, anzi, ti porta a considerare la possibilità che tu stia vivendo una sorta di allucinazione cognitiva, un abbandono della realtà, incapace ormai di inquadrare gli eventi e di capire le dinamiche di questo mondo moderno, così follemente lanciato verso il baratro.

Dunque, dopo aver ascoltato e riascoltato l'intervista a Nino Galloni che, tra le altre cose, parla della deindustrializzazione del nostro paese (qui), un'altra voce importante ci lascia intravedere sprazzi di un disegno razionale di indebolimento del nostro paese nel novero europeo e di fronte al mondo, vale a dire una precisa volontà politica che mira a demolire l'ordine democratico ed economico europeo, in nome di interessi multimiliardari di imprese multinazionali, banche e finanza speculativa e che sottintende un nuovo cambio sistemico da parte del capitalismo mondiale.

Come dicevo in altri miei interventi, anche pubblici, la democrazia rappresentativa ha smesso di essere funzionale alla stabilità politica ed economica dell'Occidente e quindi le forze che governano il mondo (il Potere) lavorano e operano per eliminare questo “fastidioso impedimento” che rallenta e ostacola il raggiungimento dei propri fini. Lo svuotamento sostanziale per via tecno-economica della democrazia occidentale, dunque, non è un fine, ma un mezzo. E' il mezzo attraverso il quale i potentati mondiali (e mondialisti) mirano all'instaurazione di un nuovo ordine autocratico, una sorta di neo-aristocrazia politica ed economica per completare l'assoggettamento dei popoli e lo svuotamento dei diritti, processo iniziato negli anni '70, dopo il riflusso delle lotte operaie e studentesche, e scientificamente portato avanti (e a compimento?) ai giorni nostri.

Neo-aristocrazia, per usare proprio un termine che il Gioele Magaldi ha più volte usato nei suoi interventi, pubblici e sul web. Un nuovo modello sociale e politico imposto dall'alto nel più completo e assoluto silenzio e senza la benché minima forma di resistenza sociale e politica.

Quando Magaldi, nel suo articolo, quasi “minaccia” le forze (oscure e palesi) che operano in questa direzione, di stare molto attente perché così come avvenne con la Rivoluzione Francese, il popolo, sotto la guida delle forze massoniche progressiste, potrebbe ribellarsi, mi verrebbe da chiedere: è possibile? E' concepibile che le forze massoniche progressiste, di cui egli è un esponente dichiarato e che si è messo in gioco, possano davvero diventare forza trainante di un blocco sociale di opposizione a questo disegno criminale? E' realmente auspicabile che la massoneria progressista riesca a diventare il traino di un “risveglio sociale” democratico capace di spezzare l'egemonia che le forze massoniche e para-massoniche reazionarie e conservatrici tutt'ora detengono? O sono solo vaticini isolati di un sincero massone?

E soprattutto: cosa stanno aspettando queste forze massoniche progressiste? Non sarebbe tempo di muoversi attivamente nella società al fine di creare una reale e concreta opposizione in accordo con tutte le altre forze democratiche, operaie, studentesche, della società civile non massonica?
Esiste davvero un modo per fermare questa gente?

Domande ingenue, probabilmente. Ma che meriterebbero comunque una risposta.





AAA ITALIA SVENDESI 14 Luglio 2013

di Valerio Lo Monaco

Quasi oscurata dalle altre notizie che hanno occupato le prime pagine dei giornali la settimana scorsa, la tematica più importante è un’altra: il nostro Paese si prepara a svendere immobili e altri gioielli di famiglia, oltre a varare nuove norme, per un totale, parziale quanto si vuole eppure niente affatto modesto, di 400 miliardi.

Lo scenario è pertanto inequivocabile: come era facile prevedere stiamo entrando in una nuova fase dello smantellamento del nostro Stato. Dopo l’ondata delle misure di austerità imposte da Monti, una delle ultime importanti cose che il governo del professore del Bilderberg e di Goldman Sachs non aveva fatto in tempo a mettere in pratica è ora nelle mani di Enrico Letta, anch’egli, come sappiamo, degli ambienti del “Gruppo”.

Stiamo parlando delle privatizzazioni e della messa all’asta di ciò che è nostro onde far fronte ai debiti accumulati nel tempo.

Il governo vorrebbe, con questa operazione, tagliare appunto 400 miliardi di debito pubblico, facendo fede così al Fiscal Compact in “partenza” dal 2015. Secondo Brunetta, 100 miliardi arriverebbero dalla vendita dei beni pubblici, 40-50 dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali (chi saranno i proprietari di tali società?), 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (come se la cosa fosse facile da applicare…) e ulteriori 215-235 miliardi da questa “operazione choc” di svendita. Appunto.

Operazione choc: già la si chiama nel modo adatto a farla digerire all’opinione pubblica come una cosa indispensabile, necessaria, e non procrastinabile. “L’Europa ce lo chiede”, ricordate?

Questa operazione, a quanto pare, dovrebbe essere confezionata nel modo seguente: si vuole individuare una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, sia a livello centrale sia a livello strategico, e venderli a una società di diritto privato di nuova costituzione. Questa – attenzione che si arriva facilmente al punto – sarebbe costituita e partecipata da Banche, Assicurazioni, fondi bancari e altri soggetti. Ripetiamo: banche, assicurazioni e fondi bancari, oltre a qualche soggetto privato evidentemente facoltoso. Chiaro il punto?

Ma non solo: tale società emetterebbe obbligazioni a 15-20 anni garantite dai beni. E siccome si tratta di un soggetto privato, questi titoli non andrebbero a ingrassare il debito pubblico. Lo Stato incasserebbe il corrispettivo e lo porterebbe a riduzione del debito. Ma i beni, ovviamente, non sarebbero più “nostri”.

Si tratta, con tutta evidenza, di un furto in piena regola. Con una aggravante decisiva: chi sarà in grado di andare a comperare i nostri immobili e i nostri terreni è lo stesso soggetto che attraverso la speculazione e la crisi ci ha indotto a metterli in vendita. Anzi in svendita.

Il processo è certamente chiaro a tutti i lettori del Ribelle. Se dai primi anni ottanta siamo stati costretti – per via delle leggi che i politici italiani hanno approvato senza che nessuno di noi, ipnotizzato negli anni del boom economico se ne rendesse pienamente conto – a offrire nelle mani della speculazione internazionale il finanziamento dei nostri titoli di Stato, è esattamente da allora che abbiamo iniziato ad accumulare debito pubblico in maniera abnorme. Conti alla mano, la cosa non è in discussione. Sino a un anno addietro eravamo “appena” al doppio di allora, cioè a circa il 120 per cento. Complici la crisi indotta dalla finanza sovranazionale e i governi che attraverso tale crisi ci hanno imposto le misure che non hanno fatto che aggravarla ulteriormente ai nostri danni, oggi siamo arrivati, in tema di debito pubblico, a circa il 130 per cento. E probabilmente a fine anno si andrà ben oltre. Per risolvere la situazione, visto che con le misure adottate non si può che continuare a farla incancrenire, adesso si arriva dunque alla svendita di noi stessi. Cioè del nostro patrimonio pubblico.

Chi ha guadagnato da tutta l’operazione mediante i tassi di interesse crescenti che siamo stati costretti a pagare e che saremo costretti a pagare anche in futuro si trova dunque oggi con un gruzzolo cospicuo in tasca. E questo, sempre da parte degli stessi soggetti, sarà dunque utilizzato, a breve, per venire a fare spese in casa nostra. A prezzi di realizzo, ovviamente. E con un allibratore di provata fiducia, visto che Letta proviene dagli stessi ambienti.

Prima ci hanno “creato” il debito, poi ci hanno fatto aumentare i tassi di interesse, quindi ci hanno imposto le condizioni per ripagarlo, e adesso ci requisiscono il patrimonio a prezzi da “monte dei pegni”. Una operazione di strozzinaggio legalizzato insomma.

La lista degli immobili e del patrimonio in svendita non è ancora completa. E si tratta, ribadiamo, di una lista parziale ancora da approvare. Ma è certo che verso quella direzione si sta andando e che quella si proseguirà. Come peraltro già avvenuto in altri Paesi, vedi ad esempio la Grecia e la svendita di aziende pubbliche quando di non vere e proprie isole. Per ora la Banca d’Italia, dalla quale è necessaria l’autorizzazione (che ovviamente non mancherà, visto che è di proprietà delle Banche e dunque dei banksters stessi) ha inviato una prima lista di 350 immobili per un valore di un miliardo e mezzo.

A fronte di questo, il peggio è però l’aspetto che riguarda lo scenario nel suo complesso, cioè europeo e mondiale. Che non sta cambiando di un millimetro se non in peggioramento. La seconda ondata di crisi, ampiamente prevista anche nei tempi, cioè per il tardo autunno di quest’anno, inizia ad arrivare. La situazione di Portogallo e Grecia sta nuovamente avendo una nuova fase di peggioramenti. E anche le notizie in merito a queste due situazioni sono state nascoste dietro i fatti d’Egitto nei giorni scorsi.

Mario Draghi ha dichiarato che la Bce continuerà a intervenire e che non pensa affatto, come invece si suppone stia facendo la Fed dopo le parole di Ben Bernanke delle settimane passate, a una exit strategy. Ma non è una buona notizia: perché se da un lato la cosa ci evita il tracollo totale e repentino, dall’altro non fa che spostare in avanti i termini di una questione già scritta. Peraltro, prendendo tempo, consente alla deriva predatoria dei mercati di continuare ad andare avanti e a percorrere i propri scopi. La svendita dell’Italia della quale abbiamo parlato è una ulteriore tappa di tale percorso.

fonte: www.ilribelle.com

Il Sole 24 ORE - Radiocor 15/07/2013 - 09:18

Borsa: avvio in rialzo dopo dati macro cinesi, Ftse Mib +0,62%
Radiocor - Milano, 15 lug - Avvio in leggero rialzo per Piazza Affari sulla scia dei dati macroeconomici in linea con le attese provenienti dalla Cina dove il prodotto interno lordo e' cresciuto al ritmo del 7,5% annuo nel secondo trimestre contro il +7,7% dei primi tre mesi dell'anno. In avvio a Piazza Affari l'indice Ftse Mib guadagna lo 0,62% mentre il Ftse All Share sale dello 0,59%. Bene anche le altre principali piazze europee che guadagnano tutte lo 0,30% circa, inclusa Parigi che sembra non risentire dunque del downgrade ricevuto venerdi' da Fitch che ha deciso di levarle il rating di tripla A. In precedenza tuttavia misure analoghe erano state annunciate da Moody's e S&P e dunque l'impatto emotivo di questo ultimo taglio e' stato minore. A Milano scattano bene dai blocchi di partenza Ansaldo Sts (+3,8%) e Mediaset (+3,35%) mentre la galassia Fiat e' in rialzo dell'1%. Contrastata la performance del comparto bancario che risente delle persistenti tensioni sul mercato del debito secondario, dove lo spread dei Btp a 10 anni rimane vicino alla soglia dei 300 punti base. Nel settore sono in rialzo Banco Popolare (+0,51%), Mps (+0,24%), Unicredit (+0,62%) e Intesa Sanpaolo (+0,40%) mentre sono in calo Bpm (-1,35%), Mediobanca (-0,32%) e Bper (-0,42%). Sul mercato valutario l'euro tratta a 1,3053 nei confronti del dollaro e a 129,81 yen. Dollaro/yen a 99,46. Un barile di greggio Wti infine viene scambiato a 106,16 dollari
Il Sole 24 ORE - Radiocor 15/07/2013 - 09:49
Borsa: avvio in rialzo dopo dati macro cinesi, Ftse Mib +0,62% -2-
Radiocor - Milano, 15 lug - I mercati seguiranno con attenzione l'esito dell'asta francese i cui risultati dovrebbero essere annunciati nel primo pomeriggio. Il Tesoro mira a collocare tra i 6,8 e gli 8 miliardi di euro e sara' importante vedere in che misura il downgrade di Fitch incide sui rendimenti. L'impatto sul mercato secondario del debito francese intanto appare modesto. Tornando a Piazza Affari, da segnalare l'avvio positivo di Atlanta (+1,14%), Azimut (+1,15%), Campari (+1%), Diasorin (+1,02%), Luxottica (+0,88%), Prysmian (+1,51%) e Ferragamo (+1,39%) e St Microelectronics (+1,02%). In salita invece la partenza di Telecom Italia (-0,51%), Parmalat (-0,65%) e Finmeccanica (-0,21%). Nel complesso tuttavia sul listino milanese prevale nettamente il segno positivo. Fra i titoli quotati sulla altre principali piazze europee, da segnalare i rialzi a Londra dei colossi delle materie prime che dipendono strettamente dalla congiuntura cinese: Glencore Xstrata guadagna l'1,73% mentre Rio Tinto sale dell'1,18%. a' 2.832 pence). Bene anche a Lloyds Banking Group e Barclays che guadagnano oltre l'1% cosi' come il gruppo del lusso Burberry. A Parigi buona la partenza del gruppo bancario nonostante Fitch: bene in particolare Bnp Paribas (+1,69%), Credit Agricole (+1,21%) e Societe Generale (+1,52%).
Da R.it Economia & Finanza

L'economia cinese spinge le Borse Ue.
Spread a 290 punti, bene Piazza Affari
Il Pil dell'ex impero celeste cresce nel secondo trimestre dell'anno del 7,5%, un rallentamento previsto dal governo. Chiusa Tokyo per festività, acquisti sui principali listini del Vecchio continente, ma in Italia resta alta la tensione sul debito pubblico
di GIULIANO BALESTRERI
L'economia cinese spinge le Borse Ue. Spread a 290 punti, bene Piazza Affari
APPROFONDIMENTI
Il Pil cinese rallenta a +7,5%
ma non preoccupa Pechino
TAG borse europee, borse asiatiche, spread, euro, federal reserve, oro, petrolio, btp, Piazza Affari, Giuliano Balestreri MILANO - Ore 11. L'economia cinese mantiene le promesse e sostiene i mercati asiatici. Pechino ha annunciato che il Pil, nel secondo trimestre dell'anno, è cresciuto del 7,5% contro il 7,7% dei primi tre mesi: si tratta della nona frenata in 10 trimestri, ma è anche un rallentamento atteso dagli analisti e preannunciato dal governo dell'ex Impero celeste. Peraltro il rallentamento dell'economia asiatica, sommato alle nubi che tornano ad addensarsi sugli Stati Uniti, allontana lo spettro dei tagli agli stimoli monetari della Federal Reserve. La Banca centrale americana inietta nell'economia Usa 85 miliardi di dollari al mese attraverso l'acquisto di bond e titoli tossici: una ripresa solida - aveva detto il governatore Ben Bernanke - avrebbe convinto i banchieri a ridurre gli interventi.

Le Borse europee, sostenute da questi dati in linea con le attese, cercano quindi il rimbalzo dopo la difficile seduta di venerdì condizionata dalla tensioni politiche in Italia e in Portogallo. A Milano Piazza Affari si muove in rialzo dello 0,7%, in linea con i principali listini del Vecchio continente: Londra sale dello 0,7%, Parigi dello 0,8%, mentre Francoforte recupera lo 0,6%. Tra i singoli titoli del listino italiano, gli acquisti premiano Mediaset: il timido recupero della pubblicità e le strategie votate all'estero hanno spinto il biscione a un rally a doppia cifra nell'ultimo mese.

Non si allenta, invece, la morsa sul debito pubblico italiano. Nonostante il buon esito delle due aste di settimana scorsa, lo spread rimane in tensione: dopo essersi leggermente allargato, si stabilizza in area 290 punti base con i Btp che sul mercato secondario rendono il 4,45%. Gli investitori internazionali guardano con sospetto alle tensioni all'interno del governo, soprattutto sul fronte economico, dove pare che la maggioranza delle larghe intese fatichi a trovare un accordo tra tagli alla spese e tagli ai tassi. L'euro è stabile sul dollaro: la moneta unica europea viene scambiata a 1,3071 sulla divisa americana rispetto alla quotazione di 1,3070 della chiusura venerdì a New York.

Con la Borsa di Tokyo chiusa per festività, i listini dell'estremo oriente hanno guadagnato mediamente uno 0,3% (indice Msci): a guidare i rialzi sono state proprio le Borse cinesi con Shangai che ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,89%). Venerdì sera, invece, Wall Street ha registrato la terza settimana di rialzi consecutivi con S&P e Dow su nuovi massimi storici e aumenti settimanali del 2,17% e del 2,96% rispettivamente. La performance migliore però è stata quella del Nasdaq che, sebbene non abbia segnato nuovi record, ha chiuso la settimana in aumento del 3,47%.

Sul fronte delle materie prime, le quotazioni del petrolio sono rialzo: il contratto sul greggio con consegna ad agosto viene scambiato a 105,97 dollari al barile, mentre il Brent passa di mano a 108,84 dollari. In rialzo l'oro poco sotto la soglia di 1.290 dollari l'oncia.
(15 luglio 2013) © RIPRODUZIONE RISERVAT