Italia e Cina raddoppiano. E a Roma arriva il futuro presidente cinese
ROMA – L’Italia e la Cina vogliono raddoppiare gli scambi commerciali entro il 2015, portandoli oltre la soglia degli 80 miliardi di dollari all’anno, e nel frattempo firmano 16 accordi per un valore totale di 3,3 miliardi di dollari. E’ questa la dote che ha portato con sé Xi Jinping, il vice presidente cinese, in viaggio in Italia per la Festa della Repubblica nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità. La sua visita, oltre che economica e di cortesia istituzionale, aveva un alto valore politico: Xi Jinping nei prossimi due anni sostituirà Hu Jintao alla guida della prima economia del mondo, subentrandogli prima alla segreteria del partito e quindi alla presidenza cinese.
E’ per questo suo ruolo in divenire che Xi Jinping ha incontrato i più alti esponenti delle istituzioni e del governo, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano e dal premier Silvio Berlusconi. Colloqui anche con il leader del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, con il ministro degli Esteri, Franco Frattini, e con i due ministri economici Giulio Tremonti e Paolo Romani. Con Tremonti si conoscevano già: anni fa il ministro ha tenuto una lezione alla Scuola Centrale del Partito Comunista cinese di cui Xi Jinping è stato direttore. Ma un’attenzione particolare gli è stata riservata anche dal mondo dell’imprenditoria e dai vertici di Confindustria, con cui ha partecipato ad una cena a Milano. Sarà Xi Jinping, del resto, a guidare quella che è la seconda economia del mondo e che al tempo stesso è il mercato più grande del mondo.
Alla cena di Milano c’erano anche i vertici delle aziende coinvolte negli accordi firmati in questi giorni, accordi che rendono sempre più stretti i rapporti tra Italia e Cina. Nel 2010 gli scambi sono già aumentati del 50%, permettendo all’Italia di divenire il quarto partner commerciale della Cina in Europa, ma i nuovi accordi, 2 istituzionali e 14 di carattere commerciale, danno un ulteriore slancio alla collaborazione tra i due paesi. Tanto più che le nuove intese sono state raggiunte in settori altamente strategici. Sono due gli accordi che riguardano le telecomunicazioni: l’alleanza sottoscritta per 5 anni da Telecom e Huawei, il colosso che costruisce apparati per internet e la telefonia, e il progetto di finanziamento di una rete di comunicazione tra la Wind e la China Development Bank. E poi intese nei settori dell’energia, della cantieristica, della moda e delle apparecchiature mediche, oltre al settore dei trasporti pesanti con l’accordo tra Fiat Powertrain Technologies e Guangzhou Automobile Group. Un pacchetto da 3,3 miliardi di dollari che rimarca l’interesse cinese per i paesi dell’Unione Europea e in particolare per quelli in cui l’economia fatica a ripartire.
Va da sé che non è affatto casuale che sia Xi Jinping a testimoniare l’interesse della Cina per l’Europa. Nel linguaggio della politica cinese, significa che Pechino crede che quella dell’Unione Europea sia un’area strategica per il futuro, in quel futuro in cui sarà Xi Jinping a tenere le redini del gigante asiatico. Il dollaro continua ad essere la prima valuta nel paniere cinese, ma Pechino mostra un interesse crescente nei confronti dell’euro. E l’Unione Europea, vista nel suo insieme, è il primo partner commerciale della Cina.
L’investitura di Xi Jinping è iniziata nell’ottobre scorso con la nomina alla vice presidenza della Commissione militare, un passaggio obbligato per tutti i leader cinesi. I viaggi, sempre più frequenti, gli stanno permettendo di acquisire esperienza sui palcoscenici internazionali, anche se ha già dimostrato di saperci fare, soprattutto quando vengono trattate questioni economiche e commerciali. La sua fama, del resto, Xi Jinping se l’è costruita quando era governatore del Fujian: è grazie alle sue politiche vagamente liberiste che la provincia si è trasformata in una delle aree più industrializzate di tutta l’Asia, sfruttando i mercati e i capitali della vicina Taiwan. Fino a divenire il nuovo epicentro del miracolo economico cinese, con tassi di crescita superiori – e di molto - a quelli nazionali.
lunedì 15 luglio 2013
sabato 13 luglio 2013
Il Sole 24 ORE - Radiocor 12/07/2013 - 12:59
Expo 2015: Farnesina, dalla Cina ci attendiamo 1 milione di visitatori
Marras (dg mondializzazione), pratiche piu' snelle per visti
Radiocor - Roma, 12 lug - Un milione di turisti cinesi arriveranno in Italia nel 2015 in coincidenza con l'Expo di Milano. Lo stima la Farnesina con il direttore generale per la mondializzazione Efisio Luigi Marras. Il ministero degli Esteri sta producendo un grande sforzo 'con un bilancio sempre piu' magro per spostare alcune risorse nell'area per rafforzare la rete consolare' afferma Marras. Negli ultimi due anni si e' registrato un boom di richieste di visti da parte di studenti cinesi per l'Italia (il Paese assorbe oltre il 20% dei visti Schengen dalla Cina). Alla presentazione del rapporto della Fondazione Italia Cina Marras annuncia che, anche in vista del massiccio afflusso di visitatori asiatici per l'Expo 2015, 'ci saranno procedure piu' snelle per i visti'.
Il Sole 24 ORE - Radiocor 12/07/2013 - 09:24
Cina: il ministro delle Finanze Lou Jiwei stima la crescita 2013 al 7%
Radiocor - Roma, 12 lug - L'economia cinese dovrebbe crescere del 7% nel 2013. E' la previsione del ministro delle Finanze di Pechino, Lou Jiwei, a pochi giorni dalla diffusione dei dati ufficiali sul Pil cinese per il quale il Governo di Pechino ha fissato lo scorso marzo un obiettivo di crescita del 7,5%. 'Ovviamente non sarebbe un grosso problema per noi se raggiungessimo una crescita del 7% o del 6,5%' ha aggiunto Lou a margini di una conferenza a Washington.
Cina: il ministro delle Finanze Lou Jiwei stima la crescita 2013 al 7%
Radiocor - Roma, 12 lug - L'economia cinese dovrebbe crescere del 7% nel 2013. E' la previsione del ministro delle Finanze di Pechino, Lou Jiwei, a pochi giorni dalla diffusione dei dati ufficiali sul Pil cinese per il quale il Governo di Pechino ha fissato lo scorso marzo un obiettivo di crescita del 7,5%. 'Ovviamente non sarebbe un grosso problema per noi se raggiungessimo una crescita del 7% o del 6,5%' ha aggiunto Lou a margini di una conferenza a Washington.
lunedì 8 luglio 2013
Il Sole 24 ORE - Radiocor 08/07/2013 - 17:03
### Cina: fa asse con Berlino nel vuoto politico Ue - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 08 lug - Germania ed Europa sono per la Cina una sineddoche economica: scegliere una parte per affermare il tutto. Con la figura retorica si scrive focolare per dire casa, per Pechino si scrive Berlino per leggere Bruxelles. La Cina non ama l'incertezza, non gradisce i principi scritti sull'acqua. Preferisce il pragmatismo all'incertezza, la convenienza all'autoreferenzialita' della burocrazia. Per lei, e' meglio un rapporto franco, anche ostile, al posto di uno incerto. Condivide, si adatta e offre una sponda alla linea politica di Angela Merkel: la Germania e' centrale per l'Europa, non si decide nulla senza il suo assenso. Non e' difficile comprendere il suo ragionamento lineare: la potenza teutonica ha occupato con l'economia il vuoto politico. Se Kissinger si interrogava su chi chiamare in Europa in caso di emergenza, la Cina ha sciolto ogni dubbio: telefona a Berlino, sarebbe inutile fare diversamente. I suoi leader visitano la capitale tedesca, trattano con diplomatica cortesia i leader europei, negoziano con chi e' potente, fino a sfiorare incidenti di percorso. E' significativa la recente vicenda dell'imposizione di dazi. Il commissario europeo De Gucht ha proposto misure che penalizzano l'importazione di pannelli solari dalla Cina, accusata di aiuti di stato alle sue aziende. Con una posizione tanto inedita quanto plateale, Angela Merkel ha smentito l'Ue e ha affermato, davanti al primo ministro cinese Li Keqiang, la posizione contraria della Germania. Si e' trattato di una posizione preparata negli ultimi mesi, simbolo inequivocabile della forza ingombrante della potenza europea. La reazione della Cina e' stata simbolica e riconoscente. Pechino ha allo studio l'imposizione di dazi sull'import di vino, per colpire la Francia e i paesi dell'Europa meridionale, non certamente la Germania. La consolidata sintonia tra i due paesi non aveva certamente bisogno di questa piccola e inelegante schermaglia. La Germania e' da tanto tempo e di gran lunga il primo partner commerciale europeo della Cina. Nel 2012 le sue esportazioni hanno raggiunto 92 miliardi di dollari (fonte: Chinese Data Custom), attestandosi al quinto posto tra i paesi fornitori. E' una posizione che torreggia se comparata con le altre nazioni europee: Francia diciassettesima, Regno Unito venticinquesimo, Italia ventiseiesima. La Germania ha una quota di mercato del 5% dell'import, quasi sei volte quella del nostro paese. Inoltre, Berlino vanta un attivo commerciale con Pechino. E' probabilmente questo il dato piu' rilevante, al di la' della supremazia in Europa. La Germania smentisce infatti la paura delle importazioni cinesi che in altri paesi conducono alla fine della manifattura: licenziamenti e chiusura di fabbriche. Gli investimenti nelle due direzioni sono forti e crescono: il solo German Center di Shanghai annovera 1.600 aziende, mentre gli acquisti di imprese tedesche da parte cinese sono in grande crescita. In realta' le due economie si integrano e le autorita' politiche lavorano per consolidare questa prospettiva. La Germania - con l'Italia negli anni '80 e '90 - ha industrializzato la Cina, intercettando la necessita' di una rapida modernizzazione. Il flusso di beni strumentali non si e' arenato, perche' sostenuto da sofisticazione tecnologia, aiuto del Governo, assistenza finanziaria. Ora la Cina si rivolge alla Germania per acquisire direttamente la qualita', indispensabile per uscire da una dimensione contabile dello sviluppo, dall'ossessione della crescita del Pil. Ancora una volta Berlino risponde, con la gratitudine di Pechino. L'asse e' nei fatti. Forse e' ingeneroso nei confronti della vecchia Europa, ma non sarebbe stato possibile se quest'ultima si fosse dimostrata piu' coraggiosa e lungimirante.
*Presidente di Osservatorio Asia
### Cina: fa asse con Berlino nel vuoto politico Ue - TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 08 lug - Germania ed Europa sono per la Cina una sineddoche economica: scegliere una parte per affermare il tutto. Con la figura retorica si scrive focolare per dire casa, per Pechino si scrive Berlino per leggere Bruxelles. La Cina non ama l'incertezza, non gradisce i principi scritti sull'acqua. Preferisce il pragmatismo all'incertezza, la convenienza all'autoreferenzialita' della burocrazia. Per lei, e' meglio un rapporto franco, anche ostile, al posto di uno incerto. Condivide, si adatta e offre una sponda alla linea politica di Angela Merkel: la Germania e' centrale per l'Europa, non si decide nulla senza il suo assenso. Non e' difficile comprendere il suo ragionamento lineare: la potenza teutonica ha occupato con l'economia il vuoto politico. Se Kissinger si interrogava su chi chiamare in Europa in caso di emergenza, la Cina ha sciolto ogni dubbio: telefona a Berlino, sarebbe inutile fare diversamente. I suoi leader visitano la capitale tedesca, trattano con diplomatica cortesia i leader europei, negoziano con chi e' potente, fino a sfiorare incidenti di percorso. E' significativa la recente vicenda dell'imposizione di dazi. Il commissario europeo De Gucht ha proposto misure che penalizzano l'importazione di pannelli solari dalla Cina, accusata di aiuti di stato alle sue aziende. Con una posizione tanto inedita quanto plateale, Angela Merkel ha smentito l'Ue e ha affermato, davanti al primo ministro cinese Li Keqiang, la posizione contraria della Germania. Si e' trattato di una posizione preparata negli ultimi mesi, simbolo inequivocabile della forza ingombrante della potenza europea. La reazione della Cina e' stata simbolica e riconoscente. Pechino ha allo studio l'imposizione di dazi sull'import di vino, per colpire la Francia e i paesi dell'Europa meridionale, non certamente la Germania. La consolidata sintonia tra i due paesi non aveva certamente bisogno di questa piccola e inelegante schermaglia. La Germania e' da tanto tempo e di gran lunga il primo partner commerciale europeo della Cina. Nel 2012 le sue esportazioni hanno raggiunto 92 miliardi di dollari (fonte: Chinese Data Custom), attestandosi al quinto posto tra i paesi fornitori. E' una posizione che torreggia se comparata con le altre nazioni europee: Francia diciassettesima, Regno Unito venticinquesimo, Italia ventiseiesima. La Germania ha una quota di mercato del 5% dell'import, quasi sei volte quella del nostro paese. Inoltre, Berlino vanta un attivo commerciale con Pechino. E' probabilmente questo il dato piu' rilevante, al di la' della supremazia in Europa. La Germania smentisce infatti la paura delle importazioni cinesi che in altri paesi conducono alla fine della manifattura: licenziamenti e chiusura di fabbriche. Gli investimenti nelle due direzioni sono forti e crescono: il solo German Center di Shanghai annovera 1.600 aziende, mentre gli acquisti di imprese tedesche da parte cinese sono in grande crescita. In realta' le due economie si integrano e le autorita' politiche lavorano per consolidare questa prospettiva. La Germania - con l'Italia negli anni '80 e '90 - ha industrializzato la Cina, intercettando la necessita' di una rapida modernizzazione. Il flusso di beni strumentali non si e' arenato, perche' sostenuto da sofisticazione tecnologia, aiuto del Governo, assistenza finanziaria. Ora la Cina si rivolge alla Germania per acquisire direttamente la qualita', indispensabile per uscire da una dimensione contabile dello sviluppo, dall'ossessione della crescita del Pil. Ancora una volta Berlino risponde, con la gratitudine di Pechino. L'asse e' nei fatti. Forse e' ingeneroso nei confronti della vecchia Europa, ma non sarebbe stato possibile se quest'ultima si fosse dimostrata piu' coraggiosa e lungimirante.
*Presidente di Osservatorio Asia
mercoledì 3 luglio 2013
News in piena stagione estiva
Il Sole 24 ORE - Radiocor 01/07/2013 - 15:45
*** Crisi: Dagong, no possibilita' miglioramento rating sovrano Italia
Radiocor - Milano, 01 lug - Sul rating sovrano dell'Italia 'Non mi sembra di rilevare possibilita' di miglioramento perche' tutta l'economia e' in stagnazione, non ci sono cambiamenti o riforme totali'. Lo ha detto Guan Yianzhong, presidente dell'Agenzia di rating cinese Dagong, presentando a Milano la nuova Dagong Europe Credit Rating con sede nella citta' meneghina. Sul giudizio sul debito sovrano italiano pesa il fatto che 'non ci sono condizioni per una svolta strutturale totale', ha aggiunto. Dagong ha tagliato il giudizio sull'Italia nel dicembre 2011, portando il rating sovrano da 'A-' a 'BBB' con outlook negativo. Il declassamento, aveva spiegato allora l'agenzia, trova ragione nel peggioramento delle prospettive economiche per il paese e nei rischi del sistema bancario.
*** Crisi: Dagong, no possibilita' miglioramento rating sovrano Italia
Radiocor - Milano, 01 lug - Sul rating sovrano dell'Italia 'Non mi sembra di rilevare possibilita' di miglioramento perche' tutta l'economia e' in stagnazione, non ci sono cambiamenti o riforme totali'. Lo ha detto Guan Yianzhong, presidente dell'Agenzia di rating cinese Dagong, presentando a Milano la nuova Dagong Europe Credit Rating con sede nella citta' meneghina. Sul giudizio sul debito sovrano italiano pesa il fatto che 'non ci sono condizioni per una svolta strutturale totale', ha aggiunto. Dagong ha tagliato il giudizio sull'Italia nel dicembre 2011, portando il rating sovrano da 'A-' a 'BBB' con outlook negativo. Il declassamento, aveva spiegato allora l'agenzia, trova ragione nel peggioramento delle prospettive economiche per il paese e nei rischi del sistema bancario.
lunedì 1 luglio 2013
Il Sole 24 ORE - Radiocor 24/06/2013 - 15:36 NOTIZIARIO ASIA
###Il rigore cinese premia l'economia ma per il calcio e' un autogol- TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 24 giu - Per una bizzarra coincidenza, la classifica Fifa assegna alla nazionale di calcio cinese una posizione analoga a quello della Banca Mondiale per il reddito pro-capite. Si tratta in entrambi i casi di posizioni di meta' classifica, 95esima per la nazionale di calcio, 94esimo per il reddito di pro-capite. Le somiglianze finiscono presto: la Cina dei record non ha coinvolto il calcio. Se in un ipotetico G2 Pechino insidia Washington, la sua nazionale e' lontana anni luce dai successi della Spagna, dal gioco spumeggiante del Brasile, dall'organizzazione della Germania fuori e dentro il terreno di gioco. La storia recente di questo sport e' stata costellata da incompetenze, corruzioni, arresti, scommesse clandestine: tutti episodi che la dirigenza politica non ha voluto o saputo contrastare. Nel 2009 uno scandalo di grandi dimensioni - da far impallidire quelli italiani - si rivelo' nella sua misera diffusione, coinvolgendo manager delle squadre, allenatori, dirigenti federali, arbitri e giocatori. Molti di essi, colpiti da forti multe, sono anche stati condannati a pene detentive. Gli anni recenti sono stati pieni di episodi illeciti, una costante negativa ma apparentemente non imbarazzante. Gli ultimi episodi rappresentano una semplice e criminale continuazione del passato. Le cronache riportano un'insurrezione mediatica dopo la terza sconfitta consecutiva della nazionale cinese. Aver perso in casa contro la non irresistibile nazionale thailandese ha creato malcontento. Il punteggio - 5-1 - ha generato un crescente sospetto. La stampa riporta gli insuccessi dal punto di vista tecnico e gestionale; i social media parlano apertamente di risultato manipolato. Portano come prova la chiusura delle scommesse a Macao, la capitale cinese del gioco d'azzardo, dove le agenzie si sono rifiutate di ricever puntate su una sconfitta cinese con 4 gol di scarto che veniva inizialmente proposta 600 a 1. Non mancano ovviamente i commenti sul tradimento dell'onore cinese in campo internazionale. I calciatori sono accusati di non essere sensibili all'orgoglio nazionale e di non dare soddisfazione alla passione popolare che anche in Cina il calcio ha iniziato a generare. La nazionale non registra successi, non impone il suo gioco; da ultimo ha fallito anche la qualificazione ai mondiali brasiliani del 2014. Nonostante cio', lo sport e' seguito e ha superato anche la pallacanestro per numero di appassionati. La TV trasmette le partite della Serie A, della Bundesliga e della Premiere League che da sola raggiunge un'audience di 30 milioni di telespettatori per il match domenicale. Le cifre lievitano quando calciatori cinesi giocano nei campionati stranieri. Crescono anche quando si ingaggiano grandi star del football internazionale, sulla via del tramonto, che finiscono la loro carriera in Cina alla ricerca degli ultimi sostanziosi ingaggi. Infine, grandi allenatori sono sbarcati in Cina, Lippi ha vinto la Super League con il Guangzhou Evergrande e lo spagnolo Camacho, seppur ora contestato, era stato accolto con entusiasmo alla guida della nazionale. Tuttavia, i risultati sono stati scarni, anche se paragonati a medie potenze calcistiche internazionali come la Corea del Sud ed il Giappone. L'incompetenza dirigenziale, lo scarso valore tecnico, la corruzione e il disinteresse politico di Pechino sono nel complesso tutte spiegazioni valide. Ne esiste un'altra, forse semplice nell'esposizione ma altrettanto importante: i giovani cinesi non praticano il calcio. Quasi 200 milioni guardano le partite del campionato in Tv, ma solo 800.000 scendono in campo, per diletto o per professione. E' una percentuale irrilevante: solo 1 persona su 1.800 gioca al calcio, rispetto ad 1 su 55 in Inghilterra. Manca in Cina la fantasia sul terreno di gioco, la continuita' giornaliera dei ragazzi che si esaltano correndo dietro a un pallone, l'emozione dello spogliatoio, la liberazione della classe innata. La disciplina ha lanciato l'economia, ma ha penalizzato il calcio. Abituata a dirigere e ad obbedire, la Cina non ha sviluppato la zona intermedia di intraprendenza, il centrocampo dove si protegge e si rilancia. Incline all'obbedienza, eccelle in sport dove l'applicazione sistematica produce risultati inevitabili: il nuoto, la ginnastica, l'atletica pesante. Nel calcio sono ingredienti essenziali sono la tecnica, la creativita', il colpo ad effetto. Prevale spesso l'imprevedibilita', in contrasto aperto con un paese che teme soprattutto l'instabilita', promuove la regolarita' e non si emoziona con cio' che non controlla.
* presidente Osservatorio Asia
###Il rigore cinese premia l'economia ma per il calcio e' un autogol- TACCUINO DA SHANGHAI
di Alberto Forchielli*
Radiocor - Milano, 24 giu - Per una bizzarra coincidenza, la classifica Fifa assegna alla nazionale di calcio cinese una posizione analoga a quello della Banca Mondiale per il reddito pro-capite. Si tratta in entrambi i casi di posizioni di meta' classifica, 95esima per la nazionale di calcio, 94esimo per il reddito di pro-capite. Le somiglianze finiscono presto: la Cina dei record non ha coinvolto il calcio. Se in un ipotetico G2 Pechino insidia Washington, la sua nazionale e' lontana anni luce dai successi della Spagna, dal gioco spumeggiante del Brasile, dall'organizzazione della Germania fuori e dentro il terreno di gioco. La storia recente di questo sport e' stata costellata da incompetenze, corruzioni, arresti, scommesse clandestine: tutti episodi che la dirigenza politica non ha voluto o saputo contrastare. Nel 2009 uno scandalo di grandi dimensioni - da far impallidire quelli italiani - si rivelo' nella sua misera diffusione, coinvolgendo manager delle squadre, allenatori, dirigenti federali, arbitri e giocatori. Molti di essi, colpiti da forti multe, sono anche stati condannati a pene detentive. Gli anni recenti sono stati pieni di episodi illeciti, una costante negativa ma apparentemente non imbarazzante. Gli ultimi episodi rappresentano una semplice e criminale continuazione del passato. Le cronache riportano un'insurrezione mediatica dopo la terza sconfitta consecutiva della nazionale cinese. Aver perso in casa contro la non irresistibile nazionale thailandese ha creato malcontento. Il punteggio - 5-1 - ha generato un crescente sospetto. La stampa riporta gli insuccessi dal punto di vista tecnico e gestionale; i social media parlano apertamente di risultato manipolato. Portano come prova la chiusura delle scommesse a Macao, la capitale cinese del gioco d'azzardo, dove le agenzie si sono rifiutate di ricever puntate su una sconfitta cinese con 4 gol di scarto che veniva inizialmente proposta 600 a 1. Non mancano ovviamente i commenti sul tradimento dell'onore cinese in campo internazionale. I calciatori sono accusati di non essere sensibili all'orgoglio nazionale e di non dare soddisfazione alla passione popolare che anche in Cina il calcio ha iniziato a generare. La nazionale non registra successi, non impone il suo gioco; da ultimo ha fallito anche la qualificazione ai mondiali brasiliani del 2014. Nonostante cio', lo sport e' seguito e ha superato anche la pallacanestro per numero di appassionati. La TV trasmette le partite della Serie A, della Bundesliga e della Premiere League che da sola raggiunge un'audience di 30 milioni di telespettatori per il match domenicale. Le cifre lievitano quando calciatori cinesi giocano nei campionati stranieri. Crescono anche quando si ingaggiano grandi star del football internazionale, sulla via del tramonto, che finiscono la loro carriera in Cina alla ricerca degli ultimi sostanziosi ingaggi. Infine, grandi allenatori sono sbarcati in Cina, Lippi ha vinto la Super League con il Guangzhou Evergrande e lo spagnolo Camacho, seppur ora contestato, era stato accolto con entusiasmo alla guida della nazionale. Tuttavia, i risultati sono stati scarni, anche se paragonati a medie potenze calcistiche internazionali come la Corea del Sud ed il Giappone. L'incompetenza dirigenziale, lo scarso valore tecnico, la corruzione e il disinteresse politico di Pechino sono nel complesso tutte spiegazioni valide. Ne esiste un'altra, forse semplice nell'esposizione ma altrettanto importante: i giovani cinesi non praticano il calcio. Quasi 200 milioni guardano le partite del campionato in Tv, ma solo 800.000 scendono in campo, per diletto o per professione. E' una percentuale irrilevante: solo 1 persona su 1.800 gioca al calcio, rispetto ad 1 su 55 in Inghilterra. Manca in Cina la fantasia sul terreno di gioco, la continuita' giornaliera dei ragazzi che si esaltano correndo dietro a un pallone, l'emozione dello spogliatoio, la liberazione della classe innata. La disciplina ha lanciato l'economia, ma ha penalizzato il calcio. Abituata a dirigere e ad obbedire, la Cina non ha sviluppato la zona intermedia di intraprendenza, il centrocampo dove si protegge e si rilancia. Incline all'obbedienza, eccelle in sport dove l'applicazione sistematica produce risultati inevitabili: il nuoto, la ginnastica, l'atletica pesante. Nel calcio sono ingredienti essenziali sono la tecnica, la creativita', il colpo ad effetto. Prevale spesso l'imprevedibilita', in contrasto aperto con un paese che teme soprattutto l'instabilita', promuove la regolarita' e non si emoziona con cio' che non controlla.
* presidente Osservatorio Asia
Il Sole 24 ORE - Radiocor 24/06/2013 - 12:02 NOTIZIARIO ASIA
UniCredit: Nicastro, Cina una delle regioni dove vogliamo crescere di piu' -2-
Radiocor - Milano, 24 giu - Gli investimenti diretti dall'estero (Fdi), ha ricordato Nicastro, sono stati e rimangono uno dei pochi elementi, assieme al commercio internazionale, che hanno continuato a funzionare malgrado questa profondissima crisi. Infatti, a differenza della prima fase della crisi, quando la risposta nazionale e' stata quella di rinchiudersi verso l'interno, nella attuale fase di crisi 'gli Fdi e il commercio internazionale mantengono un ritmo sostenuto e registrano, in alcuni casi, una crescita'. Per alcuni Paesi, poi, gli Fdi sono diventati 'uno dei pochi motori di crescita' dell'economia nazionale. UniCredit, ha sottolineato ancora Nicastro, 'e' molto soddisfatta del fatto che gli investimenti europei verso la Cina continuino, soprattutto a partire dalla Germania che e' il primo contributore a questo trend'. La Germania, dove UniCredit controlla Hvb, terza banca del Paese, e' infatti uno dei mercati piu' importanti per la banca di Piazza Cordusio. Se, tuttavia, si fa un confronto con Germania e Francia, l'Italia 'conta su una massa di investimenti verso la Cina pari a un terzo di quella' dei due partner europei, e questo per due motivi: in primo luogo le dimensioni delle aziende che in Italia e' piu' ridotta e il tipo di export che, per Germania e Francia vede il predominio di beni strumentali come macchinari e impianti, e per l'Italia quello del 'made in Italy' come moda, design e agroalimentare. L'Italia, ha detto Nicastro, 'puo' fare di piu' verso la Cina' e UniCredit 'guarda con una certa speranza' alle prospettive di export verso l'area delle aziende italiane: esaminando l'evoluzione ciclica dell'economia del colosso cinese, si vede che la spesa per investimenti si e' diretta negli ultimi anni soprattutto sulle infrastrutture necessarie per lo sviluppo del Paese, mentre da ultimo 'ci sono segnali sempre piu' numerosi di un aumento del segmento 'affluent' della popolazione cinese. Quindi, l'Italia potra' svolgere un ruolo sempre piu' importante per migliorare la qualita' della vita dei cinesi'. Luo Hongho, direttore del Centro di studi italiani della Cass, ha ricordato che in occasione del Capodanno cinese, che dura due settimane e che viene usato da molti cinesi per viaggi all'estero, i turisti provenienti dalla Cina hanno speso 8,5 miliardi di dollari all'estero, di cui il 51% in Europa. I Paesi preferiti sono stati la Francia, l'Italia, la Gran Bretagna e la Svizzera. Nel 2012, il commercio cinese con l'estero e' stato pari a 3.860 miliardi di dollari, di cui 2.500 miliardi sull'export e 1.860 miliardi sull'import, mentre gli scambi con l'Italia sono ammontati a 43,1 miliardi di dollari, di cui 31,6 miliardi in export cinese verso il nostro Paese e 11,5 miliardi in import dall'Italia. L'Italia, ha detto, 'si conferma quinto partner commerciale della Cina in Europa' con investimenti diretti di imprese italiane in Cina per 5,1 miliardi di dollari, secondo le statistiche del Ministero del Commercio di Pechino, contro gli 1,4 miliardi investiti dalla Cina in Italia.
UniCredit: Nicastro, Cina una delle regioni dove vogliamo crescere di piu' -2-
Radiocor - Milano, 24 giu - Gli investimenti diretti dall'estero (Fdi), ha ricordato Nicastro, sono stati e rimangono uno dei pochi elementi, assieme al commercio internazionale, che hanno continuato a funzionare malgrado questa profondissima crisi. Infatti, a differenza della prima fase della crisi, quando la risposta nazionale e' stata quella di rinchiudersi verso l'interno, nella attuale fase di crisi 'gli Fdi e il commercio internazionale mantengono un ritmo sostenuto e registrano, in alcuni casi, una crescita'. Per alcuni Paesi, poi, gli Fdi sono diventati 'uno dei pochi motori di crescita' dell'economia nazionale. UniCredit, ha sottolineato ancora Nicastro, 'e' molto soddisfatta del fatto che gli investimenti europei verso la Cina continuino, soprattutto a partire dalla Germania che e' il primo contributore a questo trend'. La Germania, dove UniCredit controlla Hvb, terza banca del Paese, e' infatti uno dei mercati piu' importanti per la banca di Piazza Cordusio. Se, tuttavia, si fa un confronto con Germania e Francia, l'Italia 'conta su una massa di investimenti verso la Cina pari a un terzo di quella' dei due partner europei, e questo per due motivi: in primo luogo le dimensioni delle aziende che in Italia e' piu' ridotta e il tipo di export che, per Germania e Francia vede il predominio di beni strumentali come macchinari e impianti, e per l'Italia quello del 'made in Italy' come moda, design e agroalimentare. L'Italia, ha detto Nicastro, 'puo' fare di piu' verso la Cina' e UniCredit 'guarda con una certa speranza' alle prospettive di export verso l'area delle aziende italiane: esaminando l'evoluzione ciclica dell'economia del colosso cinese, si vede che la spesa per investimenti si e' diretta negli ultimi anni soprattutto sulle infrastrutture necessarie per lo sviluppo del Paese, mentre da ultimo 'ci sono segnali sempre piu' numerosi di un aumento del segmento 'affluent' della popolazione cinese. Quindi, l'Italia potra' svolgere un ruolo sempre piu' importante per migliorare la qualita' della vita dei cinesi'. Luo Hongho, direttore del Centro di studi italiani della Cass, ha ricordato che in occasione del Capodanno cinese, che dura due settimane e che viene usato da molti cinesi per viaggi all'estero, i turisti provenienti dalla Cina hanno speso 8,5 miliardi di dollari all'estero, di cui il 51% in Europa. I Paesi preferiti sono stati la Francia, l'Italia, la Gran Bretagna e la Svizzera. Nel 2012, il commercio cinese con l'estero e' stato pari a 3.860 miliardi di dollari, di cui 2.500 miliardi sull'export e 1.860 miliardi sull'import, mentre gli scambi con l'Italia sono ammontati a 43,1 miliardi di dollari, di cui 31,6 miliardi in export cinese verso il nostro Paese e 11,5 miliardi in import dall'Italia. L'Italia, ha detto, 'si conferma quinto partner commerciale della Cina in Europa' con investimenti diretti di imprese italiane in Cina per 5,1 miliardi di dollari, secondo le statistiche del Ministero del Commercio di Pechino, contro gli 1,4 miliardi investiti dalla Cina in Italia.
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