sabato 23 febbraio 2013
E' normale che ciascun elettore anche cinese abbia i suoi ideali....cosa che al contrario molti nostri ex politici non hanno mai avuto.
GLI ELETTORI CINESI STRIZZANO
L'OCCHIO AL CENTRO-DESTRA
di Sonia Montrella e Alessandra Spalletta
Twitter@SoniaMontrella
Twitter@Aspalletta
Hanno collaborato Lara Bruno, Nataly Ada Rivera e Caterina Pintus
Roma, 21 feb.- Quello dell’Esquilino, la Chinatown romana, è tradizionalmente un quartiere ‘rosso’, che pressione fiscale, promesse di restituzione dell’IMU e incontri con i candidati stanno man mano ‘sbiadendo’. Lo sostengono alcune delle voci più interne e autorevoli della comunità cinese contattate da AgiChina24 che hanno provato a fare una stima degli elettori cinesi della capitale e dei loro orientamenti politici.
“Tra Roma e il Lazio, compresa la seconda generazione, gli elettori cinesi dovrebbero essere intorno ai 5000, ma credo che non più della metà di loro andrà a votare” spiega Lucia Hui King, portavoce del comitato di rappresentanza della comunità cinese in Italia e delegato del sindaco della capitale Gianni Alemanno. “Dovrebbero essere sui 500 a Roma” sostiene invece Hu Lanbo fondatrice della rivista bilingue cinese-italiano Cina in Italia e autrice di due romanzi.
A risolvere il ‘mistero’ del numero degli aventi diritto al voto ha pensato Associna, associazione di italo-cinesi di seconda generazione presieduta da Marco Wong. “Non si conoscono con precisione i numeri, ma stiamo cercando di fare una stima grazie ad un’indagine statistica – spiega ad AgiChina24 Wong -. Ad ogni modo abbiamo avuto modo di constatare che la percentuale di votanti non è altissima, è intorno all’1-2% dei cinesi residenti in Italia (che nel 2010 si attestavano attorno ai 300mila, ndr). Questo si spiega anche col fatto che la Cina non riconosce la doppia cittadinanza: molte persone, pur avendo i requisiti, esitano a chiedere il passaporto italiano perché potrebbero perdere il legame con le proprie origini. La maggior parte degli aventi diritto è formata da giovani nati in Italia, e quindi più interessati ad esprimere il proprio voto”.
Ma qual è l’orientamento politico dei cinesi in Italia?
“Per tradizione, per stampo ideologico o anche solo per abitudine, i cinesi votano a sinistra, ma molte persone sono persuase dalla proposta del rimborso dell’IMU di Berlusconi e quindi potrebbero votare a destra” spiega Lucia Hui King. “Tuttavia, in generale, c’è molta indecisione. Credo che l’orientamento politico dei cinesi sia molto influenzato dagli incontri che i candidati svolgono ed hanno svolto con la comunità cinese”. A questi candidati vengono poste delle domande dalla comunità e vengono valutate le risposte più convincenti, ha continuato la King sottolineando che proprio questi incontri hanno fatto salire il tasso di simpatia della comunità nei confronti di Alemanno. “Sono in contatto diretto con il Sindaco e gli ho posto diverse problematiche della nostra comunità. Posso dire che si è sempre interessato, anche spontaneamente, di verificare che dopo il suo intervento le cose fossero migliorate, e questo rende piacevole la collaborazione. Possiamo quindi ritenerci soddisfatti dell’interessamento del comune di Roma verso di noi, anche a detta dell’Ambasciata cinese”.
Per Marco Wong è difficile tracciare un profilo dell’elettore cinese: “da un certo punto di vista parliamo di persone che, in percentuale maggiore rispetto ad altre comunità, svolgono il lavoro di imprenditori e commercianti, e che proprio per il background professionale forse potrebbero tendere un po’ di più verso il centrodestra. Però per altri temi sensibili, storicamente, il centrodestra si colloca su posizioni che puntano l’accento sul controllo repressivo dell’immigrazione, associandolo spesso a fenomeni negativi. Questa è la tendenza, specie a livello nazionale, del centrodestra che tra l’altro ha un’alleanza con la Lega che è solitamente portatrice di certe istanze, ovviamente invise ai cinesi. La propensione a destra o a sinistra deriva molto dalla maggiore o minore sensibilità verso certe tematiche, perciò è molto difficile riuscire a dare una caratterizzazione”.
Ma cosa pensano allora i cinesi in Italia di Berlusconi, di Bersani, di Monti e di Grillo?
"Sicuramente – spiega Wong - per Berlusconi c’è una certa ammirazione per quello che ha saputo costruire come imprenditore, mentre non c’è lo stesso tipo di ammirazione nei confronti dell’uomo politico, soprattutto per il suo modo di fare che non è giudicato serio se paragonato a quello dei politici cinesi. Per quanto riguarda gli altri uomini politici, Beppe Grillo è un personaggio nuovo quindi magari c’è un interesse, ma quello che pesa nei suoi confronti sono alcune battute sui cinesi non molto simpatiche e che erano state ripetute in vari casi. Monti, non è molto conosciuto perché è da poco al potere, mentre Bersani è forse più identificabile come appartenente a un partito solido. Sicuramente tra i vari personaggi politici Berlusconi è quello più conosciuto, perché è stato al potere per così tanto tempo, mentre gli altri lo sono un po’di meno”.
Hu Lanbo invece non ha dubbi: è il Pd di Bersani a convincere di più la comunità cinese.
A far da ago della bilancia in cabina elettorale sembra essere la pressione fiscale: “hanno gravato moltissimo sulle attività commerciali cinese – sostiene Lucia Hui King - . Almeno il 30% dei cinesi dell’Esquilino ha venduto o si sta dedicando ad altre attività. Non sto dicendo che lasciano l’Italia ma sicuramente stanno pensando di fare qualcos’altro. Per esempio c’è una rimonta dei ristoratori, che sembrano aver risentito di meno della crisi”. “Se paragonato al regime di tassazione cinese, uno che viene dalla Cina è spaventato dal livello di pressione fiscale che c’è in Italia – dichiara Wong -. Ma oltre alla pressione fiscale un’altra cosa che spaventa: il diritto italiano.
Cosa si aspettano, a questo punto, dal prossimo governo gli elettori cinesi?
“Per la comunità cinese in Italia questo è un periodo molto duro” dice Hu Lanbo. “Anche noi abbiamo risentito fortemente della crisi. Quindi speriamo in una nuova politica che sia in grado di farci superare questo fase negativa e che si apra di più anche nei confronti della Cina, considerato che molti commercianti italiani sono in affari con il nostro Paese. In secondo luogo, i commercianti cinesi che operano in Italia dovrebbero essere aiutati dal governo. E infine andrebbero rivisti i forti controlli della polizia sulla comunità cinese, perché anche i residenti cinesi chiedono uguaglianza: il controllo deve essere per tutti, non solo per noi”.
Lucia Hui King chiede al prossimo governo “quello che penso chiedano tutti gli immigrati: la cittadinanza, dato che noi viviamo qui e diamo anche un grandissimo contributo economico al paese: potrei dire al mio paese, perché per me l’Italia è come se fosse la Cina”. “Desideriamo un governo stabile che ci consenta di vivere e lavorare bene in Italia” le fa eco Sara Fang, direttrice della rivista Tempo Europa Cina (Ou Hua Shi Bao). Per Marco Wong in cima alla lista delle richieste ci sarebbe il rilancio dell’economia, “perché la crisi attuale sta colpendo non solamente gli italiani, ma anche le comunità straniere in Italia”.
A proposito di elezioni
IL NUOVO GOVERNO ITALIANO?
PURCHE' PIACCIA ALL'EUROPA
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 22 feb. - Le elezioni italiane di domenica e lunedì viste da Pechino non sono un pacchetto all inclusive. Chi governerà l'Italia è un problema che Pechino analizza alla luce di come reagirà l'Unione Europea alla nuova classe dirigente italiana. Meglio un'alleanza Bersani-Monti? Oppure un ritorno di Berlusconi? O, ancora, un'affermazione del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo che spariglierebbe i giochi? Domande che avranno una parziale risposta solo lunedì in serata, quando a Pechino sarà ormai notte fonda. Nel frattempo la stampa cinese, alle prese con i problemi di sovranità nazionale sulle isole del Mare Cinese Orientale, i rapporti con la Corea del Nord dopo il terzo test nucleare di settimana scorsa, e il bilancio dei primi cento giorni da segretario generale del Partito Comunista Cinese di Xi Jinping, si interroga su come l'Europa possa valutare la nuova classe dirigente che uscirà dalle urne il 24 e 25 febbraio prossimi.
"L'Unione Europea - spiegava alcune settimane fa l'autorevole settimanale economico Caixin in un articolo sul futuro dell'Euro - è l'unica speranza per le vecchie nazioni del continente di rimanere attori significativi a livello globale". L'incertezza sul futuro politico dell'Italia non fa bene ai mercati, come spiega un articolo di CNN Money ripreso dal China Securities Journal, una pubblicazione della Xinhua, che ha fatto perdere il 10% alla Borsa di Milano nel gennaio scorso. E i problemi dell'economia del nostro Paese ritorna in un altro articolo del China Securities Journal che riprende gli ultimi dati dell'Istat sull'economia italiana. Per il sesto trimestre consecutivo, il nostro Paese ha registrato una crescita negativa. "L'ultima volta che l'Italia ha avuto sei trimestri di crescita negativa - ricorda il quotidiano economico-finanziario on line della Xinhua - è stato tra il 1992 e il 1993".
La tenuta dell'Europa e dei mercati sono le preoccupazioni principali dei media cinesi all'avvicinarsi della tornata elettorale e proprio in quest'ottica la stampa del Dragone analizza i protagonisti della scena politica italiana. Gli ultimi sondaggi hanno visto il vantaggio di Bersani su Berlusconi ridursi e quest'ultimo guadagnare punti nei confronti della coalizione di centro-sinistra. Cosa farà il PD, dato come possibile vincitore dalla stampa cinese, dopo le elezioni? Bersani dovrà scegliere se allearsi con la sinistra di Vendola o con l'ex premier Mario Monti: insomma, non otterrebbe una maggioranza significativa per potere governare da solo. Ma la grande preoccupazione è quella sulla possibilità che un'affermazione elettorale significativa di Grillo o di Berlusconi possa avere come effetto un raffreddamento dei rapporti con l'Unione Europea. Di tono prevalentemente sobrio, i servizi sul nostro Paese mirano a un'analisi veloce, con un sommario riepilogo del profilo dei protagonisti. Ecco allora che in un servizio di soli 44 secondi del canale in lingua inglese della CCTV, l'emittente televisiva di Stato, Pierluigi Bersani è presentato come "il leader del Partito democratico", Silvio Berlusconi come "il magnate dei media che tenta il ritorno dopo che ha dovuto ritirarsi a causa della crisi del debito europeo", mentre Mario Monti è "l'economista diventato premier che ha salvato l'Italia dalla crisi finanziaria".
Un'analisi della scena politica e sociale proposta dalla Xinhua nella giornata di ieri cerca di analizzare il momento storico di questa tornata elettorale che rende le prossime consultazioni molto diverse da quelle degli ultimi venti anni. Le prossime elezioni potrebbero rivelare sorprese, secondo la Xinhua. "Per prima cosa -spiega l'editoriale- l'Italia si trova in una profonda crisi economica, e come in molti altri Paesi europei, questo si ripercuote sugli orientamenti dei cittadini". Monta lo scontento verso i politici tradizionali che non avrebbero la fiducia se non di un modesto 5% della popolazione, e la valvola di sfogo sarebbe il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo "che attrae migliaia di persone ai suoi raduni" e che potrebbe scompigliare i giochi. Bersani, con Vendola senza Monti, oppure Bersani con Monti, o, meno probabile, Bersani e Berlusconi contro Monti. Tutti scenari su cui si interrogano gli analisti politici. Ma che poco sembrano interessare alla principale agenzia di stampa del Dragone, che nell'editoriale cita un altro sondaggio, secondo cui "quasi tutti in Italia credono che la composizione del prossimo governo sarà influenzata dall'Europa, che considera l'Italia un Paese "sotto sorveglianza" per i problemi legati al deficit e alla mancanza di crescita, così come per l'instabilità del suo sistema politico". Al di là dei calcoli e delle alchimie più o meno probabili tra i leader dei vari schieramenti, il vero punto di domanda per la Cina resta sempre uno solo: "chi salverà l'economia italiana".
Certo che.............
Pechino ammette esistenza
"villaggi del cancro"
di Martina Ferrone
Pechino, 22 feb. - Anni dopo le prime denunce, il governo di Pechino ha riconosciuto l'esistenza in Cina dei cosiddetti 'villaggi del cancro', aree così inquinate da registrare una maggiore incidenza di tumori. L'utilizzo del termine in un documento ufficiale, probabilmente una 'prima volta' assoluta, arriva mentre aumenta il malcontento popolare per lo smog crescente, il precario smaltimento dei rifiuti industriali e le conseguenze spesso devastanti del rapido sviluppo industriale del gigante asiatico.
Materiali chimici tossici e nocivi hanno creato una seria di emergenze nell'acqua e nell'atmosfera e certi luoghi sono considerati 'villaggi del cancro'", si legge in una relazione del governo che delinea il piano quinquennale di sviluppo. Nel documento, il ministero dell'Ambiente non spiega né dà una definizione tecnica del termine, ma riconosce che la Cina utilizza "prodotti chimici tossici e nocivi" vietati nei Paesi sviluppati e che "costituiscono un danno potenziale e di lungo termine per la salute umana e l'ambiente".
Nel 2009 un giornalista cinese diffuse su Internet una mappa che indicava decine di 'villaggi del cancro'. Venerdì, Wang Canfa, avvocato ambientalista, che gestisce un centro di assistenza a Pechino per le vittime dell’inquinamento, ha affermato che questa è la prima volta che l’espressione “villaggi del cancro” appare in un documento ministeriale. “ Questo testimonia che il ministero dell’ambiente ha riconosciuto che l’inquinamento ha causato il cancro”, ha dichiarato, “inoltre, dimostra che il problema dell’inquinamento ambientale che causa danni alla salute, ha ricevuta la giusta attenzione”.
Pare voglia combattere per primo la corruzione
I CENTO GIORNI (E I DUE VOLTI) DI XI JINPING
di Eugenio Buzzetti
Twitter@Eastofnowest
Pechino, 22 feb. - Il "sogno cinese", la lotta alla corruzione, lo sviluppo pacifico della Cina. Sono i temi su cui si è concentrato Xi Jinping da quando è stato eletto segretario generale del Partito Comunista Cinese fino ad oggi, il suo centesimo giorno di mandato. L'agenzia di stampa statale cinese Xinhua ha dedicato un lungo editoriale all'evento dal titolo "I primi cento giorni della leadership cinese che rinnovano le aspettative del mondo sulla Cina".
Xi Jinping è prima di tutto, secondo la Xinhua, il presidente del sogno cinese di rinascita nazionale, tema che è stato al centro di un suo discorso durante una delle sue prime uscite pubbliche, il 30 novembre scorso, al Museo Nazionale. "Realizzare il rinnovamento della nazione -aveva dichiarato Xi- è il più grande sogno della Cina nei tempi moderni". Xi Jinping, accompagnato dai membri della cerchia ristretta del Comitato Permanente del Politburo aveva fatto visita al museo dove era in corso la mostra "La strada verso il rinnovamento" che raccoglieva immagini e documenti della storia contemporanea cinese dai tempi della prima guerra dell'oppio, scoppiata nel 1840. In quell'occasione aveva ripercorso la storia cinese degli ultimi 170 anni per celebrare lo spirito cinese che ha saputo rialzarsi dopo grandi difficoltà e umiliazioni. Aveva citato poeti dell'antichità e Mao Zedong (che sarebbe tornato più volte in seguito nei suoi discorsi futuri) e si era presentato come un leader carismatico agli occhi dei cittadini.
Ad aumentare ancora il suo carisma era stato il suo primo viaggio da leader, una settimana dopo, nel ricco Guangdong che aveva trainato le riforme economiche trenta anni fa, anche grazie all'apporto di suo Padre, Xi Zhongxun, all'epoca governatore della provincia costiera. Il viaggio in Guangdong aveva subito innescato il paragone con quello compiuto da Deng Xiaoping venti anni prima, quando l'anziano architetto delle riforme economiche aveva ribadito l'importanza dell'apertura al mondo della Cina per continuare sulla via del progresso e della prosperità. E l'immagine di Xi Jinping al termine del tour sembrava essere quella di un leader aperto alle riforme.
I primi cento giorni del nuovo segretario generale sono stati contrassegnati, però soprattutto dai ripetuti appelli anti-corruzione, vero cruccio di Xi Jinping, che non ha perso tempo a manifestare di fronte agli alti funzionari del PCC il suo ribrezzo verso la pratiche scorrette dei membri del partito. E in uno dei suoi primi appelli aveva citato l'importanza che la percezione di un'élite corrotta al potere avesse avuto negli anni passati a fare cadere i sistemi politici attraverso le sollevazioni di piazza. Non solo parole, questa volta: le prime settimane della sua leadership sono state segnate da provvedimenti ad hoc per evitare l'impressione di una classe dirigente chiusa in un mondo di privilegi, come la norma anti-sprechi (nei confronti dei top manager delle aziende di Stato) e la norma anti-stravaganze (contro le spese inutili dei politici in visita nel Paese). E a pochi giorni dall'inizio del suo mandato c'era stato il primo alto funzionario cinese indagato per corruzione, Li Chuncheng, membro supplente del Politburo, per una storia di tangenti con un costruttore del Sichuan in cerca di concessioni edilizie.
Ma le parole più significative, Xi Jinping le ha pronunciate a porte chiuse e in presenza di un pubblico selezionato, quello degli alti funzionari. Secondo quanto riportato dal New York Times, il 15 febbraio scorso, durante la visita in Guangdong, Xi Jinping avrebbe nuovamente ribadito il concetto già espresso sulla necessità di combattere la corruzione per evitare il collasso politico. Con qualche nota di colore in più, questa volta. "Perché -aveva chiesto al suo pubblico- l'Unione Sovietica si è disintegrata? Perché il partito comunista sovietico è crollato? Una ragione importante è stata che le convinzioni e gli ideali vacillavano". I toni di Xi Jinping si fanno ancora più forti quando dichiara che una sola parola è bastata per dissolvere "un grande partito" e che "nessuno" in quella circostanza "si è dimostrato un vero uomo decidendo di resistere" alla fine del PCUS.
Frasi che mettono una pietra tombale sulle aspettative di chi, anche solo per un attimo, ha pensato a Xi Jinping come il "Gorbacev cinese". Le speranze nate a settembre scorso -quando in un colloquio riservato con un esponente dell'ala riformista del partito Xi aveva espresso la possibilità di varare riforme politiche- sembrano infrangersi nelle parole del segretario generale. Non fare la fine dell'Unione Sovietica è l'imperativo categorico del segretario generale del PCC, forse la motivazione stessa per cui bisogna combattere la corruzione. In una parola: stabilità.
Proprio nel segno della stabilità e della continuità con il passato Xi Jinping ha deciso di intraprendere il suo primo viaggio da presidente cinese in Russia (e subito dopo in Sudafrica) come fece il suo predecessore Hu Jintao. Xi, come riporta la Xinhua nel suo editoriale, "ha dichiarato che in politica estera la Cina manterrà la via dello sviluppo pacifico senza sacrificare i suoi diritti ed interessi". Una linea inaugurata dalla quarta generazione di leader, ma che da qualche tempo sembra mostrare alcune crepe con le dispute di sovranità territoriale nel Mare Cinese Meridionale e Orientale per arcipelaghi e atolli disabitati ma di importanza strategica fondamentale per Pechino.
A cento giorni dall'inizio del suo mandato, Xi Jinping rimane un leader difficile da decifrare. Sarà in grado di fare le riforme di cui il Paese ha bisogno? L'editoriale della Xinhua non lo dice. In ogni caso, nessuna riforma dovrà essere percepita così forte da aprire la strada a possibili sollevazioni. La leadership del partito prima di tutto il resto, è uno dei suoi mantra. Forse proprio per questo, quando ha parlato della necessità da parte del partito di aprirsi alle critiche e di correggere i propri errori, a molti su Weibo, il Twitter cinese, era gelato il sangue. Quello stesso appello pronunciato nel 1956 da Mao Zedong aveva dato il via a una grande epurazione di intellettuali che avevano creduto nelle sue parole. Meglio per tutti, allora, andarci cauti.
Peccato che la nostra economia sia già emersa
MOSCA, PRIMA TAPPA DA NEO PRESIDENTE PER XI JINPING
di Sonia Montrella
Twitter@SoniaMontrella
Roma, 21 feb.- Sarà Mosca la prima tappa internazionale di Xi Jinping in veste di capo di stato. Subito dopo, il futuro presidente i volerà in Sudafrica dove prenderà parte a un vertice delle economie emergenti. Lo riferisce il New York Times. Il principe rosso, come viene definito per la sua appartenenza alla schiera dei figli dei padri della Rivoluzione, segue così le orme del predecessore Hu Jintao; tuttavia – sostengono gli analisti - il viaggio in Russia assume questa volta un significato particolare.
Xi vuole assicurarsi buone relazioni con Mosca nell’intento di fronteggiare e contenere l’avanzata statunitense nel Pacifico e nell’area Asia-Pacifico, tra i punti fondamentali dell’agenda estera di Washington. E l’intesa con la Russia – sostengono ancora gli analisti – deve essere rinsaldata in fretta, prima dell’incontro tra Xi e Obama, previsto non prima di settembre, quando i due presidenti prenderanno parte al G20.
La Cina cercherà inoltre il sostegno della Russia in quelle dispute territoriali nel Mar Cinese meridionale e sopratutto in quello orientale, dove è in corso un duro braccio di ferro tra Pechino e Tokyo per il controllo dell’arcipelago delle Diaoyu/Senkaku.
A ciò si somma il bisogno d soddisfare la fame di energia del Dragone attraverso la stipula di contratti per l’approvvigionamento di risorse energetiche russe. Magari sciogliendo qualche nodo al pettine: i due Paesi sono entrati in disaccordo per la questione del prezzo del gas, con la Russia che si è rifiutata di adattare il costo alle richieste della Cina e ha minacciato di vendere il gas all’Europa. Un cambio di rotta da cui avrebbe ricavato maggiori profitti.
A confermare la visita in Russia sono arrivate le dichiarazioni del presidente Putin, del ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi – in questi giorni a Mosca – e i media di stato. Quanto alla data, non è ancora stata fissata, ma di certo Xi Jinping non salirà sull’aereo prima del 5 marzo, giorno in cui si aprirà l’Assemblea Nazionale del Popolo – una sorta di Parlamento cinese – che proclamerà ufficialmente presidente della Repubblica Popolare l’attuale segretario del Partito comunista cinese. E con lui, i suoi 6 potentissimi uomini, nominati dal XVIII Congresso del PCC dello scorso novembre.
venerdì 22 febbraio 2013
Si cambia
Il Sole 24 ORE - Radiocor 22/02/2013 - 13:01
Breaking News 24
NOTIZIARIO ASIA
*** Cina: accordo fra banche centrali di Pechino e Londra sulle valute
Radiocor - Milano, 22 feb - La Banca centrale d'Inghilterra e quella cinese stanno lavorando a un accordo per gestire i rapporti di cambio delle valute dei due Paesi. L'annuncio e' stato dato al termine di un incontro a Pechino fra il governatore della Boe, Mervyn King, e il suo omologo della Banca popolare cinese, Zhou Xiaochuan. 'Questo accordo - spiega un comunicato - sara' utilizzato per transazioni finanziarie e investimenti diretti fra i due Paesi'. L'intesa consente l'assegnazione di linee di credito nelle due divise per facilitare gli investimenti fra i due Paesi. Il ministro delle finanze, George Osborne, ha salutato positivamente l'annuncio che rappresenta 'un passo importante per rafforzare la posizione Londra come piattaforma occidentale per il mercato in rapida crescita dello yuan'.
Red-Mau
giovedì 21 febbraio 2013
Lao Xi. Tre scenari per il dopo voto
Politica
DALLA CINA/ Lao Xi: tre destini (pericolosi) per l'Italia del dopo elezioni
Lao Xi
giovedì 21 febbraio 2013
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2013/2/21/DALLA-CINA-Lao-Xi-tre-destini-pericolosi-per-l-Italia-del-dopo-elezioni/365454/
Come forse non lo erano mai state in passato, stavolta le elezioni del prossimo fine settimana in Italia avranno una valenza globale. Il parlamento che emergerà dal voto dovrà scegliere il prossimo presidente della Repubblica, il governo guidare il paese fuori dalle secche economiche attuali e quindi aiutare a rilanciare l’euro e l’idea di un’unione economica e politica nel vecchio continente. Viceversa, un fallimento parziale o totale in questo senso potrebbe fare crollare l’euro, accendendo una crisi economica globale, o semplicemente mettere la moneta unica continentale su una specie di corsia rallentata e l’unione politica su un binario morto.
Fatto sta che il dibattito politico su questi temi in Italia appare inesistente. Ci sono in genere due pareri che sono discussi con maggiore o minore veemenza. 1) Bisogna seguire le direttive di Bruxelles concordate e decise in sostanza tra Parigi e Berlino, il nuovo asse di dirigenza europea che ha ripreso a funzionare. 2) Bisogna uscire dall’euro.
Dato che l’opzione 2 è di fatto impossibile, rimane l’opzione 1, affidata poi alla maggiore o minore capacità di ottenere sconti o agevolazioni per l’Italia da Parigi e Berlino. Qui naturalmente Monti è nella posizione migliore per ottenere tali sconti, e dovrebbe essere favorito dal pubblico, ma non lo è, per tanti motivi, che vedremo. Ma prima di fermarci su questo punto, ciò che è ancora più importante è che l’Italia non partecipa attivamente al dibattito politico sui contenuti di cosa dovrebbe essere la politica europea complessiva, non solo riguardo all’Italia; non si discute su quale potrebbe essere il contenuto particolare dell’Italia alla costruzione europea.
Ciò è bizzarro perché in realtà molti rischi e opportunità per l’Europa vengono dall’Italia. Se l’Egitto esploderà, come è possibile, nei prossimi mesi un flusso di milioni di profughi potrebbe inondare l’Europa a partire dall’Italia; se il Mediterraneo riprenderà il suo ruolo centrale di centro di scambi tra Europa del nord e Asia lo farà a partire dall’Italia. Roma dovrebbe attrezzarsi per queste evenienze, a partire dal suo sud, cosa che riporta su basi diverse e nuove la questione meridionale che ha tormentato la storia d’Italia, tanto che la forza attuale della Lega Nord nasce proprio da una scelta di rifiuto di tale questione.
L’assenza di questi grandi temi svuota nei fatti le scelte politiche dei prossimi governi, qualunque essi siano, a meno di un miracolo nella testa del prossimo presidente o primo ministro che rilanci i contenuti veri. Ma non lo è stato finora, è improbabile che lo sia in futuro. Da lontano, il perché dell’assenza di tali contenuti pare un mistero, ascrivibile solo alla stupidità; da vicino forse è diverso.
L’ultra tatticismo della politica italiana distrae da ogni scelta strategica, la mancanza di esperienza vera internazionale di molti politici fa il resto. Il sistema elettorale è anche colpevole, e colpevoli poi sono i partiti che non lo hanno voluto riformare. Inoltre, c’è una caccia minore all’ultimo voto, che si raccoglie su minime questioni di bottega, non su grandi temi, e un controllo ferreo della dirigenza dei partiti sui candidati, fra cui si preferiscono i fedeli ai capaci.
Infine c’è un pregiudizio geopolitico. La politica in Italia si è divisa per anni sul pregiudizio ideologico di destra o sinistra, anche giusto, ma che spesso è diventato una questione di appartenenza come in un derby Inter contro Milan. Le questioni di geopolitiche invece è come se non riguardassero il paese, che le vive come se fossero un’eredità scomoda del passato fascista e imperialista. Quindi la geopolitica non si tratta o si tratta in modo accademico, come se non dovesse riguardare l’Italia, come se qualunque posizione fosse indifferente. Ciò non è così in alcun paese, dove destra e sinistra si dividono sulla politica interna e sull’estero.
Il tutto ci porta alla cronaca del “chi vincerà?”. Inutile a questo punto lanciarsi in pronostici: le urne parleranno tra poche ore e da lì si comincerà a ragionare. Di fatto però tre elementi appaiono chiari a partire dai sondaggi.
Il grande vincitore politico sarà Grillo, che in pochi mesi, dal nulla, ha creato un partito che si aggirerà intorno al 20%. Lui conterà se non per i voti di sostegno al governo di certo nelle trattative per la scelta del presidente.
Altro elemento sarà la forte presenza di Berlusconi. Dato per morto pochi mesi fa, oggi è risorto e addirittura rischia di essere vicinissimo al vincitore. Ciò dimostra come in Italia non si possa fare politica senza di lui.
Terzo elemento è la tiepida esibizione elettorale di Monti. Potrebbe arrivare quarto nella competizione elettorale, e avere un posto di ministro del Tesoro: poco per l’uomo che ha salvato l’Italia dal baratro e fino a due mesi fa sembrava destinato al Quirinale. Monti non è riuscito a comunicare alla gente comune. Questione di stile, personalità, non ha il fascino spettacolare di Berlusconi o Grillo, ma anche di politica. La politica non è applicare una formula scelta a Bruxelles, deve essere uno slancio strategico per la gente. Davanti a una battaglia non si può dire ai soldati: il 10% di voi statisticamente deve morire per vincere la guerra. Si deve dare alla gente il motivo per cui magari anche tutti possono morire: salvare mogli e figli a casa, allargare i destini del proprio mondo, avere un posto in paradiso. La gente fa sacrifici, li vuole fare, ma gli deve essere dato un motivo convincente e forte, più grande della sua quotidianità. Monti non l’ha dato, e per la verità non l’ha dato alcun altro. Questo riporta al centro il vincitore in pectore della contesa, Bersani. Lui sceglierà il prossimo governo e forse anche il prossimo presidente. Le percentuali che otterrà diranno se lo farà da solo o, come oggi sembra probabile, dovrà accordarsi a destra e a manca.
Per fare questo si entra nel pantano degli scambi da sottobosco italiano. La politica è un’arte di mediazione, trovare soluzioni che accontentano i più evitando scontri violenti. Meglio quindi una politica sporca che una guerra pulita. Il punto è: è probabile che le elezioni non saranno risolutive. Che Bersani vinca, sì, ma di misura, e che quindi le tante divisioni del suo partito a sinistra lacerino la sua coalizione come è successo tante volte. Tanti pensano che per evitare questo ci vorranno nuove elezioni, dove sarà questione di numeri: una maggioranza più solida per il partito di governo.
Dalla Cina pare sia una questione di numeri, non di idee. Ma è questo, ancora una volta, il problema. Per mettere i conti in ordine, per imporre le grandi ristrutturazioni di cui ha bisogno il paese, non si può presentare alla gente che deve andare a soffrire il conto del ragioniere: occorre dare un’ispirazione, un senso profondo del proprio sacrificio. Altrimenti è solo un fuggi fuggi: chiunque cerca di evitare di essere schiacciato e tutti si lamentano per il nuovo clima. Cioè si deve pensare a che strategia avere verso l’Europa e il mondo, dove si vuole fare andare il paese.
Ora, Berlusconi promette una specie di Bengodi, e Grillo un redde rationem. Possono essere entrambe promesse eccessive e irragionevoli. Come si fa a credere a Berlusconi dopo il disastro che ha prodotto? Come si fa a credere a un comico che fa politica con battute di spirito? Ma il loro successo davanti alla tiepida performance in campagna elettorale di Bersani e Monti, ragionevoli ragionieri, dimostra che Berlusconi e Grillo danno almeno alla gente qualcosa di cui si sente il bisogno: un progetto. Se qualcuno allora avesse un progetto ragionevole, questi sbancherebbe.
La politica non è né può essere semplicemente più o meno flessibilità del lavoro, più o meno potere dello stato nel mercato; dovrebbe essere il progetto che ha l’Italia per il suo futuro in Europa e nel mondo. Questo al fondo è il progetto politico che gli elettori leggono in Berlusconi o Grillo: maggiore indipendenza dai dettami di Bruxelles. Può essere demagogico, ma meglio che la tacita accettazione della volontà, ragionevole quanto si voglia, degli altri.
La vera politica che farebbe vincere qualunque partito e costruirebbe uno spazio di dignità per l’Italia in Europa e nel mondo, sarebbe di presentare un’idea sul tipo di Europa che l’Italia vuole, visto che è il suo orizzonte politico primario. L’Europa non è un pacchetto preconfezionato semplicemente da prendere o lasciare, ma è un progetto in via di costruzione o di distruzione. In questo, l’eventualità prospettata da politici inglesi di lasciare la UE naturalmente può essere di quelle che scatenano poi la crisi dell’Unione e dell’euro. Questa politica non c’è stata ed è probabile che continuerà a non esserci. In assenza di questo, e assediata da politiche demagogiche o da ragionevoli soluzioni ragionieristiche, l'Italia ha davanti tre scenari, che saranno in gran parte determinati dai numeri che usciranno lunedì.
1) L’Italia traccheggia. Ragionevoli ragionieri impongono le misure più o meno necessarie. L’Italia esce dal guado ma non c’è politica, delegata a Parigi e Berlino. La protesta sociale aumenta, ma viene tenuta sotto controllo, perché la maggioranza dei partiti capisce di avere tutto da guadagnare ad andare avanti a sbarcare il lunario. Ma l’Italia perde l’anima, si asciuga, si secca, perché un paese, come una persona, ha bisogno di uno scopo per vivere.
2) L’Italia va bene. Uno o più partiti hanno un’alzata di ingegno e propongono davvero una politica nuova per l’Italia e per l’Europa, che è insieme ragionevole ma anche di slancio per il futuro. L’Italia è fuori dalla crisi e contribuisce positivamente al progetto europeo e a tutto quello che tale progetto significa per l’Europa.
3) L’Italia scoppia. I ragionieri provano a governare ma sono travolti dalle “irragionevoli” proteste della gente che non capisce perché dovrebbe sacrificarsi mentre altri (come in ogni crisi o guerra) fuggono o ingrassano. Grillo guida la protesta in parlamento, e aizza la folla nelle piazze. Il parlamento pavido si spacca, e poi cede: si va a nuove elezioni con il paese nel caos, gli interessi dei buoni del tesoro vanno alle stelle e il rischio di non riuscire a pagare gli interessi diviene concreto. L'Italia va così ad esercitare pressioni enormi sull’unità dell’euro, avvitando Europa e mondo in una nuova crisi finanziaria.
A occhio lo scenario 1 dovrebbe essere il più probabile, triste per l’Italia, indifferente in sostanza per il mondo. Ma le probabilità si conteranno davvero dopo il voto. Se Bersani vincesse di misura, se Berlusconi perdesse per un’incollatura, se Grillo sfondasse il 20% allora le possibilità della ipotesi 1 si assottiglierebbero e ci sarebbe bisogno dell’ipotesi 2, mentre si allargherebbe, drammaticamente, l'eventualità dell’ipotesi 3.
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